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The architect

Karl Rove è tornato, ma per ora, almeno, predica nel deserto. Lo stratega di George W. Bush, che con l'ex presidente aveva vinto due elezioni, ora avvisa i suoi dentro il partito repubblicano: attenzione, le elezioni di midterm si avvicinano e con i Tea party perderemo. Qualcuno ricomincerà ad ascoltarlo, nel Gop? Ecco chi è l'architetto delle vittorie di Bush. Per i suoi fan è un genio, per i detrattori colui che ha diviso il paese. 

Leggi Sette anni col presidente di Karl Rove

15 Agosto 2007 alle 00:00

L’uscita di scena di Karl Rove ha scatenato giornali e televisioni americane in una gara per stabilire se lo stratega di George W. Bush che lunedì ha annunciato le sue dimissioni da vice capo dello staff della Casa Bianca è stato un genio politico oppure il male assoluto. Secondo i suoi fan, è l’architetto delle vittorie presidenziali, per i liberal è l’uomo che ha diviso il paese. Per gli uni è un eroe americano, per gli altri ha trasformato la Casa Bianca in una sezione di partito. Jonah Goldberg sul Los Angeles Times lo definisce “il Napoleone di Bush”, l’ex ambasciatore Joe Wilson l’avrebbe voluto vedere uscire dalla Casa Bianca in ginocchio e in manette. Sia per gli uni sia per gli altri, “the mark of Rove”, il marchio di Rove, si troverebbe su ogni singola e minuta azione o dichiarazione della Casa Bianca, quasi fosse stato lui il vero comandante in capo. L’idea è balzana e chi la sostiene non si rende conto che la usa esattamente negli stessi termini quando per un attimo l’attenzione non è più su Rove, ma sull’influenza di Dick Cheney o sulle manovre dei neocon o sul peso della destra evangelica. Non è solo che odino Bush né, quindi, che siano pronti a abbracciare qualsiasi argomento pur di dire male di lui, piuttosto sembra che non possano accettare la realtà di essere stati sconfitti due volte da un uomo che loro stessi dipingono come stupido, inetto e raccomandato. Da qui l’autoconsolatoria certezza che dietro il presidente ci siano personaggi sinistri e diabolici quali Rove o Cheney, il cervello e l’anima nera di Bush, segretamente intenti a complottare e a manipolare l’opinione pubblica e le regole democratiche.

Questa del Rove genio del bene oppure del male è la prima e più banale lettura del ruolo che il principale consigliere del presidente ha svolto in questi anni. Poi ce n’è un’altra, più realistica: Rove è uno straordinario stratega politico, non un mago. E’ un’analista operativo come pochi altri nella storia politica americana, ma non il dispensatore di alchimie miracolose che avrebbero permesso a Bush di superare in scioltezza le difficoltà politiche (versione di destra) né lo “Svengali” capace di plagiare tutto e tutti (versione di sinistra). Rove è un consigliere politico, non un mito. Questo approccio consente di considerare con più razionalità il ruolo di Rove, di valutare con più freddezza come abbia contribuito ai successi e alle sconfitte del presidente e, soprattutto, di capire quale “legacy”, quale eredità politica, Bush e Rove lasceranno una volta usciti entrambi dalla Casa Bianca.
Ci sono due Karl Rove, intanto. Lo stratega elettorale e il politico incaricato di tramutare in leggi le idee del presidente. Il primo Rove può vantare soltanto successi, a cominciare dall’aver trasformato il Texas democratico di Lyndon B. Johnson nel più formidabile bacino di voti e finanziamenti del Partito repubblicano. Bush e Rove ci sono riusciti nel modo esattamente opposto a quello che oggi gli viene contestato. Il Bush texano, e fino a un certo punto anche quello di Washington, è stato un “uniter”, non un “divider”. Il capolavoro è stato quello del 1994, quando George Bush riuscì nell’impresa di sconfiggere la popolarissima governatrice democratica uscente del Texas, Ann Richards. L’apporto di Rove è stato duplice: ha garantito un vantaggio tecnologico alla campagna Bush grazie all’innovativo uso di banche dati elettroniche su cui tarare un efficace “microtargeting” elettorale e, soprattutto, gli ha consigliato di corteggiare i tipici elettori democratici offrendo soluzioni “di sinistra” nel campo dell’istruzione pubblica e dell’integrazione dei lavoratori ispanici, tradizionalmente settori di esclusiva competenza dei democratici.
Il modello ha funzionato così bene che quando dieci anni fa Bush e Rove cominciarono a programmare la corsa alla Casa Bianca, gli slogan della nascente campagna del governatore del Texas diventarono “Bush è un nuovo tipo di repubblicano”, diverso quindi dai più radicali e divisivi repubblicani di Washington come Newt Gingrich e Tom DeLay, e “conservatorismo compassionevole”, ovvero un nuovo tipo di destra solidale contrapposta a quella del passato. Le elezioni del 2000 saranno ricordate per il caos in Florida, per la battaglia legale tra Bush e Gore, per le assurde schede a farfalla che in una particolare contea hanno indotto all’errore, per il pugno di voti che ha deciso la presidenza a favore di Bush e per la decisione finale della Corte Suprema di non procedere a ulteriori riconteggi. Eppure quelle sono state elezioni politicamente straordinarie, nelle quali un sottovalutato governatore del Texas è riuscito a sconfiggere il colto e preparato vicepresidente uscente nonché l’erede naturale del boom economico degli otto anni clintoniani. Sfida più impari non ci poteva essere, in teoria. La strategia elaborata da Rove è stata un successo sul fronte moderato dello spettro politico, ma contemporaneamente una delusione sul fronte destro e più tradizionalmente conservatore. Il conservatorismo compassionevole ha spostato a destra voti democratici, grazie alle promesse e all’impegno sull’istruzione e sull’ampliamento della copertura medica agli anziani, ma anche per l’attenzione particolare che per la prima volta un candidato repubblicano ha rivolto agli ispanici e ai cattolici. Bush e Rove sono stati anche aiutati dalla controstrategia di Al Gore e del suo consigliere politico Bob Shrum, troppo populista e, quindi, troppo radicale per essere accettata dall’elettorato in bilico tra i due partiti. Ma a Rove il capolavoro politico è riuscito a metà e la sorte di Bush è rimasta appesa a cinquecento schede in Florida. Secondo i calcoli di Rove, infatti, almeno quattro milioni di elettori evangelici che lui aveva dato per scontati nella colonna Bush non si sarebbero presentati alle urne.

In quel momento è nata la presidenza Bush e la conseguente strategia politica di Rove, una miscela di politiche conservatrici, di approcci tipicamente liberal e di concessioni più rumorose che reali all’ala religiosa del partito. Nel mondo repubblicano qualcuno l’ha definita “big government conservatism”, conservatorismo statalista, altri hanno denunciato la dottrina Bush come un tradimento dei veri principi conservatori. Il compito di Rove è stato quello di maneggiare con cura il miscelatore, individuando i momenti politici giusti per adempiere le promesse fatte all’elettorato conquistato agli avversari e quelli per consolidare la base del partito. Sul fronte liberal la Casa Bianca ha sponsorizzato il No child left behind Act con cui è stata finanziata l’istruzione pubblica, ma anche il più ingente programma di spesa sociale degli ultimi quarant’anni, quello che grazie all’ampliamento del Medicare ora garantisce medicine gratuite agli anziani. Sul fronte conservatore, ci sono stati i tre tagli tagli delle tasse e i finanziamenti e i benefici fiscali alle iniziative caritatevoli delle organizzazioni religiose. In mezzo, ovviamente, c’è stato l’undici settembre a sparigliare tutto e a convincere George Bush a elaborare una dottrina di politica estera ancora una volta fondata su un mix di idee di destra e di sinistra, sicurezza nazionale e promozione della democrazia. L’alchimia bushiana ha funzionato molto bene e Rove è stato l’artefice della campagna di marketing. La legge sull’istruzione pubblica è stata co-sponsorizzata dal senatore Ted Kennedy, l’ampliamento del Medicare ha messo in imbarazzo i liberal incapaci di trovare obiezioni serie all’improvvisa invasione di campo repubblicana. Anche la guerra in Afghanistan e in Iraq e il Patriot Act sono state sostenute dai democratici, questo per dire che fino a quando l’opinione pubblica non ha cambiato idea sull’Iraq, le alchimie di Rove (o di Cheney) non sembravano voler dividere il paese.

Su consiglio di Rove, Bush è andato dritto come un treno, cioè senza alcun interesse a trovare un accordo con i democratici, soltanto sulla sicurezza nazionale e sulla riduzione delle tasse, la base della sua dottrina economica che ha fatto uscire il paese dalla crisi post 11 settembre. Il consenso intorno a Bush dopo l’attacco all’America ha convinto Rove dell’importanza storica del momento. Era l’occasione che aspettava da anni, la possibilità di un riallineamento politico di quelli che capitano di rado e che consentono a uno dei due partiti di dominare culturalmente, politicamente ed elettoralmente per alcuni decenni. Il modello di Rove, da sempre, è il presidente William McKinley che nel 1896, grazie al suo consigliere politico Mark Hanna, riuscì a creare una nuova maggioranza repubblicana che ha guidato la Casa Bianca nei trenta anni successivi. Così come McKinley aveva allargato la sua base elettorale ai nuovi immigrati, Bush non avrebbe dovuto limitarsi a far rivivere l’antica coalizione reaganiana, ma si sarebbe dovuto spingere oltre grazie al suo “conservatorismo compassionevole” capace di rubare ai democratici battaglie ed elettori. La conquista della maggioranza alle elezioni di metà mandato del 2002 ha consolidato l’idea, convincendo la Casa Bianca che con il vento della storia a favore si sarebbe potuto fare a meno della mediazione non solo con i democratici, ma anche con i leader repubblicani. Rove aveva anche da preoccuparsi di portare al voto quei quattro milioni di evangelici che nel 2000 non s’erano presentati e che nel 1992 avevano fatto perdere Bush senior. Così Bush s’è ripresentato al voto del 2004 dopo aver fatto approvare la legge che vieta l’aborto tardivo nelle ultime settimane di gravidanza, quella che limita i finanziamenti federali alla ricerca sugli embrioni e dopo aver dato il suo consenso a un improbabile emendamento costituzionale che avrebbe reso illegale il matrimonio gay. Negli stati in bilico, infine, Rove ha abbinato alle elezioni una serie di referendum sulle nozze omosessuali per convincere gli evangelici a non disertare le urne. Questa strategia politica, abbinata alle più raffinate tecniche organizzative mai viste in una competizione elettorale, ha consentito a Bush di battere un avversario, John Kerry, capace di prendere otto milioni di voti più di Al Gore. Nel secondo mandato è entrato in campo il secondo Karl Rove, il politico incaricato di tramutare in leggi le idee del presidente. In questa sua seconda veste, Rove è stato parecchio meno efficace, non solo perché s’è dovuto a lungo difendere dall’accusa di aver complottatto contro Valerie Plame nel Ciagate, ipotesi infine scartata dal procuratore federale. Con i democratici ormai pregiudizialmente contrari a qualsiasi proposta di Bush, forti del discontento generale sull’Iraq, Rove non è stato capace di convincere neanche i suoi repubblicani ad approvare la riforma del sistema pensionistico e la legge sull’integrazione dei lavoratori clandestini.

Così l’ambiziosa agenda del secondo mandato s’è persa per strada, definitivamente dopo la sconfitta alle elezioni di metà mandato del 2006. Resta da capire la questione della legacy, dell’eredità. Rove era convinto che con Bush sarebbe riuscito a costruire una nuova, lunga e durevole maggioranza permanente repubblicana, come era riuscito al suo eroe Mark Hanna. Con questa presidenza sul viale del tramonto (ma non la sua politica estera e di difesa), l’arcipelago conservatore sembra propenso a tornare sui suoi passi. Eppure i candidati favoriti sono più “nuovi tipi di repubblicani” che tradizionali esponenti della destra. Una prima risposta si avrà il 4 novembre 2008.

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