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Vivo nella paura, ma in quella vignetta c’è la nostra libertà

Kurt Westergaard ha un sistema di allarme che può azionare in caso di pericolo. Basta premere il pulsante e gli agenti della sicurezza piombano nel suo ufficio. Il kamikaze che la scorsa settimana ha sventrato l’ambasciata danese a Islamabad, lasciando a terra otto pachistani e un cittadino danese, poteva benissimo colpire Westergaard a Copenaghen.

6 Giugno 2008 alle 00:00

Kurt Westergaard ha un sistema di allarme che può azionare in caso di pericolo. Basta premere il pulsante e gli agenti della sicurezza piombano nel suo ufficio. Il kamikaze che la scorsa settimana ha sventrato l’ambasciata danese a Islamabad, lasciando a terra otto pachistani e un cittadino danese, poteva benissimo colpire Westergaard a Copenaghen. L’attentatore faceva parte del Lashkar-i-Jhangvi, responsabili dell’uccisione del giornalista americano Daniel Pearl. I terroristi erano quasi riusciti ad assassinare Westergaard lo scorso febbraio, per un soffio è stato messo in salvo dall’intelligence.

Quest’uomo di cui fino a poco tempo fa non si conosceva neppure il volto, è l’autore dell’unica vignetta su Maometto che gli islamisti non sono riusciti a dimenticare da quando, nel settembre di tre anni fa, il quotidiano Jyllands Posten contattò 25 vignettisti per un progetto sulla libertà d’espressione. Tredici di loro rifiutarono, gli altri dodici accettarono di firmare i lavori satirici. Westergaard è il più celebre dei dodici, il fuggiasco che dipinse il Profeta dell’islam con un turbante simile a una bomba con la miccia accesa. “La sua vignetta è una delle più grandi icone del XX secolo” ha detto il capo della cultura al Posten, Flemming Rose. In questa intervista al Foglio, Westergaard ha accettato di raccontare la propria vita di artista accerchiato, sul quale comandanti talebani, jihadisti di al Qaida e imam di tutto il mondo hanno posto taglie e fatwe di condanna a morte. Westergaard oggi vive nella quinta “casa sicura” che il governo Rasmussen gli ha messo a disposizione. Il religioso pakistano Mohammed Yousaf Qureshi ha annunciato che pagherà fino a un milione di dollari chi gli porterà la testa del vignettista blasfemo. Molto di più di quanto gli americani offrano per i capi di al Qaida in Iraq. “Chiunque insulti il Profeta merita di morire” recita la fatwa. Il defunto leader talebano Dadullah aveva posto una ricompensa di cento chilogrammi d’oro.

Nel frattempo, la Biblioteca reale danese, fondata nel XVII secolo da Federico III, ha acquisito le caricature. “Non siamo interessati a mostrarle” ha chiarito la portavoce della Biblioteca reale Jytte Kjaergaard, “ma a conservarle per le future generazioni, perché fanno parte della storia della Danimarca. Saranno trattate come un libro raro”. La vignetta di Westergaard sarà custodita al fianco degli scritti di Hans Christian Andersen e Soren Kierkegaard. Un’indagine della polizia ha fatto luce su un piano terrorista finalizzato a uccidere Westergaard nella sua stessa casa. I terroristi erano già riusciti a entrarvi, sono stati trovati in possesso di una planimetria dell’edificio. Westergaard è il re dei “bladettegner”, i vignettisti dei quotidiani. Ma a 72 anni è costretto a vivere all’ombra del servizio segreto. Una volta lo hanno trasferito all’Hotel Radisson di Aarhus, ma dopo tre settimane ha dovuto abbandonarlo per i pericoli che la sua presenza poneva agli altri ospiti. La moglie ha persino dovuto abbandonare il lavoro all’asilo.

Kurt si trovava in Florida, in visita dai figli,
quando è scoppiata la rivolta contro la vignetta nelle piazze del medio oriente. “Ho visto in tv la bandiera danese bruciata, è stato terribile. Temo per la mia vita da quando l’intelligence mi ha informato di piani concreti per assassinarmi. Devo continuare a fare il mio lavoro, ma è triste che tutto questo sia diventato un fatto nella mia vita”. Da allora ha vissuto come un topo in gabbia. “Vivere in quelle ‘case sicure’ è stata la cosa più deprimente. Dipendi da poche piccole cose, dal tuo bagno, da quelle poche pareti. Mia moglie portò via alcune cose da casa nostra, come una candela, un dipinto, voleva ricreare l’atmosfera familiare”. Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen ha detto che “purtroppo in Danimarca ci sono ancora gruppi di estremisti che non rispettano i princìpi fondanti della nostra democrazia. In questo paese non c’è solo la libertà di pensiero e di parola, ma anche di disegnare”. Abdullah Mehsud, giovane capo talebano ex prigioniero di Guantanamo, ha annunciato che una dozzina di terroristi sono stati addestrati per infiltrarsi in Danimarca con l’obiettivo di uccidere Westergaard. Osama bin Laden e Ayman Al Zawahiri hanno inneggiato al jihad contro i vignettisti, Youssef al Qaradawi ha chiesto le scuse ufficiali, il capo di Hezbollah Nasrallah ha detto che se Rushdie fosse stato ucciso Westergaard non avrebbe osato tanto, a Trebisonda don Andrea Santoro è stato assassinato nell’impeto che ha travolto tutto e tutti, ambasciate sono state incendiate e ci sono state stragi in Africa. L’ufficio di Westergaard è stato più volte evacuato per allarmi bomba e oggi è circondato da telecamere. Un imam di Aarhus, la seconda città danese, in tv ha detto che dovevano ricordarsi di Theo van Gogh. Il 12 maggio 2006 Abu Yehya al Libi, capo jihad in Afghanistan, in un video si augura che “Allah tagli le loro mani”. Uccidere i vignettisti diventa “halal”, una cosa buona. Christopher Hitchens l’ha chiamata “la Notte dei cristalli della libertà”. “Un piccolo paese democratico con una società aperta, un sistema di pluralismo confessionale e una stampa libera è diventato oggetto di una straordinaria, incredibile campagna organizzata di menzogne, odio e violenza”.

Per non insospettire i terroristi ancora a piede libero, Westergaard ha dovuto trascorrere lo scorso Natale nella casa dove avevano intenzione di ucciderlo, invitò gli amici e i familiari per la vigilia. Per un giorno gli fu chiesto di proseguire la vita di sempre. “Tutti in famiglia sapevano cosa stesse accadendo, fu una grande gioia esserci nonostante le circostanze. Quel Natale fu surreale, quando c’è un uomo dei servizi segreti che serve la cena in casa tua, è tutto molto strano. Nella mia fantasia non avrei mai immaginato nulla del genere. Sarebbe molto più difficile se nella mia situazione ci fosse un giornalista o un ritrattista più giovane. Sono vecchio, non mi ridurranno al silenzio”. E’ uno degli uomini più braccati d’Europa. “Il giornale per cui lavoro è laico e liberal, è un quotidiano con una storia molto importante. I miei colleghi sono stati sempre solidali con me, a partire dal direttore. C’è gente che è venuta a ringraziarci del lavoro che stavamo svolgendo. E’ stato importante per me continuare a lavorare. Non mi pento di aver realizzato quella vignetta. Lo farei di nuovo perché la vignetta è stata un catalizzatore in cui si intensifica l’adattamento dell’islam. Sono sempre più convinto che, nonostante gli incidenti e gli attentati, anche grazie alle nostre vignette presto o tardi ci sarà una resa dell’islamismo nei confronti dei nostri princìpi. Poteva essere un libro, un film, un’opera teatrale, ci sono stati i disegni satirici. Era inevitabile. Non possiamo vivere in una società dove esistono due standard, il nostro e il loro, la libertà e l’intimidazione”.

In gioco, fin dall’inizio, c’era la libertà d’espressione. “Le vignette, almeno la mia, sono simboli della libertà di parola. Nel tempo dello scontro di cultura, io sono ottimista che la nostra, che è la cultura della libertà e della critica, prevarrà. Io sono un ateo, non ho una religione, ma ho sempre difeso le persone nella loro libertà religiosa, sempre. Sono convinto, come dice la Bibbia, che Dio abbia creato l’uomo a propria immagine. Ma che sia vero anche il contrario, l’uomo ha creato Dio a propria immagine”.
Westergaard ha ricevuto l’appoggio di tanti intellettuali musulmani. “Chi è che offende? Il disegnatore che ha fatto una vignetta o le reazioni incontrollate che rivendicano il ripristino della polizia censoria e i tribunali dell’Inquisizione?” chiede la scrittrice tunisina Raja Benslama. L’intellettuale Omran Silman dal Bahrain dice che “dovremmo ringraziare il quotidiano danese perché ha infranto un tabù tra i musulmani facendo fare un passo in avanti al processo di riforma religiosa dell’islam”. E l’oppositore siriano Malek Hassan lancia un appello: “Difendiamo la Danimarca, ci ha offerto l’opportunità di emanciparci dalla schiavitù dei Fratelli musulmani, dei takfiriyin (chi condanna di apostasia i musulmani) e di tutti gli ayatollah”. Commenta Westergaard: “Ora i burocrati dell’islam sanno che devono adattare la propria visione ai nostri standard. Le vignette hanno aiutato anche i dissidenti dell’islam e i musulmani non fanatici”.

Westergaard ha trasformato la rabbia in lavoro.
“Per me e mia moglie è stato un periodo di depressione, non sapevamo quando saremmo tornati a casa, ci muovevamo sempre. Non sono un violento, dovevo cercare spiritualmente di ricavare il meglio da questa situazione. Vivo nella clandestinità, protetto dai servizi segreti, il Pet, un’autorità nella mia vita privata. Non potrei vivere mai senza di loro. Mia moglie ogni mattina prima di uscire mi dice: ‘Il servizio è con te oggi’. Devo accettare di aver realizzato l’unica vignetta che non hanno dimenticato”.
Dice che c’è un lato vantaggioso nel fatto di avere 72 anni. “Sono vecchio, non ho molto tempo ancora, non ho più tanta paura perché non ho più tanto da perdere. E poi devo reagire. La mia vita sta raggiungendo la fine. Inoltre, vivo in una famiglia multietnica, dove le grandi religioni, anche l’islam, vivono in armonia. E’ un bel modo di rovesciare il razzismo. La mia famiglia è il risultato della sessualità globalizzata. E ha reagito benissimo alla situazione. Anche i nipoti sapevano che cosa stesse accadendo”.

La pubblicazione delle vignette ha a che fare con la storia danese. “La Danimarca fu uno dei pochissimi paese in Europa da dove gli ebrei non furono deportati, ma salvati. Abbiamo una grande tradizione di accoglienza. Qui i musulmani possono diventare ricchi, essere liberi e sostenuti persino nella scelta della scuola da parte dello stato. L’obiettivo della mia vignetta era semplice: dimostrare che ci sono terroristi che traggono dall’islam le munizioni spirituali. La vignetta non era sull’islam, ma su una parte dell’islam. Era rivolta ad alcuni musulmani che stanno usando la religione per commettere attentati terroristici. Non ai musulmani in generale, ma esclusivamente a coloro che fanno violenza in nome della religione. Oggi abbiamo di fronte una forza totalitaria, come lo furono nazismo e comunismo. Una parte dell’islam può essere usata come ispirazione per uccidere le persone, terrore, intolleranza. Può essere l’arma dei fanatici. Ci sono fanatici ovunque, in Italia c’erano le Brigate rosse. La vasta maggioranza dei musulmani danesi è onesta, gente che lavora e vuole un futuro per sé e i propri figli”.
Westergaard si aspettava la seconda crisi delle vignette. “Già a novembre, il servizio segreto mi aveva avvertito che sarei stato evacuato perché c’era un commando pronto a uccidermi”. Non abbandonerà mai la Danimarca. “Non lascerò il mio paese, sarebbe la capitolazione. La resa. Molte persone mi hanno offerto riparo in Israele, in Germania, nell’isola di Faro, in Francia. Alcune donne mi hanno chiesto di sposarle. E’ buffo. Moltissimi mi fermano per strada per dirmi, ‘ben fatto’ o ‘siamo con te’. Ma non dimentichiamo che dall’inizio di questa vicenda, il giornale e io abbiamo ricevuto migliaia di minacce di morte. Non ho ancora controllato, ma penso che siano arrivate anche in questi giorni. Nel mio ufficio ho un pulsante per l’allarme. Una volta l’ho usato quando un gruppo mi gridò: ‘Brucerai all’inferno’. Prima degli arresti di febbraio ero in grado di vincere la paura. Tutto poi è cambiato”.

Non può che farsi coraggio, come se sapesse che l’inizio e la fine di questa storia non gli appartengono. “Pablo Picasso incontrò un ufficiale tedesco nel sud della Francia. Quando questo capì con chi stava parlando, gli chiese: ‘Ah, dunque sei tu ad aver realizzato Guernica?’. Picasso rispose: ‘Non sono stato io, ma tu’. Per il futuro mi aspetto che i paesi occidentali sconfiggano il terrorismo attraverso la forza, ma anche per mezzo dell’integrazione dei musulmani nelle società occidentali. Da parte mia spero entro un mese di tornare a casa”.

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