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Franco Sensi

A un certo punto si commuove: “Io… io i tifosi me li abbraccerei tutti”. Perché è buono e l’età l’ha cambiato. Franco Sensi, quello del vento del nord non c’è più: scontroso, irascibile, scurrile. E’ passato. Questo parla da nonno, che presidente non rende il concetto. Spesso finisce che gli scappa la voce sentimentale: “Francesco Totti è il figlio maschio che non ho mai avuto”. Scivola poco, adesso.

31 Marzo 2009 alle 00:00

A un certo punto si commuove: “Io… io i tifosi me li abbraccerei tutti”. Perché è buono e l’età l’ha cambiato. Franco Sensi, quello del vento del nord non c’è più: scontroso, irascibile, scurrile. E’ passato. Questo parla da nonno, che presidente non rende il concetto. Spesso finisce che gli scappa la voce sentimentale: “Francesco Totti è il figlio maschio che non ho mai avuto”. Scivola poco, adesso. Dice che l’anno prossimo farà un libro per raccontare la sua vita: “Ci starà dentro pure qualche parolaccia”. “Cojone” è la preferita in assoluto. Seguono le derivazioni: “rompicojoni”, “du cojoni”, “m’hai rotto li cojoni”. In tredici anni di pallone non si riescono a contare: fanno volume e spesso ridere, però stanno dietro la frase più bella di tutte.

Arrivò quando le cose con Gigi Agnolin s’erano messe male. La Roma l’aveva preso perché trattasse col palazzo, invece si trovò con uno che alla prima battaglia voleva tenere un profilo sottotraccia: sì, vediamo, non so se è il caso. Sensi rimase fermo per un po’, poi la disse tutta: “Agnolin lo licenzio co ’na scureggia”. Ora riuscirebbe a trattenersi, il presidente. Ora non è allora. Il calcio è una triangolazione anche dietro una scrivania: tris. Rosella che guida, Silvia e Cristina che la seguono. Il patriarca può stare calmo: osservare. Accanto c’è sempre la signora Maria. La moglie che lo accompagna all’Olimpico, imbacuccata d’inverno così come il marito: sciarpa e colbacco. Insieme ogni volta: lei si siede vicino a lui anche quando la partita si guarda in casa, filtra le telefonate, evita le seccature, gestisce la quotidianità, evita di farlo affaticare. E’ anche così che Sensi è diventato mansueto.

A Trigoria non ci va più, a quello ci pensano le figlie smistate nel cuore della società e degli affari di famiglia. Sensi resta più che può a Villa Pacelli, che era la casa di un Papa e poi è diventata la residenza di un Imperatore pallonaro prima sconosciuto, poi contestato, poi potente, poi in crisi, poi riamato, poi venerato. Villa e anche un po’ museo: chi ci è entrato ha visto giallorosso ovunque. Sulle pareti, sulle fotografie, sui divani. Anche le colf, dicono: guanti gialli su parannanza rosso scuro. I colori della vita per il cavaliere del lavoro Franco Sensi che a 80 anni dice di guardare la sua Roma più bella: “Sono ragazzi, tutti giovani. E sono degni della mia stima”. Parla così, adesso. Col groppo di chi ha urlato troppo.

Il nonno s’è sovrapposto al generale, facce della stessa persona. Lo chiamano il presidente dello scudetto e si riempiono la bocca: vogliono far dimenticare che l’hanno contestato, massacrato, insultato. Dicono non scucisse una lira, lo accusavano di non voler fare grande la Rometta. Hanno rovinato la costa di Fregene per prendersi la sabbia buona per nascondere gli striscioni polemici, le immagini della folla che canta fuori dal cancello di Villa Pacelli. Le disgrazie degli altri hanno fatto cambiare idea ai contestatori: Sensi è diventato tanto caro per i tifosi, lo spray per insultarlo dalla curva sud è stato gentilmente riposto nell’apposito contenitore. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene. Finalmente. Forse hanno capito, forse hanno semplicemente fatto due conti: il presidente ha tenuto in piedi la società che rischiava di finire male, come altre. Se l’è tenuta, anche se un giorno aveva detto basta ed era pronto a passarla a un russo. Trattative e misteri: jet privati in volo fino all’aeroporto dell’Urbe, emissari di Mosca con presunte borse piene di presunti milioni. C’era già la benedizione degli ultrà della Montemario. Politici, star, starlette, cantanti, attori, un sacco di bella gente che aveva già in mente di vedere il nuovo Abramovich passeggiare sul Lungotevere per portarsi a casa qualche fenomeno.

Adesso tutti impazziscono per la linea del risparmio: Spalletti, niente attaccanti, Totti, spettacolo. Pizarro invece di Shevchenko, Vucinic invece di Crespo. Le critiche volatilizzate, anzi: brava la società che ha capito che i campioni non sempre fanno una squadra. Il piacere dei Sensi. Tutto visto: non c’è problema, non è che sor Franco si faccia impressionare. Non fosse per l’età, pescherebbe una frase dal sacchetto del lessico da osteria. Comunque Rosella gestisce la situazione, il papà osserva: “Lei sa fare tutto. Ha imparato tutto, non c’è bisogno che intervenga”.

L’intervento l’ha fatto all’inizio dell’anno, quando ha rimesso i conti in ordine: per equilibrare i soldi spesi nel pallone, i Sensi hanno preso proprietà, aziende, partecipazioni, quote e hanno venduto. Una mano è arrivata anche dal sindaco Walter Veltroni: la giunta di Roma ha proposto al consiglio comunale una variante urbanistica su 27 ettari di terreno agricolo nella borgata di Torrevecchia. Il consiglio l’ha approvata: quei terreni valevano sei milioni di euro, ora ne valgono 65. Il sindaco vuole costruire un centro sportivo comunale. Quella è una fettina del patrimonio del presidente della Roma. Quante e quali siano le proprietà dei Sensi non è mai stato possibile dirlo. C’è l’Italpetroli e va bene. E’ il business centrale, la holding di famiglia che al 49 per cento oggi è di Capitalia. Poi hotel, immobili, società varie. C’era un giornale: il Corriere Adriatico. E’ stato ceduto. C’è la Roma e poi alla fine è la cosa che conta. Famoso Sensi lo è diventato grazie al pallone.

Era un grande imprenditore che il grande pubblico non conosceva. A lui stava bene così: il palcoscenico non è mai stato il suo forte. Non gli piaceva stare in mezzo. Era già stato socio del club: erano gli anni Sessanta e da schivo aveva preferito stare lontano dalla celebrità. Quella era una specie di debito d’onore con il padre Silvio: qualche lira investita nella squadra di calcio che papà aveva contribuito a fondare. Perché nel 1927, l’ingegner Silvio Sensi stava nel Borgo Pio, una delle società che avrebbero creato la Roma. Diede anche il legname per costruire il campo del Testaccio, dove nacque il club della lupa, dei colori giallo-rossi e di tutto il resto. Francesco era appena nato e sarebbe diventato Franco. Giocava pure: qualcuno ricorda facesse l’ala. Lui ha sempre detto centravanti. Romanista per forza e dopo per amore.

La società diventò sua nel 1993, quando stava per fallire dopo la gestione Ciarrapico. Sensi era socio di Mezzaroma, che adesso è socio della Lazio. Nell’affare all’inizio doveva entrare anche Pasquale Casillo, proprietario del Foggia. Non s’è mai capito bene chi è che convinse Sensi a investire nel pallone: la leggenda divide Andreotti e Geronzi. La verità forse è che non lo convinse nessuno, se non la famiglia. Perché il signor Italpetroli convocò il Conclave di Villa Pacelli per decidere che fare. Anche questa pareva una storiella, fino a quando la figlia Rosella non ha confermato tutto. Quello che non ha detto è di chi furono i due voti contrari che per un pelo non rischiarono di far andare tutto all’aria. Finì 3-2, comunque. Vinse il sì e Sensi cominciò la sua partita. Casillo non entrò nell’affare. Rimasero i primi due, poi Sensi comprò tutto. Pagò la sua quota a Mezzaroma e il 9 novembre del 1993 diventò padrone unico. Prima uscita: la politica lontana dalla Roma. “E’ un impegno preciso, il mio: d’altronde ero andato via dalla società quando entrò Evangelisti, e con lui la mano dei politici sulle squadre”. Il che faceva ridere, visto che lui era sindaco democristiano di Visso, un paese nelle Marche. Seconda uscita: “A fine stagione il sistema calcio andrà incontro a un ridimensionamento: conseguenza logica, giusta e dolorosa della crisi del paese. Bisognerà comprare qualche giocatore, anche importante, anche straniero. Vedremo di riequilibrare, in uno stato di recessione, i proventi diretti degli addetti ai servizi”.

Così cominciò la favola del taccagno. C’era Moggi con lui. Sensi lo fece fuori per diventare uno dei suoi peggiori nemici. Prese Carlo Mazzone come allenatore perché era romano e serio, cominciò una lunga guerra di trincea con i calciatori del clan Ciarrapico. Giannini era il Totti di oggi: finì peggio di tutti, distrutto pubblicamente dopo un rigore sbagliato contro la Lazio. Giannini se ne andò. Epurato come molti: questione di umore e di carattere. Quello del presidente, che non è mai stato facile. Zeman lo avrebbe licenziato con una frase così: “Mi fai godere, ma con te non vincerò mai”. A Capello neo-campione d’Italia che si lamentava di una scarsa campagna acquisti post scudetto avrebbe detto invece questo: “Il mister dice che siamo da quarto posto? Vuol dire che lui non finisce la stagione”. Quella la finì, invece. Quella dopo anche, nonostante un’altra battuta: “Capello se ne va? Magari”. Eppure quando Fabio se ne è andato davvero, Sensi c’è rimasto male. S’è sentito abbandonato perché è fatto così: sarcastico, un po’ burbero, infastidito dalle eccessive pretese di tecnici e calciatori. Anche con i dirigenti ha sempre avuto un rapporto all’altalena. Amicizie, legami, poi furibonde litigate, offese, insulti. Quando tirò fuori la storia del vento del nord, Sensi ce l’aveva con Luciano Moggi e Adriano Galliani: “Moggi è un incaricato, mentre Galliani è un co-interessato. Con Moggi c’è poco feeling, umanamente non abbiamo contatti. Galliani lo sento vicino: è un uomo capace e fondamentalmente buono, qualità non da poco in un lavoro arido. Volete sapere la mia? Galliani è il più intelligente di tutti, malgrado qualche screzio”. Ecco “il malgrado qualche screzio” è stata in realtà la fronda anti Galliani in Lega Calcio, le perenni litigate per i diritti televisivi, l’opposizione alla partenza regolare del campionato 2002.

Tutto passato, comunque. Perché questo fa parte del personaggio Sensi: grandi litigi e grandi riappacificazioni, stracci sventolati e carezze delicate. La vita pallonara del cavalier Franco, è stata quella di un uomo allo specchio: contestatore dei vizi altrui, ma facile al medesimo errore. Accusava la protezione del mondo degli arbitri nei confronti di Milan, Inter e Juventus, poi però il caso dei Rolex regalati fu tutto made in Roma. E’ passato per uno scandalo all’inizio e per una bravata poi. E’ stata una gaffe, un inciampo di quelli che fanno ridere e un po’ pensare che bisognerebbe guardare meglio dove si mettono i piedi. Sensi ha cacciato il dirigente che ebbe l’idea e ha salvato la faccia. Specchio anche per la storia dei passaporti, che ha portato a un’assoluzione, ma ha certificato la grottesca ricerca dei nonni di Bartelt e Cafu dalle Alpi all’Aspromonte. Malcostume anche questo, come quello che la Roma ha sempre voluto denunciare quando lo vedeva negli altri. Il gioco del rinfaccio. E’ sempre dipeso tutto dal risultato.

Quando strappò Cassano alla Juventus era così felice che avrebbe potuto offrire una cena a Moggi. Però davanti ai microfoni se ne uscì così: “C’era un tempo in cui la Rometta era in mano ai politici e nei colpi importanti si arrivava sempre dietro le squadre del nord”. Aveva appena vinto lo scudetto non c’era alcun motivo di fare polemica. Ma tanto era persino inutile farglielo notare. Così: la bocca aperta e le parole mai pesate sul bilancino. Forse colpa del fatto che per prendere Tonino da Bari Vecchia aveva dovuto spendere 55 miliardi. Troppi, ma comunque insufficienti a togliergli l’etichetta del tirchio che aveva avuto negli anni precedenti. Perché Sensi l’accusa di avere il braccino corto se l’è trascinata fino a questa estate. Colpa del fatto che l’acquisto più importante per molto tempo era rimasto Daniel Fonseca e i curvaioli della sud non avevano mai gradito. Cominciarono a mugugnare: in alto il vessillo della promessa fatta nel 1993, quando Sensi aveva annunciato di voler riportare Roma nel circolo delle grandi, in basso quello delle frasi successive, sulla moderazione e sull’oculatezza.

C’era che però la Lazio spendeva: Boksic, Veron, Crespo, Nedved, Stankovic. Gli ultrà andarono a bussare al cancello di Villa Pacelli, col solito fare signorile di chi è convinto di essere il padrone della città. Volevano i campioni per vincere, invece il presidente non spendeva. La bolla è rimasta nonostante Cassano e soprattutto nonostante Gabriel Batistuta, costato 70 miliardi di lire nell’anno dello scudetto. Ecco pure la vittoria del campionato non ha cambiato l’idea dei romanisti di avere un presidente risparmiatore. Allora nel 2003, i conti in tasca glieli ha fatti persino Massimo D’Alema. Il ministro degli Esteri raccontava della difficoltà del club nello spendere soldi per prendere calciatori, ultimo il brasilero Lucio dato per giallorosso al cento per cento e scomparso dai cieli della capitale ancor prima di apparire: “Forse Sensi avrebbe problemi a ingaggiare anche me”.

Prima che la Roma potesse intervenire ci pensò il senatore a vita Giulio Andreotti: “Ognuno si deve occupare di ciò di cui è competente, D’Alema sarà certo bravo in molti campi, ma non mi sembra possa dare consigli in ambito calcistico. Dunque invece di parlare di Sensi e della Roma poteva ispirarsi al titolo di quella trasmissione televisiva, mi pare si chiami ‘I fatti vostri’… I suggerimenti ai presidenti prescindono dall’onere, ognuno vorrebbe che ogni anno si comprassero i migliori giocatori: ma poi i conti li deve fare la società. E devono quadrare. Certo nella stagione appena conclusa la Roma un po’ di cruccio ce l’ha dato ma non è che si possa cambiare opinione e passione ogni anno. Comunque D’Alema è un privilegiato perché almeno una maglietta della Roma gliel’hanno regalata. A me neanche quella…”. Adesso nessuno se ne ricorda più: gli accusatori della tirchiaggine del signor Italpetroli sono spariti, entrati nel vortice della grande passione per il risparmio, dopo aver visto i dirimpettai della Lazio costretti a convivere con un debito lungo 23 anni per evitare il fallimento, il Parma ridotto ai livelli dell’Empoli, la Fiorentina sparire, essere ripescata e finire a meno 19 per un presunto complotto, dopo aver goduto della retrocessione d’ufficio della Juve e della penalizzazione del Milan.

L’autarchia adesso è improvvisamente la strategia giusta, anche se l’Inter continua a spendere tutto quello che ha. Sensi, ex ribelle, ha lasciato il campo alle figlie. Presidente resta lui che ha dimenticato la rabbia degli ultimi anni per scoprirsi buono. Le parolacce ci sono, ma restano confinate dentro Villa Pacelli. Arriveranno nel libro. Qualcuna uscirà l’anno prossimo, all’ottantesimo compleanno della Roma. Il Campidoglio ha già pronta una sala per la presentazione: proiezioni, filmati storici, vecchio, nuovo, antico, moderno, troveranno le foto dell’ingegner Silvio che costruisce il campo del Testaccio e finirà con il Christian Totti che consegnerà una targa a Sensi. Il sindaco juventino Walter Veltroni ha fatto la prova generale a luglio scorso, quando il presidente della Roma ha compiuto 80 anni: saluto, bacio, mezz’ora di discorso. Roma, la Roma, i romani. D’Alema non è detto che sia invitato.

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