cerca

E' morto lo scrittore Ray Bradbury

Decise di diventare scrittore a dodici anni, dopo essere stato toccato sulla fronte dalla spada elettrificata di Mr. Electrico, un prestigiatore da circo, quando ancora viveva nell’Illinois. Dal giorno seguente cominciò a inventare e raccontare, usando la macchina da scrivere come una bacchetta magica, e continuò per i successivi settant’anni. Ora che ne ha ottantadue, Ray Bradbury, scrittore, poeta, commediografo e profeta della fantascienza dal volto umano, non ha ancora smesso.

4 Agosto 2002 alle 10:00

E' morto a 91 anni lo scrittore statunitese Ray Bradbury, autore del capolavoro del 1951 "Fahrenheit 451", elogio alla lettura ambientato in una città del futuro in cui i libri vengono messi al rogo. Questa sua opera ispirò anche un famoso film di Francois Truffaut. Nato nel 1920 in Illinois da genitori di origini svedesi, è stato un innovatore del genere fantascientifico. Un'altra opera che lo ha reso celebre, tradotta in moltissime lingue, è una raccolta di ventotto racconti di fantascienza, "Cronache marziane", legati dal tema comune della futura esplorazione e colonizzazione di Marte. Il libro fu pubblicato nel 1950. Bradbury è stato anche romanziere, sceneggiatore cinematografico e autore di racconti polizieschi e noir. Qualche tempo fa il Foglio lo raccontò così.

Decise di diventare scrittore a dodici anni, dopo essere stato toccato sulla fronte dalla spada elettrificata di Mr. Electrico, un prestigiatore da circo, quando ancora viveva nell’Illinois. Dal giorno seguente cominciò a inventare e raccontare, usando la macchina da scrivere come una bacchetta magica, e continuò per i successivi settant’anni. Ora che ne ha ottantadue, Ray Bradbury, scrittore, poeta, commediografo e profeta della fantascienza dal volto umano, non ha ancora smesso. Ha pubblicato più di trenta libri, cominciando con “Cronache marziane” nel 1950 (ipotizzava la conquista di Marte da parte degli abitanti della terra), seguito da pietre miliari del genere come “L’uomo illustrato”, “Fahrenheit 451” (che come ognun sa, da allora, è la temperatura a cui bruciano i libri, pubblicato nel 1953 in piena era maccartista e considerato da molti il suo capolavoro fantapolitico), “Something Wicked This Way Comes” (“Il popolo dell’autunno”) e più di seicento racconti. Ultimo titolo da aggiungere alla lista, il nuovo libro, "Ritornati dalla polvere”, una saga che ha per protagonista  una famiglia di vampiri e un  trovatello umano, Timothy, adottato dagli immortali.

È un progetto cominciato 55 anni fa, quando Bradbury era fresco  di nozze con Maggie, l’unica donna della  sua vita, con la quale ha avuto quattro  figlie e che gli è ancora al fianco, ora che  alla salute è subentrata la malattia, e cercava  di guadagnarsi da vivere vendendo  racconti alle riviste. Weird Tales gli rifiutò  questa storia, il titolo era “Il raduno”, e Bradbury la mise nel cassetto. Ci volle poi mezzo secolo per cucirla con altri racconti e dargli un filo conduttore che la facesse diventare un romanzo.  Erano gli anni in cui Bradbury stava ancora esercitandosi per catapultarsi nel mondo, fino allora un po’ freddo e limitato, della fantascienza. Senza paura di venire ghettizzato e catalogato come autore di un genere di serie B, Bradbury esordì col suo “Cronache marziane”, subito mostrando di avere una visione totalmente diversa, immaginifica e profonda. “La fantascienza è una terra di conquista per sognatori e utopisti”, dice circondato  da libri, giocattoli e gatti nello studio della sua casa sulle colline di Los Angeles. “Per colonizzare lo spazio, abbiamo la necessità di immaginare il futuro, incluse le nuove tecnologie necessarie. Per esempio, quando un inventore della Sony lesse delle radioconchiglie da polso in ‘Fahrenheit 451’, inventò il walkman. E che grandioso regalo fece all’umanità, sopprimendo quelle radio a tutto volume piazzate sulla tovaglia del picnic la domenica al parco!”.

C’è qualcosa di gioiosamente infantile in questo grande vecchio dai capelli candidi, pronto agli entusiasmi e assoluto nelle opinioni, che ha sempre rifiutato di schierarsi e non è stato mai politically correct. Sarà il fatto che quando è a casa indossa sempre i calzoni corti, saranno i modellini di astronave o il dinosauro di pezza gigante che ci osserva da una sedia, ma in presenza di Bradbury ci si dimentica che è uno dei più grandi autori del nostro secolo e viene voglia di sfidarlo a calcetto. Poi però apre di nuovo la bocca e ci riporta ai tempi in cui “Fahrenheit” provocò un terremoto nel mondo non solo letterario. “La fantascienza offre anche un’altra grande possibilità. Quella di far finta di guardare da un’altra parte, di stare scrivendo del futuro, quando in realtà stai scrivendo del presente o del recente passato. Ti puoi permettere di attaccare fascisti, comunisti, razzisti o altro ancora, e nessuno può accusarti di farlo”. Parla, naturalmente, di una fantascienza come la sua, o come quella di Orwell o di Aldous Huxley. Non di quella “tecnica e arida” di routine.

E anche per quella alla Lucas (è appena andato a vedere il nuovo episodio di "Guerre Stellari") non nutre grandi simpatie. “È tutta effetti speciali regolati dai computer. Penso che sia senz’anima. Che sia come i fuochi d’artificio. Io vado pazzo per i fuochi d’artificio. La notte dell’ultimo dell’anno mi piace passarla a Parigi, a osservare il cielo illuminarsi di quegli improvvisi bagliori dietro alla torre Eiffel. Ma, alla fine della serata, non rimane nulla. Soltanto odore di bruciato nell’aria, e un pugno di ceneri sul selciato. Lo stesso effetto mi fanno questi film”. Un modellino di metallo dello Sputnik cade da una mensola e mi ricorda che questo è anche l’uomo che, senza timore di risultare impopolare, disse che la fantascienza è roba da uomini più che da donne. “Il maschio è motivato dalla scienza e dai giocattoli, perché arriva nell’universo senza altro scopo se non quello di aiutare la procreazione. Voi donne siete equipaggiate meglio, nascete già con un centro e un potere di creazione. Gli uomini si appassionano alla fantascienza per costruire il futuro. Voi non avete bisogno della fantascienza, perché siete già il futuro”.

Correzione di tiro? Non sia mai. Bradbury non ha mai sentito il bisogno di calibrare le sue opinioni. “Scrivere mi ha fatto fare la più grande scoperta della mia vita. Ho imparato che io sono sempre nel giusto e che sono gli altri a sbagliare, se non sono d’accordo con me”, dice con una fragorosa risata. “Seguo un unico comandamento, da quando avevo vent’anni, che ho trovato in un libro di Somerset Maugham: ‘Non guardare a destra o a sinistra’, scriveva in ‘Summing Up’, ‘Guarda dritto, davanti a te, finisci il tuo lavoro, divertiti lavorando, fai quello che vuoi fare e non fare quello che altri vogliono che tu faccia’. Non l’ho mai fatto, in tutta la mia vita. Non mi sono curato di accontentare né i miei editori né i miei amici. Non mi sono lasciato imporre che cosa scrivere né quando. Ho scritto sempre per la mia personale felicità, per accontentare me stesso. Allo stesso modo, non mi curo certo di accontentare e non offendere le cosiddette minoranze. Ai tempi di ‘Fahrenheit’, scrivevo della tirannia delle maggioranze. Oggi dovrei scrivere della tirannia delle minoranze”, dice. E intanto mi passa una lettera che ha ricevuto dalle Vassar Girls, che lo pregano di inserire più personaggi femminili in “Cronache Marziane” ora che sta per ritornare, in una nuova versione, sullo schermo.

Non è l’unica delle sue storie di cui Hollywood si è improvvisamente ricordata. “Fahrenheit 451” ritornerà in una versione con Mel Gibson, “e speriamo che faccia dimenticare quella di Truffaut, troppo sdolcinata e poco coraggiosa”. Il primo progetto a partire, questa estate in Cecoslovacchia, sarà “The Sound of Thunder”, con Pierce Brosnan, diretto da Renny Harlin (quello di “Die Hard II”). Poi Frank Darabont (“The Green Mile”) dirigerà il remake di “Fahrenheit 451” e di “The Martian Chronicles”, i cui diritti appartengono a Mel Gibson. “Sembra proprio che Hollywood si sia presa una cotta per il sottoscritto”. Ironizza ma senza amarezza, con anzi una soddisfazione da gatto del Cheshire stampata in faccia, nel sentirsi ricercato da tanti e stimolato su diversi fronti. Sfondare a Hollywood, dice, è sempre stato un suo mito, sin da quando, ventenne, schettinava ogni sera sino all’ Uptown Theatre dove George Burns teneva le sue performance (la leggenda vuole che proprio Burns diede a Bradbury il suo primo show business engagement, includendo alcune delle sue battute nelle “vignette” di otto righe con cui concludeva il suo show in coppia con Fred Allen).

Ma Hollywood finora non gli ha concesso molto. Della sua esperienza come sceneggiatore per John Huston sul set di “Moby Dick” conserva ancora gli incubi. “I peggiori sei mesi della mia vita”, taglia corto, conscio di essersi già dilungato sull’argomento in uno dei suoi pochi libri non di fiction, una cronaca di quello scioccante tentativo. “E quando Truffaut volle fare ‘Fahrenheit 451’, reduce da un tentativo di riduzione teatrale che avevo fatto per Charles Laughton e che lui giudicò orripilante, gli dissi di trovarsi un altro sceneggiatore. Ma è dal 1966, da quando il film di Truffaut arrivò sugli schermi così incompleto, che sogno di rimetterci le mani”. Bradbury pensa che “Fahrenheit” sia più che mai attuale. Pensare, riflettere. Leggere, informarsi, istruirsi. Sono temi che ricorrono continuamente nella conversazione. “Non ci può essere libertà di pensiero se le persone non sanno leggere e scrivere. A sette anni, tutti dovrebbero esserne capaci. Invece, nei paesi sottosviluppati, dove la gente muore ancora di fame, non è una priorità. E in America o negli altri paesi tecnologicamente sviluppati, abbiamo nuove generazioni di robot, con dita agilissime alla tastiera ma mente arrugginita e incapace di speculazione intellettuale. Cercano di farci credere che avere computer, cellulare e DVD sia un’assoluta, indispensabile necessità. Stare ‘in contatto’ ventiquattrore al giorno è diventato un imperativo. Ma io mi chiedo: in contatto con che cosa? Per me, è come stare in contatto perenne col grande vuoto, senza tempo per riflettere. Per pensare e ragionare, tutto ciò di cui hai davvero bisogno è la mente. E, forse, un foglio di carta e una matita”.

Innamorato dei nuovi giocattoli tecnologici ma diffidente, Bradbury è forse l’ultimo abitante di Los Angeles che non ha mai guidato un’autombile. “E in questa città, è come essere un samurai senza spada nel Giappone medievale!” esclama, compiaciuto e ben lieto di lasciare il volante alla moglie Maggie, sostenendo di essere rimasto troppo scioccato, per imbracciarlo, dall’avere assistito a un orribile incidente automobilistico quando aveva 17 anni. Fino a una ventina d’anni fa, si rifiutava anche di volare. “Poi ho deciso di farmene una ragione. Troppo comodo e rapido per rinunciarvi. E ora riesco persino a star seduto rilassato lassù a diecimila metri d’altezza. Per distrarmi, leggo Molière”. Non ha mai fatto mistero di non leggere altri autori di fantascienza, a parte Huxley che considera il suo eroe. “Sarebbe incestuoso leggere nel mio stesso campo. Anche se è vero che scrivo anche per il teatro”.

Quando parla del suo lavoro, Bradbury ha lo sguardo estatico degli innamorati. “La passione è la mia sorgente della giovinezza”. Dice la verità. Perché nonostante abbia avuto un travolgente successo internazionale, Bradbury non si è mai lasciato condizionare, nelle scelte, neppure dal grande dio americano Dollaro. “Più di tutto, nel mio lavoro mi interessa la libertà. È il motivo per cui amo il teatro o la poesia. Infatti, quello che mi entusiasma di più dei vari progetti che ho in cantiere, non avviene al cinema bensì a teatro. Questo mese di luglio, avrò due nuovi lavori in palcoscenico. Il primo è uno spettacolo di un solo atto, intitolato ‘The Last Man’. Parla dell’ultimo re d’Inghilterra in un’epoca in cui l’Inghilterra salperà galleggiando verso l’Australia, tra cent’anni. E il re si troverà alle prese con vari problemi, tra cui l’invasione di Giulio Cesare! L’altro è un musical il cui personaggio principale è il fantasma di Puccini”.

In teatro, spiega, a differenza che col cinema, ha totale libertà. “Scrivo la pièce e la produco, ci metto i soldi e li perdo. Come con la poesia. Adoro scrivere poesie. I miei libri di poesie non mi ripagano neppure del tempo perso a scriverli. Ma è proprio questa la libertà di cui parlo: esercitare la preziosa facoltà di scegliere di perdere il proprio tempo facendo qualcosa che mi appassiona, senza pensare ai soldi”. Questa sua fama di pasionario ha fatto sì che Bradbury finisse con l’influenzare il nostro mondo non solo attraverso la letteratura. Ricercatissimo dalla Nasa come dalle università, Bradbury è un generoso idealista, dispensatore di pareri, utopie e consigli. Quand’era molto giovane, neppure ventenne, fece parte di un movimento che pensava di poter salvare il mondo utilizzando scienziati illuminati in posizioni chiave nel governo. “A diciannove anni”, racconta, “appartenevo a Technology Incorporated. Pensavamo che i governi democratici potessero fare ottimo uso delle scoperte scientifiche, assumendo ricercatori che avrebbero dato un grande contributo a far cambiare il mondo, spingendolo incontro a un futuro migliore. Sessant’anni dopo, quella di una scienza neutrale si è dimostrata un’utopia irrealizzabile. Si fa un gran parlare delle cellule staminali. Sono stato bombardato di richieste per apporre la mia firma a questo o quel progetto, per ottenere l’approvazione del presidente o i fondi necessari alla ricerca. Ma nessuna di queste ditte sa veramente che cosa stia facendo, in che direzione stia andando. E senza informazione io, come il mio pompiere dissidente Montag in ‘Fahrenheit 451’, non mi muovo”.

Non gli interessa la politica e non si schiera, né coi democratici né coi repubblicani. Comunque, la sua preziosa firma l’ha apposta a progetti come il nuovo mall di Hollywood, aperto nel 2001, o il centro Epcot per Disneyworld a Orlando, in Florida. “E non esiterei un minuto a firmare un appello per andare di nuovo sulla Luna!”, afferma con quel suo guizzo sognante negli occhi dietro gli occhiali orwelliani, a forma di schermo televisivo. Un altro sogno? “Pianificare il mio funerale. Per uno come me, abituato a immaginare il futuro, sarebbe ipocrita dire che a 82 anni non sono sfiorato dall’idea della morte. Quello che mi interessa è come costruirne la celebrazione. Per un po’, avevo pensato di farmi cremare e inscatolare le mie ceneri in una lattina di zuppa Campbell. Ma poi ho pensato ai fan, che non avrebbero alcun luogo da visitare, e ho deciso che invece mi farò seppellire. Alla fine di un lungo sentiero costeggiato da gialli dandelions”, dice autocitandosi, alludendo al titolo di uno dei suoi lavori più popolari. 

di Gloria Mattioni

In breve
Nasce a Waukegan, Illinois, nel 1920 in una famiglia modesta. Trasferitosi in California, nel 1937 pubblica il suo primo racconto, “Hollerbochen’s Dilemma”, su una fanzine. Ma la carriera stenta a decollare e fino al 1943 si arrangia facendo lo strillone e qualche altro lavoretto. La sua prima raccolta di successo è “Cronache marziane” (1950). Seguiranno altri libri ormai divenuti classici della fantascienza, da “L’uomo illustrato” a “Fahrenheit 451”. Nel 1989 ha ricevuto il premio Gandalf Grand Master alla carriera.

Gloria Mattioni, ha viaggiato e scritto libri di viaggio. Vive in California, collabora con varie testate italiane.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi