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Rahm Emanuel

Se il governo del presidente eletto Barack Obama battesse moneta propria, come fosse una città-stato della Grecia arcaica, sul conio sarebbe impressa l’effigie di Rahm Emanuel. Non c’è nulla che inquadri meglio la figura del capo dello staff alla Casa Bianca, del suo serio, sistematico, lussurioso rapporto con il denaro.

27 Dicembre 2008 alle 00:00

Se il governo del presidente eletto Barack Obama battesse moneta propria, come fosse una città-stato della Grecia arcaica, sul conio sarebbe impressa l’effigie di Rahm Emanuel. Non c’è nulla che inquadri meglio la figura del capo dello staff alla Casa Bianca, del suo serio, sistematico, lussurioso rapporto con il denaro. Nei suoi sei anni di militanza al Congresso, e anche prima, nel ruolo di consigliere di Clinton, poche cose erano note come la sua abilità di squalo nel trovare fondi e maneggiare banconote verdi. E i soldi, appunto, sono anche il filo rosso che tiene insieme lo scandalo del governatore dell’Illinois, Rod Blagojevich, detto Blago, colto in castagna mentre cercava di vendere il seggio del Senato lasciato vuoto da Obama.

Un’indagine di oltre quattro anni ha portato a galla il sottosuolo marcio di Chicago, fatto di favori, amici, imprenditori, giornali nemici, soldi che pagano favori per conto di amici e così via. Il procuratore federale Pat Fitzgerald – personaggio che sembra uscito da una sceneggiatura di Batman, nella parte di quello duro e puro che combatte il crimine con fare moraleggiante – ha dischiuso non un quartierino ma un impero, dove un pugno di dinastie accrescono per mitosi il proprio potere sulla città e sullo stato. Fra tutti i nomi coinvolti nello scandalo – supposti o manifesti – quello di Rahm Emanuel più di ogni altro rimbalza fra i taccuini dei giornalisti di Chicago e nei palazzi di Washington dove Obama sta preparando una transizione al potere più difficile del previsto. Lui, secondo gli speculatori, dovrebbe essere il misterioso “adviser” citato più volte nelle conversazioni di Blagojevich, e nel film della Chicago corrotta avrebbe fatto la parte dell’intermediario per conto di Barack Obama. Greg Craig, l’avvocato che difese Clinton dall’impeachment e prossimo consigliere alla Casa Bianca, ha redatto, su precisa richiesta di Obama, un documento di cinque pagine dove si spiegano tutti i contatti avvenuti fra lo staff del presidente eletto e il governatore Blagojevich.

Emanuel avrebbe fatto soltanto “una o due telefonate
fra il 6 e l’8 novembre” a Blagojevich e “circa quattro” al capo del suo staff, John Harris. Con loro non avrebbe parlato, se non in termini leciti e appropriati, del seggio del Senato, ma al centro delle conversazioni ci sarebbe stato invece il seggio lasciato libero da Emanuel alla Camera. L’indagine di Craig restituisce un Rahm Emanuel completamente pulito, salvato con mossa pronta direttamente da Obama. Da un’inchiesta interna, del resto, non ci si potevano aspettare grandi sorprese. Secondo il Chicago Sun-Times, le chiacchiere fra Emanuel e Blagojevich sul seggio alla Camera invece di migliorare la posizione del capo di gabinetto di Obama, in un certo senso la peggiorano. Il quotidiano sostiene che Emanuel tentasse di mettere insieme una strategia per tenere caldo il suo posto di deputato del Quinto distretto dell’Illinois in vista di un eventuale ritorno a Capitol Hill dopo l’esperienza alla Casa Bianca. Emanuel, secondo molte inchieste, sarebbe stato ad un passo dal posto di speaker della Camera (occupato da Nancy Pelosi) e le conversazioni con Blagojevich sarebbero state ispirate dalla sua voglia di non perdere, un domani, la posizione duramente guadagnata in sei anni di lavoro.
Quel che è certo è che nelle ultime settimane, almeno fino all’antivigilia di Natale, quando è partito per l’Africa con la famiglia, l’olimpico Rahm Emanuel è andato in debito d’ossigeno.
Poco dopo che il caso era scoppiato, Emanuel non si è presentato a una conferenza stampa del presidente eletto, mentre secondo il protocollo non scritto dovrebbe sempre posare alle sue spalle.

I reporter d’assalto del Chicago Sun-Times hanno avuto la soffiata
buona e sono andati a beccarlo all’uscita della Chicago City Hall, dove i figli partecipavano al concerto della scuola ebrea ortodossa Anshe Emet, la stessa che Emanuel ha frequentato nella prima gioventù. Prima ancora che gli chiedessero se era lui “l’adviser”, l’umore di Emanuel si era già messo di traverso. Cronisti cacciati in malo modo, registratore spaccato, fine della questione. Micheal Sneed, editorialista del Chicago Sun-Times, ha scritto di aver sentito dei “rumbles”, dei brontolii, secondo cui nelle intercettazioni in mano ai federali ci sarebbe notizia di ventuno telefonate di Emanuel allo staff di Blagojevich dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, data cioè in cui il seggio di Obama al Senato è diventato ufficialmente vacante e la palla è rimbalzata al governatore Blagojevich. Sneed butta soltanto il sasso; non fornisce prove e mette giù la storia delle ventuno chiamate in poche righe coniugate al condizionale. Il giorno dopo su tutti i giornali esce la storia che Rahm Emanuel avrebbe iniziato una fitta serie di conversazioni con lo staff di Blagojevich pochi giorni dopo la vittoria elettorale allo scopo di appuntare Valerie Jarrett al Senato. E non c’è soltanto lei: Rahm avrebbe avuto per le mani un’intera lista di opzioni per il governatore Blagojevich. La cinquantaduenne avvocato di origini iraniane cresciuta a Chicago è stata intanto nominata da Obama senior adviser nella nuova Amministrazione, quindi niente seggio a Capitol Hill e trattative ancora aperte.

Nella nube di nomi e cifre che si è addensata su Chicago
, il presidente eletto ha esorcizzato i cattivi pensieri altrui nominando membri del governo ad un ritmo impressionante, facendo sì le conferenze stampa di rito ma evitando di rispondere a domande su Blagojevich e zone limitrofe. Il giornalista del Chicago Tribune John McCormick non ha fatto in tempo a finire la sua domanda sulla famigerata lista nelle mani di Emanuel che Obama l’ha interrotto: “John, John – ha detto Obama – non voglio che sprechi la tua domanda. Ho già detto che è inappropriato per me commentare la situazione”. Poi Obama si è fatto minaccioso: “A proposito, non mi pare che la storia raccontata nel tuo articolo sia fondata”. Un appunto che dalla bocca dell’etereo Obama equivale a un fulmine di Zeus che si abbatte sul popolo atterrito.
Rahm Emanuel è tornato alla luce il 17 dicembre dopo la presentazione di Ken Salazar al dipartimento dell’Interno e Tom Vilsack all’Agricoltura. Ha scambiato qualche battuta con il consigliere David Axelrod, amico fraterno e mago della campagna elettorale. Il capo delle staff e David Axelrod si conoscono da parecchio tempo e la loro amicizia è stata santificata dalla firma della ketuba, il contratto matrimoniale della tradizione ebraica. Emanuel ha voluto che fosse Axelrod a fare da testimone al suo matrimonio con Amy Rule e secondo la tradizione ebraica – osservata scrupolosamente dall’ortodosso Emanuel – è una richiesta che si fa soltanto agli amici più intimi. La fede giudaica è un retaggio di cui Emanuel è fiero ed è abitudine della famiglia frequentare la Anse Sholom B’nai Israel, una congregazione ortodossa che ha la sua sede nella parte nord di Chicago.

La famiglia di origine di Rahm è il perfetto incrocio
fra l’ortodossia ebraica e la filantropia della Chicago borghese dedita al bene del prossimo, magari con un tocco di white guilt. Il padre Benjamin era un pediatra di Gerusalemme, membro del gruppo sionista Irgun sciolto nel 1948 che rivendicava la potestà giudiaica sulla Palestina anche attraverso l’uso delle armi. Irgun è stato spesso descritto in occidente come un movimento terroristico. Per cementare il senso di appartenenza, nelle estati della giovinezza, Rahm volava in Israele per i summer camp dell’esercito e nel 1991, durante la guerra del Golfo, riparava i freni dei camion nelle basi israeliane del nord ma la sua assistenza volontaria non è inquadrata come un arruolamento. Si è fidanzato, a sorpresa, con la non ebrea Amy Rule ma questa si è opportunamente convertita qualche mese prima del matrimonio e ora se ne sta felicemente nella casa di Chicago ad accudire i loro tre figli.
Il nonno materno lavorava per il coordinamento dei sindacati di Chicago e la madre dà consulenze psichiatriche gratuite alle persone che non se le possono permettere. Con questi due pilastri a sostegno e ben fertilizzato dall’ambiente sulfureo di Chicago, dove soltanto gli stomaci più forti sopravvivono, Emanuel è diventato una specie di macchina da soldi e un sicario spietato dei suoi avversari. Nell’ambiente è conosciuto come “Rahmbo”.
 Come ogni buon obamiano, il suo inizio in politica è al servizio di Bill Clinton nella campagna del 1992, dopo appena otto anni di gavetta in campagne minori nelle quali l’allora giovane Rahm viene iniziato ai misteri del fund-raising.

Clinton si accorge che il ragazzo è un mastino
e dopo la campagna lo assume come consigliere. L’esperienza funziona, a parte la super riforma del sistema sanitario di cui Emanuel si occupa e che si risolve in un nulla di fatto. Nel 1998 Rahm sorprende tutti abbandonando la politica di Clinton (ma non Clinton) per darsi alla carriera finanziaria in diverse banche di investimento e società di consulenza. A parte il conflitto sulle cifre (c’è chi parla di diciotto milioni messi da parte in meno di tre anni), il brizzolato Emanuel riceve la definitiva qualifica di uomo smagato e cinico; agli occhi dei critici diventa il prototipo dello stronzetto intrallazzone di Chicago, sempre in precario equilibrio fra gli amichetti del quartiere, l’alta finanza e la sinagoga. Nel 2000 Clinton in persona lo nomina membro della direzione di Freddie Mac, una delle due teste del mostro dei mutui e due anni dopo decide di fare il suo grande ritorno in politica. Sguardo beffardo e tasche gonfie, Emanuel riesce a farsi eleggere alla Camera nel quinto distretto dell’Illinois. E qui viene il bello.
La premessa è che l’Illinois è un feudo del Partito democratico.

Per i candidati dell’asinello farsi eleggere è solitamente una formalità, soprattutto nel quinto distretto, la zona nord di Chicago, popolata da varie specie di borghesie rampanti e molto liberal. L’eccezione repubblicana è arrivata alla fine del 1994, quando il democratico e clintoniano Dan Rostenkowski l’ha fatta troppo grossa con lo scandalo delle poste, una truffa ingegnosa ai danni del Congresso che gli costò un anno abbondante di prigione e un interregno di due anni per il Gop. Si capisce dunque che la vera sfida nel quinto distretto si gioca alle primarie del partito, in cui certamente contano molto la bravura e l’acume politico ma più di tutto vale un buon piazzamento nella piramide sociale e molti soldi. Un po’ bisogna saperci fare e un po’ i colleghi di partito devono lasciartelo fare.
Sulla pecunia Emanuel fa impressione: nella campagna del 2002 raccoglie più di tre milioni di dollari contro gli ottocentomila del suo principale avversario alle primarie e i quattrocentomila dello sfidante repubblicano. Il suo predecessore al seggio della Camera ne aveva raccolti poco più di ottocentomila e, per inciso, si chiamava Rod Blagojevich. Tra i contributori di spicco di Rahm Emanuel ci sono Freddie Mac, Citigroup, JP Morgan, Goldman Sachs, vari sindacati, imprenditori del real estate e compagnie assicurative.

La vittoria schiacciante del 2004
(76 per cento dei voti) arriva grazie a un milione e mezzo di dollari e il primo contributore è il Citadel Investment Group, colosso dei derivati finanziari di Chicago. La rielezione del 2006 – un gioco se possibile ancora più semplice di due anni prima – arriva con una quantità simile di danari, ma il dato più interessante è la mappa dei donatori: nonostante siano elezioni che interessano essenzialmente il bacino dello stato, i donatori fuori dai confini dell’Illinois contribuiscono in modo decisivo alla campagna elettorale e il solo stato di New York supera abbondantemente la quota raccolta sotto i palazzi di Chicago. Gli ottimi rapporti di Emanuel con Wall Street danno frutti verdi e con buona filigrana. La tornata di quest’anno riporta Rahm attorno ai tre milioni di dollari e nella parte alta della classifica dei contributori compare anche Lehman Brothers. Le tecniche eterodosse con cui Emanuel racimola i soldi hanno suscitato nell’immaginario mediatico leggende spettacolari. Si sa che Emanuel usava inviare una cheese cake fatta da una nota pasticceria di Chicago come ringraziamento ai donatori più generosi; per una sorta di inversione logica, si è diffusa la voce che a un donatore che tentava di smarcarsi, Emanuel abbia fatto recapitare una busta con un pesce marcio. L’altra tecnica ormai codificata gioca sul senso di colpa. Il donatore spara una cifra, lui rifiuta perché la ritiene talmente bassa da essere imbarazzante e riattacca il telefono. Dall’altra parte della linea scatta il ricatto psicologico e il donatore, contrito, richiama con un’offerta onorevole. Anche il carattere da pitbull ha originato una leggenda. Dopo la rielezione di Bill Clinton nel 1996, Emanuel, seduto al tavolo con una decina di alti consiglieri, ha preso un coltello e in preda a una specie d’invasamento sacro ha iniziato a piantarlo nel legno del tavolo gridando i nomi degli avversari che l’armata clintoniana aveva sopraffatto nel corso della campagna. Certo, sono soltanto leggende.

Durante i sei anni a Capitol Hill, il nome di Rahm Emanuel
ha acquistato un enorme peso specifico, tanto da valergli la nomina di capo del Caucus democratico alla Camera. Rispettato e temuto in tutti i palazzi buoni del potere, Emanuel può permettersi di trattare con tutti e non guardare in faccia a nessuno, proprio come Josh Lyman, il personaggio della serie tv West Wing che alcuni sostengono essere ispirato proprio a Emanuel. L’ingresso alla Casa Bianca come capo dello staff del presidente rompe molti equilibri interni ben calcificati. I solitamente ben informati cronisti di The Politico nei giorni scorsi hanno dedicato un articolo ai malumori con lo speaker della Camera, Nancy Pelosi, che teme di vedere il suo potere scavalcato dalle triangolazioni interne fra la Casa Bianca e le correnti dei New Democrats (di cui fa parte Emanuel) e dei Blue Dogs, l’ala conservatrice del partito. Guardando tutto questo, probabilmente Emanuel ride in modo crasso: ora che è diventato il santone occulto della Casa Bianca, l’invisibile architetto che manovra i congegni del potere, può riscuotere tutti crediti contratti nei lunghi anni di servizio a Capitol Hill. E il mestiere dell’esattore gli riesce che è una meraviglia.
La settimana prossima i vertici della nuova Amministrazione potranno – secondo la formula di Obama – “correggere le tante speculazioni della stampa” sul presunto coinvolgimento di Rahm Emanuel (e quindi dello stesso presidente eletto) nella sporca vicenda del governatore Rod Blagojevich, e non c’è dubbio che i personaggi in causa siano al momento al di sopra di ogni sospetto.

D’altronde, la libertà di telefonata è sacra
se anche dovesse venire fuori che i due hanno conversato amabilmente per ore e ore, il fatto in sé proverebbe ben poco. Poi c’è l’aristotelica legge della poetica, la verosimiglianza. Rahm Emanuel incarna non soltanto un ruolo, una carica, ma un potere in senso lato, con un suo stile e suoi tic. E’ lui il prototipo della classe dirigente che dopo essersi formata a Chicago cerca di esportare il modello su larga scala ed è determinata a farlo in modo sfacciato, senza fronzoli e con più di un accenno di rivalsa. Il fatto che Emanuel si stia preparando a diventare – o sia già diventato – il collo di bottiglia attraverso cui devono forzatamente passare i flussi del potere, e che i tratti della sua figura politica siano scolpiti nel marmo piuttosto che appena abbozzati, non prova assolutamente niente nella cinematografica vicenda del governatore Blagojevich. Ma almeno prova il fatto che chiunque abbia il numero di telefono di Rahm Emanuel farebbe bene a conservarlo con estrema cura, come si conserva una reliquia.

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