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Pier Luigi Bersani

Ieri, giorno di grandi riunioni in casa Pd sulla legge elettorale europea da votare in serata, Pier Luigi Bersani – ministro ombra dell’Economia e contendente in nuce alla leadership veltroniana – ha scelto il basso profilo, in sincronia perfetta con il fronte dalemiano del partito (che di Bersani è, se non ancora kingmaker esplicito, quantomeno sostenitore implicito).

4 Febbraio 2009 alle 00:00

Ieri, giorno di grandi riunioni in casa Pd sulla legge elettorale europea da votare in serata, Pier Luigi Bersani – ministro ombra dell’Economia e contendente in nuce alla leadership veltroniana – ha scelto il basso profilo, in sincronia perfetta con il fronte dalemiano del partito (che di Bersani è, se non ancora kingmaker esplicito, quantomeno sostenitore implicito). Basso profilo, per uno che invece sogna di dare un bel “drizzone” al pericolante Partito democratico, come si dice a Bettola, provincia di Piacenza, luogo natio del ministro ombra, vuol dire votare “sì” allo schema veltronian-berlusconiano dello sbarramento al quattro per cento. Votare “sì” anche se si preferirebbe il tre per cento, e peraltro durante la riunione che, stando ai bisbiglii della vigilia, avrebbe potuto sancire l’emersione ufficiale del fronte del no a Veltroni stesso. Basso profilo, per il gioviale ma non diagonale Bersani, vuol dire far parlare il segretario mentre chiede “disciplina di partito” e si dice “amareggiato” per le parole dei giorni precedenti (parole più o meno apertamente critiche di D’Alema e di Bersani, appunto). Vuol dire sopprimere la voglia matta di tirare fuori la piattaforma alternativa – “qualche idea ce l’ho”, ha detto Bersani due giorni fa. Ma a fine dicembre, in un’intervista a Repubblica, aveva già pronunciato una frase inequivocabile: “Se serve non mi tiro indietro”.

E infatti, ieri, con basso profilo, Bersani ha tirato fuori non le idee ma qualcosa di apparentemente pacioso e super partes. Concentriamoci sulla crisi – ha detto – non dividiamoci in fronte del sì e del no allo sbarramento. E anche se ha smentito di avere, per il momento, mire dirette sulla segreteria, di fatto sono mesi che continua a indicare la sua via per un partito “che prenda le mosse dalle esperienze locali e poi vada a rappresentarle a Roma, e non un partito dove ognuno parli restando a casa sua” (come ha detto a Edmondo Berselli sull’Espresso, una settimana fa), un partito in cui “si esca dai recinti e si faccia la mossa del cavallo”, come spiegava a Repubblica nella primavera del 2008, con gran fioritura di metafore agresti, quelle che, a suo dire, hanno sostituito il linguaggio involuto dell’ex studente di filosofia laureato a Bologna con tesi su san Gregorio Magno, rapito dal trotzkismo in gioventù e restituito al mondo dopo un breve passaggio alle Frattocchie – scuola di partito da cui Bersani non ha voluto prendere l’abitudine a un eloquio denso di equilibrismi e citazioni, preferendo il motto popolare “meglio gli esempi”.

E siccome il ministro ombra è cresciuto lungo l’antica via
che i mercanti percorrevano per portare il grano da Piacenza a Genova e l’olio da Genova a Piacenza, tra osterie e alacri botteghe artigiane, persino i suoi esempi sono radicati sul territorio. E sono talmente frequenti, e visivamente potenti, che pure i compagni di partito hanno preso a citarli, tanto che oggi D’Alema usa senza snobismo la metafora bersaniana del “budino che dev’essere mangiato sennò non si capisce se è riuscito o no”, e ci fu chi invidiò a Bersani la frase pronunciata per rabbonire la famiglia romana che lo ospitava a pranzo durante il tour elettorale del 2008: “Non voglio fare come il calzolaio che si lamenta perché ha le scarpe bucate”, e fu un tripudio di sorrisi immortalati dal settimanale “Oggi”, fu empatia immediata tra l’elettore stanco e il politico che sa dire: “Non voglio cavarmela così, sarebbe troppo facile”, quando potrebbe giustificarsi con un “sa, signora, è tutta colpa del governo precedente”.

Il fatto è che Bersani vuole un partito “con i piedi nella società”,
più attaccato alla terra degli alberi che addolciscono i colli piacentini, un partito non “insostenibilmente leggero”, come disse l’allora ministro dello Sviluppo a Europa, più di un anno fa. Un partito non liquido, giacché per il mondo delle paure liquide e degli amori liquidi basta e avanza Zygmunt Bauman, il filosofo che tanto piace al filosofo Bersani – al punto da indicarlo tra le letture preferite sul suo sito internet, accanto alle “Lettere dalla prigionia di Aldo Moro” e a “La vita quotidiana a Bologna al tempo di Vasco Rossi” di Enrico Brizzi, e si sa che Vasco (per Bersani) non si discute, si canta. E addirittura c’è chi pensa, nel partito, che Pier Luigi Bersani sogni di diventare il Vasco del Partito democratico: uno che, come il cantore della vita spericolata, quando fa un disco nuovo non sai mai che cosa dirà ma sai che di sicuro dirà qualcosa di spericolatamente taumaturgico. “Altro che cattivo maestro, io lo metterei tra i terapeuti”, diceva il ministro ombra del suo cantante prediletto, e si capiva che l’ammirazione poteva trascolorare in metamorfosi emulativa.

Il “concentriamoci sulla crisi” detto ieri dal ministro ombra
dell’Economia proprio mentre Massimo Cacciari, sul Giornale, lo invitava a “scoprire le carte”, era pura espressione di lungimiranza bersaniana, un programma di battaglia che vuol sembrare un buffetto di incoraggiamento dato a Walter e ai poveri compagni smarriti. E però ogni volta che Bersani dice “concentriamoci sulla crisi” si vede che c’è qualcosa che ribolle oltre le parole, basta guardare quel sopracciglio alzato, soltanto uno, quelle labbra strette che per sorridere quasi scompaiono all’indietro, quella testa che si piega di lato, un po’ conciliante un po’ discordante, quelle rughe profonde ma mai tristi, ché Bersani, ex ragazzo di paese, ha dentro la serenità di chi sa che il giorno rinasce sui campi ogni mattina, e ogni mattina si alza, come il papà benzinaio, con la consapevolezza che i problemi ci saranno sempre, questa è la vita ed è inutile che fai la lagna perché “la tristezza è un lusso da ricchi”, come dice il ministro ombra a se stesso e alle sue figlie, a cui però ha anche consigliato di seguire la propria strada in barba allo stipendio previsto o presunto: meglio studiare storia medievale con passione che economia stancamente, tanto “non ci si può organizzare la vita calcolandola”.

In mezzo a Bettola scorre il fiume, e Bersani ne ha nostalgia.
L’ha detto a Daria Bignardi che lo intervistava per le Invasioni barbariche, l’ha detto a Vittorio Zincone che lo intervistava per il Magazine del Corriere: il fiume della mia infanzia, il fiume senza il quale essere bambini non ha senso, il fiume a cui guardare come luogo dell’anima – roba che neppure Veltroni con l’Africa – il fiume galeotto dell’incontro con la “morosa” che poi divenne moglie: Daniela la farmacista tosta che non sciopera con i farmacisti se il marito stende una lenzuolata di liberalizzazioni sui farmaci, Daniela la donna di polso che telefona ai giornali locali se questi si mettono a contare le presenze in aula del marito – come si permette?, mio marito lavora da morire – disse un giorno a un cronista, e hai voglia a rispondere che nessuno l’aveva messo in dubbio.

Bersani odia le utopie, ha detto, ma anche chi si “acquatta”.
E a volte però si vede che gli verrebbe voglia di acquattarsi un po’, specie quando va in tivù e si guarda le mani abbassando lo sguardo, come il più timido dei timidi, ma poi gli occhi lo tradiscono, il guizzo sardonico lo rende perfettamente credibile come ministro danzante al concerto degli Ac/Dc, come picconatore di miti – nel Pantheon del Pd non voglio né Berlinguer né Craxi, disse mentre Fassino si affannava ad assemblare padri nobili – e finanche come buon bevitore che riesce a far ubriacare Enrico Letta senza neppure sentirsi alticcio.
E si capisce che tutto per Bersani si può fare tranne che accodarsi ai “pifferai-miliardari” seguaci dell’“onirico” Giulio Tremonti, contro cui si è scagliato nella dichiarazione di intenti fatta all’Espresso, quando ha illustrato a Edmondo Berselli la sua visione del mondo pidiessino, e però più Berselli esclamava “ma questa è una candidatura a leader!”, più Bersani sgusciava via. E se ne infischiava, il ministro ombra, se un vicino di casa piacentino intanto scriveva ai giornali lamentando la mancata spalatura della neve davanti a casa Bersani, se ne infischiava di chi lo metteva in guardia: tu diventi forte se Renato Soru in Sardegna si indebolisce. Se ne infischiava e ribadiva cose dette mesi fa e ignorate da chi ancora vedeva Veltroni saldo sulla poltrona di segretario: che il Pd dev’essere altro da ciò che è, e cioè come l’Avis, un’associazione di volontari della politica, un gioco di squadra, e se sei capitano o panchinaro poco importa. E spaziava, Bersani, facendo dichiarazioni su temi che esulavano dalle competenze di ministro ombra, e si addentrava in riflessioni sul testamento biologico con macabra poeticità, ragionando sulla “morte irta di tubi”.

E in tutto questo mischiare e volersi mischiare,
in questo voler dire “no” alle correnti e “sì” al camminare insieme, in questo citare canzoni, cantanti e luoghi remoti, Bersani appariva più messianico del Veltroni del Lingotto, quello visionario e liquido che il ministro ombra sfiderà quando smetterà di negare la sfida. 

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