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Mohamed Atta

Wilhelmsburg, Germania. Qui, in questa isola in mezzo al fiume Elba, dopo essere improvvisamente sparito nel 1997 dal Politecnico di Harburg-Amburgo, Mohamed el Amir Atta è ricomparso, installandosi in questo quartiere di vecchie case d’anteguerra in mattoni rossi, in una larga e squallida strada che fronteggia una ringhiera di sbarre metalliche dietro alla quale si intravede cupo e minaccioso il porto di Amburgo.

10 Febbraio 2002 alle 00:00

Wilhelmsburg, Germania. Qui, in questa isola in mezzo al fiume Elba, dopo essere improvvisamente sparito nel 1997 dal Politecnico di Harburg-Amburgo, Mohamed el Amir Atta è ricomparso, installandosi in questo quartiere di vecchie case d’anteguerra in mattoni rossi, in una larga e squallida strada che fronteggia una ringhiera di sbarre metalliche dietro alla quale si intravede cupo e minaccioso il porto di Amburgo. Wilhelmsburg è un quartiere industriale, consunto, così psicologicamente isolato e distante da essere definito l’Isola Dimenticata. È lì, ma segreto. Se mai uno volesse sparire, scomparire dalla faccia della terra, ma restare comunque in contatto, è proprio il posto adatto. Gli edifici a sei piani del quartiere Wilhelmsburg offrono centinaia di appartamenti bi e trilocali e nessuno è in grado di dire quante persone vi abitino. Ci vivono soprattutto turchi che costituiscono la minoranza più numerosa della Germania. Atta aveva affittato un appartamento di tre locali al terzo piano che gli costava 250 dollari al mese. L’abitazione, secondo i vicini, era frequentata da un gruppo numeroso di arabi molto riservati e fino all’11 settembre anche poco notati. Come l’isola, anche loro erano segreti, protetti dalla loro diversità. Helga Link, una vicina, ha detto che parlavano fino a notte fonda e durante il giorno in genere sparivano.

La signora Link vive di fianco all’appartamento di Atta
ed era in grado di percepire il minimo passo sul pavimento di legno. Non ha mai sentito il suono di una radio, televisione o musica. Soltanto passi e voci di uomini che parlavano. Stabilendosi a Wilhelmsburg, Atta aveva compiuto un radicale cambio di vita. Fino ad allora aveva fatto un tipico percorso da classe media, passando in un crescendo dalle scuole dell’adolescenza a università importanti e corsi post-laurea. Quando se ne andò prese una direzione che le persone che lo hanno conosciuto ancora non riescono a comprendere. Nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre sono subito emersi tutti i retroscena dell’attacco. Abbiamo scoperto che il commando era composto da uomini tosti, decisi, zeloti religiosi addestrati a eseguire un piano destinato a colpire al cuore l’America. Il protagonista di questa trama era Atta. In molti articoli è stato definito come la mente principale.

Osama bin Laden è stato presentato come il perfido leader
che ha ispirato e finanziato il piano; Atta come il brillante discepolo che per eseguirlo ha guidato un piccolo drappello di suicidi. Da allora non sono comparse varianti a questa versione. Bin Laden rimane l’eminenza grigia del complotto, che ci guarda beffardo da una distanza che si sta riducendo ma che resta comunque da colmare. I dirottatori rimangono mute inspiegabili presenze. Atta, il cui sguardo duro ci ha invaso da miliardi di schermi televisivi e pagine giornalistiche, è diventato per molti l’incarnazione visiva del male. È diventato famoso. Una ragazza finlandese afferma che è stato il suo amante virtuale. Una commessa di Amburgo assicura che Atta comprava da lei regolarmente grandi quantità di profumi mediocri, non si capisce bene con quale scopo. Un gioviale meccanico dice che Atta faceva il mediatore d’auto per i suoi concittadini arabi. Secondo lui, a loro piacevano soprattutto le Mercedes- Benz.

Si dice che Atta avesse una doppia vita
: avrebbe incontrato una spia irachena in Cecoslovacchia; avrebbe viaggiato per tutta Europa organizzando incontri con misteriose cellule terroristiche; si sarebbe dimostrato così bravo nel training terroristico da essere prescelto per fondare una sua cellula ad Amburgo. Alcune di queste storie potrebbero essere vere, ma man mano che si esaminano i dettagli della sua vita, scoprendone dei nuovi, emerge un Atta molto meno misterioso e assai più normale. Un uomo dai contorni più minimali, assai meno epici. Le persone che hanno incontrato Atta negli ultimi dieci anni – compagni di appartamento o di stanza, colleghi di lavoro, compagni di classe – lo descrivono taciturno, introverso e zelantemente religioso. “Sono più fondamentalista dei fondamentalisti” avrebbe detto al suo primo compagno di stanza di Amburgo.

Era un ragazzo estremamente deciso, disciplinato, quasi stoico.
Nel suo ruolo di laureato all’università dimostrava un enorme rispetto per l’autorità. Eseguiva sempre quello che gli veniva chiesto. Joerg Lewin che assunse Atta come disegnatore nel suo studio di urbanistica, conferma che svolgeva il suo lavoro con straordinaria umiltà. Nonostante fosse già un esperto architetto e stesse studiando da urbanista, nei quattro anni passati a lavorare per lui, Atta non ha mai fatto alcuna osservazione ai piani che gli chiedevano di disegnare. Era stato assunto per disegnare e lui faceva soltanto quello. “Credo che si immedesimasse totalmente nel disegno”, dice Lewin. “‘Sono un disegnatore e quindi mi limito a disegnare’”. Diventa difficile immaginare che un simile tipo possa aver acquisito l’energia e l’audacia per condurre a buon fine un’impresa così temeraria come quella dell’11 settembre. Forse abbiamo frainteso la natura degli attacchi, costruendoci su misura il personaggio che li ha orchestrati. Forse un brillante condottiero non era necessario. Forse, il piano non era così difficile quanto minuziosamente dettagliato, e quindi aveva in realtà bisogno solo di un esecutore che fosse semplicemente dotato di volontà e di determinazione.

Ecco come viene descritto Mohamed Atta dalle persone
che lo hanno conosciuto: un credente meticoloso e rispettoso, un uomo in grado si sublimarsi, un uomo in grado di abbracciare un piano, di farlo suo. Un uomo insomma che poteva diventare, come di fatto è stato, un soldato perfetto. Un padre severo e austero Il delta del fiume Nilo è il granaio dell’Egitto. I suoi mercati offrono banane, arance, fichi, frumento, riso e lenticchie in abbondanza. Ci sono villaggi uno in fila all’altro. Uomini e animali lavorano i campi che appaiono come pezzetti piccoli e irregolari di un patchwork. Le donne sono velate o coprono il capo con un foulard; gli uomini indossano lunghe tuniche di cotone. Le strade sono piene di balle di cotone e di pula di riso. Anatre e polli becchettano per terra in piccoli recinti a lato dei vicoli. Le vie sono percorse da camioncini, rari trattori e carretti trainati da somari; dappertutto si vedono scolari vestiti come capita. Manifesti che pubblicizzano cellulari Nokia fronteggiano fossati pieni di sporcizia e acqua morta dove le donne si lavano e lavano le stoviglie. Qui Atta è nato nel 1968, nella provincia di Kafr el Sheik sul delta. Il padre, Mohamed el Amir Awad el Sayed Atta, veniva da un piccolo villaggio di provincia e la madre, Bouthayna Mohamed Mustapha Sheraqi, dalla periferia di Kafr el Sheik, capitale dell’omonima provincia. Come usa nelle zone rurali dell’Egitto, il matrimonio dei suoi genitori era stato combinato dalle rispettive famiglie. Mohamed el Amir (sia lui sia il figlio non hanno mai usato il cognome Atta tranne che nei documenti ufficiali) era già un noto avvocato.

Bouthayna aveva solo 14 anni, ma essendo figlia di una facoltosa famiglia di contadini e commercianti, apparteneva a un ceto sociale assai più elevato del suo. Mohamed è l’ultimo nato, preceduto da due sorelle, Azza e Mona. Il padre era considerato dai parenti acquisiti come austero, severo e riservato. Quasi tutti i 65 milioni di egiziani vivono compressi dal deserto nella stretta fascia di territorio fertile lungo il Nilo. La geografia costringe gli egiziani a vivere una vita affollata, forzatamente comunitaria e condivisa. Riuscire a isolarsi comporta sforzi eroici. Il padre di Atta era disposto a fare il massimo. “Il padre vive solo. Non ci sono fratelli, forse una sorella. Non l’abbiamo mai vista,” dice Hamida Fateh, la zia di Atta per parte di madre. “Qui le famiglie vivono una accanto all’altra. Ma persino qui, il padre viveva appartato”. La famiglia di Fateh possiede terreni, un magazzino di ricambi d’auto e un grande edificio commerciale. Ma continua a vivere in un piccolo appartamento dai muri imbiancati, colmo di tappeti di nessun valore, mobili imbottiti e televisore, in una sudicia stradina dal vecchio selciato.

La porta finestra che dà sul terrazzo è aperta per far uscire il caldo. Le tendine di pizzo si muovono a malapena. L’idea di tenere chiuse le porte sembra a Fateh altrettanto insolita come la notizia che il ragazzo che sedeva tempo fa sul suo divano sia colui che ha pilotato un aereo infilandolo dentro un grattacielo. Un cugino, Essam Omar Rashad, annuisce indicando il televisore e dice che lui e Mohamed da ragazzi lo guardavano assieme. Però Mohamed se ne andava tutte le volte che comparivano programmi di danza del ventre, piatto forte delle trasmissioni egiziane. Fuori echeggia il richiamo alla preghiera del pomeriggio. Qui non si è mai fuori dalla portata del richiamo alla preghiera. Fateh ha un foulard sul capo, ma dice che lo fa più per abitudine che per religione; né la sua famiglia né quella di Atta erano particolarmente religiose. Fateh ha studiato Ingegneria agraria all’università. Noi siamo persone istruite e laiche, dice, gente della campagna ma non campagnoli. Fateh dice che il padre di Atta è sempre stato molto ambizioso e determinato.

Come avvocato aveva molto successo ma non gli bastava.
“Si è trasferito al Cairo – ha raccontato Fateh – voleva diventare famoso”. Il Cairo. La casa dello studio È mattina presto in via Eldmalsha e non si muove foglia e non si muoverà per un bel po’. Il Cairo, la capitale, al mattino è una città molto pigra. È normale che i negozi non aprano prima delle 11 o addirittura a mezzogiorno. La prima colazione è una nozione un po’ vaga e qualche ristorante inizia a servire la seconda colazione alle quattro del pomeriggio. Gli abitanti interpretano tutto ciò come un segno della loro modernità, della distanza sofisticata che li separa dai villaggi abbandonati dai loro antenati non decenni ma millenni fa. Qui ad Abdin, un affollato quartiere vicino al vecchio centro finanziario e governativo, Mohamed Atta ha passato gli anni dell’adolescenza. Buona parte della ricchezza cittadina è emigrata verso nuovi quartieri, a Ovest oltre il Nilo, a Sud e a Est verso i recenti insediamenti cittadini. I vecchi nuclei come Abdin sono stati abbandonati a loro stessi e stanno andando in briciole. Buona parte dei condomini in pietra a 5 o 6 piani sono residuati dell’epoca coloniale inglese, che è finita nel 1952, anno dell’indipendenza dell’Egitto.

Gli ingressi hanno pavimenti in marmo e roccia calcarea, memoria di un fulgido passato.
Pochi edifici sono forniti di ascensore e le scale sono immerse nell’oscurità. Atta aveva 9 o 10 anni quando la famiglia si è trasferita qui. Il padre affittò ben due appartamenti, occupando un intero piano. Tutti e tre i figli avevano la propria stanza. La vecchia abitazione, come molte case del Cairo, è avvolta nella penombra e in un silenzio totale, le finestre chiuse per proteggersi dal sole. Anni dopo, il padre di Atta acquistò una casa per le vacanze sulla costa del Mediterraneo, ma in città la famiglia viveva in modo spartano. Bouthayna, la madre, cucinava e faceva le pulizie da sé. Il padre guidava una vecchia Opel e poi una piccola berlina Fiat. Quando Fateh e la sua famiglia vennero in visita ad Abdin scoprirono che il padre era riuscito a instillare le sue ambizioni ai figli. “Era una casa di gran studio. Niente giochi, niente divertimenti. Solo studio”, ricorda Fateh. Ai bambini era proibito giocare fuori casa.

Un vicino ricorda che il padre aveva cronometrato il percorso per andare a scuola e se i ragazzi tardavano veniva loro chiesto il perché del ritardo. “I suoi amici sedevano all’angolo della strada, masticando pistacchi e sputando le bucce. Non Mohamed. Non era permesso perdere tempo, niente amici, regole molto severe” ha raccontato Mohamed Gamel Khamees, un vicino che gestisce un’officina di riparazioni auto al pianterreno dove abitava la famiglia Atta. “Arrivavano da un villaggio e di conseguenza avevano le loro abitudini. Vivevano chiusi in famiglia. Erano molto cortesi ma non avevano praticamente contatto con gli altri inquilini”. I vicini ridacchiavano quando vedevano Bouthayna trascinare il suo carretto a mano al mercato. Pensavano che si desse delle arie. Ma non importava, la famiglia continuava a fare di testa propria. Atta senior, versione rugosa del figlio, non ha rimpianti per la sua incapacità di socializzare. È un tipo un po’ spaccone ed energico che emette sentenze più che rispondere a domande. “Noi siamo persone che se ne stanno per conto loro – ha detto – non ci mischiamo tanto con gli altri e abbiamo successo”. Mohamed Atta secondo gli investigatori americani era il capo dei dirottatori dell’11 settembre. Il Los Angeles Times ha ascoltato chi lo ha conosciuto. Dal delta del Nilo ad Amburgo sull’Elba il ritratto di un giovane meticoloso e misogino, timido e scostante, prude e puntiglioso, che si anima solo quando dirige la preghiera in moschea.

Di un urbanista che detesta le città moderne La stanza del giovane Mohamed dava sul retro della casa sopra i tetti e dentro un groviglio di fili e finestre adiacenti. I vicini affermano che Mohamed utilizzava la sua finestra per fare conversazioni clandestine con i figli dei vicini. Era il suo svago. Abdin è uno dei distretti più popolati di una delle più popolose città del mondo. La strada è luogo di divertimento, di sport, di affari. Quando arriva un visitatore, si calano sedie e un tavolinetto basso in strada e si serve il tè. Nel frattempo passa un carretto di datteri trainato da un asino, un venditore di patate dolci spinge il suo carrello e mentre si versa il tè e si offre lo zucchero, il venditore di datteri e quello di patate dolci percorrono rumorosamente il selciato di pietra. È difficile difendere la propria privacy qui, più difficile che nella zona del delta. Alla domanda se mai la famiglia Atta facesse delle eccezioni – per esempio partecipando al pasto serale comune durante il mese del Ramadan, che al Cairo rappresenta un periodo di digiuno sacro di giorno ma d’intensa socializzazione e cene comuni di notte, Khamees ha risposto incline a concedere deroghe. La famiglia, ha detto Khamees, era “come una serie di anelli intrecciati tra di loro. Non facevano ne ricevevano visite”.

Ha fatto un attimo di pausa per scacciare con la mano alcuni insetti attirati dallo zucchero e ha guardato in alto verso l’appartamento degli Atta. “Nemmeno le mosche entravano in casa loro, nemmeno le mosche” ha concluso. Perso in un mare di studenti Tutti e tre i figli fecero le scuole superiori. Atta, come le sue due sorelle, frequentò l’università del Cairo, uno dei college più prestigiosi del paese, al quale si accede soltanto superando test severi. L’università è gigantesca, con 155 mila studenti e più di 7 mila professori. Si estende su entrambi i lati del Nilo e persino sull’isola in mezzo. Il campus è così esteso che alcuni studenti per andare da un’aula all’altra usano la macchina. I corsi universitari durano in genere cinque anni. Il primo anno è di orientamento ed è utilizzato per indirizzare gli studenti alla facoltà più adatta. Se tu vuoi studiare medicina, ad esempio, ma i risultati del tuo primo anno sono mediocri, ti puoi ritrovare, senza essere stato consultato, iscritto al Dipartimento di Floricoltura ornamentale. Gli studenti sono raggruppati per nome di battesimo. Racconta Mohamed Mokhtar el Rafei: “Lo trovai di fronte al tabellone che cercava vanamente tra gli elenchi dei nomi per vedere dove lo avessero assegnato”. “Mi presentai, dicendogli: ‘Mi chiamo Mohamed’”. Anche lui si chiamava così. “Guardammo gli elenchi, c’erano ben tre classi di Mohamed, accidenti”. “Per cui usavamo i nomi dei nostri padri per chiamarci. Io ero Rafei, lui Amir”. Diventarono amici.

Entrambi ebbero ottime votazioni al primo anno per cui poterono entrare alla facoltà di Ingegneria, una delle più prestigiose e importanti. Nell’ambito di questa facoltà, gli studenti con la media più alta venivano assegnati ad Architettura. I due Mohamed, che lo volessero o no, furono destinati a diventare architetti. La facoltà di Ingegneria aveva quasi mille docenti. Il gran numero di iscritti aveva come conseguenza una competizione spasmodica e soltanto i più bravi avevano qualche possibilità di farsi notare dai professori. Per la prima volta nella sua vita Atta non eccelleva. Architettura, più di qualsiasi altra disciplina creativa, è una miscela di elementi estremamente pragmatici – tipo come rivestire del vetro per lasciar passare la luce ma non il calore? – ma anche artistici – tipo che personalità dare a una casa? Atta era bravo nelle materie analitiche, ma il suo percorso di studio venne deviato in direzione del design. “Era molto bravo in matematica, fisica, meno bravo in design e nelle materie artistiche” racconta Rafei. “Era stato uno degli allievi più bravi al liceo e aveva conseguito nel primo anno di università dei voti molto buoni. Ma dopo, quello che contava era più l’elemento artistico e di design e forse non riusciva ad adeguarsi. Al terzo anno, quando studiavamo i tipi di terreno, i piani urbanistici, l’acciaio, cose più concrete, lui era di nuovo bravissimo… Probabilmente era più adatto a fare l’ingegnere che l’architetto”.

Un’altra compagna di studi ricorda che Atta era sconvolto quando le cose non andavano nel verso giusto. “Era un po’ infantile – dice – così infantile che una volta che non ottenne la votazione che sperava fece addirittura il broncio. Qualcuno gli disse che si comportava come un bambino e lui allora si arrabbiò tremendamente. Ripensandoci era proprio un po’ bambino. Viziato”. Ma in genere Atta viene ricordato come uno assolutamente normale. “Mohamed partecipava a tutti i nostri momenti di svago. Gli piaceva. Raccontava barzellette, rideva. Era uno del gruppo – racconta Waleed Khairy, altro compagno di facoltà. Il padre lo accompagnava e passava spesso a prenderlo. Fatto non insolito in un paese dove, se non cambiano città, molti giovani adulti restano in casa dei genitori fino al matrimonio. Molti trentenni continuano a cenare a casa tutte le sere.

La scoperta della religione Il Cairo è il paradiso di chi vuole organizzare complotti. Ci sono poche possibilità di lavoro e un gran numero di caffè e bar pieni di giovani che passano il giorno oziando tra tazzine di caffè turco dolciastro, sigarette Marlboro light o Cleopatra col filtro, e che riempiono le stradine affollate di chiacchiere e di una foschia fumosa e morbida. Ma non tutte le chiacchiere sono a vanvera. La storia egiziana degli ultimi cinquant’anni è piena di scoppi sporadici di violenza e continua tensione tra il governo e gli attivisti islamici. L’attuale presidente Hosni Mubarak è andato al potere nel 1981 quando il suo predecessore Anwar Sadat fu assassinato da militanti islamici. Lo stesso Mubarak è stato oggetto di trentasei tentativi di assassinio. Ne è risultato un sistema politico repressivo che di democratico ha solo il nome. Più della metà dei partiti politici ufficiali sono stati messi al bando almeno una volta nel corso della loro attività. È proibito ai gruppi religiosi occuparsi di politica. I membri del gruppo islamico più numeroso e più attivo – i Fratelli Musulmani – vengono spesso incarcerati per aver violato queste disposizioni. L’impossibilità di esprimere legalmente il proprio dissenso criminalizza l’opposizione politica e la porta inevitabilmente ad assumere posizioni estremiste.

Nel periodo in cui Atta studiava all’università i Fratelli Musulmani fecero varie campagne di reclutamento. Predicavano il ritorno ai principi fondamentali dell’islam, mettendo in guardia contro la forza corruttrice della modernizzazione e la tendenza dell’Egitto ad assecondare gli Stati Uniti. Il periodo del loro proselitismo coincise con un generale risveglio religioso in Egitto. Atta non aveva particolari interessi per la politica o la religione, dicono i suoi amici. Il padre sostiene che aveva messo in guardia i figli dal farsi coinvolgere dalla politica. Lungi dal propugnare la resistenza all’occidentalizzazione, insistette perché il figlio, oltre agli studi regolari, imparasse anche l’inglese e più tardi il tedesco. Diceva che voleva che il figlio potesse eguagliare i successi delle figlie. Tutte e due avevano conseguito lauree prestigiose: Azza era diventata professoressa di botanica e Mona cardiologo. Atta aveva buoni voti, ma non così buoni da assicurargli l’accesso all’Istituto di perfezionamento dell’università.

Alla laurea il padre gli regalò una Fiat 128 coupé del 1974
, ma insistette perché continuasse gli studi. “Mio figlio è un uomo molto sensibile; è un mite ed era molto attaccato alla madre. Ho dovuto quasi imbrogliarlo per convincerlo ad andare in Germania per proseguire gli studi. Altrimenti non avrebbe mai lasciato l’Egitto”, spiega il padre. “Non aveva alcuna intenzione di andare, ma per fortuna un mio conoscente aveva ospite a casa sua una coppia di insegnanti di un liceo di Amburgo. Li invitai a cena e Mohamed fu il protagonista della serata perché parlava correntemente tedesco… e tre settimane dopo è partito per la Germania”. “Ora sono un adulto” Quando Mohamed, a 24 anni e per la prima volta in giro da solo, arrivò ad Amburgo nell’estate del 1992 la prima cosa che fece fu chiedere dove fosse la moschea più vicina. La sua famiglia era moderatamente religiosa senza farne grande mostra in pubblico. Il padre afferma di leggere il Corano tutti i giorni ma nessuno dei vicini ricorda di aver mai visto qualcuno della famiglia frequentare la moschea locale. Arrivato in Germania, Atta cominciò ad andarci tutti i giorni. A quel tempo viveva nella casa degli insegnanti che aveva conosciuto al Cairo.

La coppia organizzava da anni programmi di scambio tra la Germania e l’Egitto. Avevano una camera per ospiti nella loro villetta ed erano felici di poter essere d’aiuto. Atta si presentò con una sola valigia al seguito. Ma in verità si portava appresso un bagaglio assai più consistente degli altri ospiti del passato. Oltre a pregare alla moschea e a osservare strettamente la dieta islamica – niente maiale né alcool – Atta si negava i normali divertimenti degli studenti. Socializzava poco, non frequentava club universitari né partecipava a eventi sportivi. Amburgo è notoriamente città poco repressa: abbonda il sesso, tra rappresentazioni teatrali, prostituzione ed editoria. Per uno che usciva dalla stanza quando la televisione trasmetteva spettacoli di danza del ventre, Amburgo doveva essere un vero choc. Gli ospiti di Atta andavano spesso in Egitto e amavano le differenze culturali. Alla donna all’inizio piaceva che Atta fosse così serio. Era “eisern”, di ferro, ha detto. Discutevano di religione. Conosceva bene il Vecchio testamento e cercava di convincerlo che le radici dell’islam e del cristianesimo erano simili. Mohamed ascoltava, diceva sì, ma soltanto quello che è scritto nel Corano è la verità, la sola verità. La donna racconta che litigavano finché lei se ne andava, disgustata per la sua ristrettezza mentale. Atta era arrivato in Germania con un visto turistico. Aveva bisogno di un visto studentesco per poter frequentare la scuola di specializzazione, ma evidentemente non aveva capito che poteva richiederlo soltanto dal Cairo.

I due insegnanti, tornati al Cairo per organizzare uno scambio con altri studenti, fecero la richiesta a suo nome. Quando al ritorno glielo dissero si arrabbiò moltissimo. “Sono un adulto, ora. So cavarmela da solo”. “Continuava a ripeterlo – dice chi lo ospitava – ‘Sono all’estero; sono cresciuto, posso decidere da me’”. Sembrava stupido rifiutare il loro aiuto “ma era fatto così”, conclude la signora. Atta non si fece molti amici. Poteva essere amabile e cortese, ma mai veramente affettuoso. La padrona di casa sentiva che c’era sempre come una specie di muro tra lui e la famiglia che lo ospitava. Alla fine, ammette, lei non si sentiva padrona in casa propria. Atta la guardava in cagnesco se passava in soggiorno con una camicetta senza maniche. Aveva da ridire quando la loro figlia maggiore, nubile con figlia, veniva a trovarli portando la bambina. Era proprio strano, dice. Giocava volentieri con la bambina. “Era a suo agio. L’unica volta che ricordo di averlo visto così a suo agio”.

Dopo di che predicava contro la dissolutezza che aveva prodotto la bambina.
Nella primavera del 1993, di comune accordo, Atta se ne andò dalla villetta. Arrivato ad Amburgo, la sua intenzione era stata quella di iscriversi al trimestre d’autunno dei corsi di specializzazione della facoltà di Architettura dell’università delle Scienze applicate. La sua domanda fu respinta perché i corsi erano già pieni; il padre di Atta disse che si trattava di discriminazione. Atta fece ricorso, l’università ci ripensò e Atta fu rapidamente ammesso. Poi, dopo appena poche settimane dall’inizio del trimestre, se ne andò improvvisamente per iscriversi a un corso di programmazione urbanistica di un altro istituto, il Politecnico Harburg di Amburgo. Ai padroni socializdi casa disse che aveva tardivamente realizzato che i corsi di architettura sarebbero stati una ripetizione di quanto studiato all’università del Cairo. Il Politecnico non è propriamente ad Amburgo, ma a Sud del fiume Elba nel vecchio quartiere industriale di Harburg. Qui il fiume crea quello che gli urbanisti definiscono un confine culturale. Le persone che vivono a Nord del fiume raramente lo attraversano. Il Politecnico è stato costruito a Sud di questo confine virtuale circa 20 anni fa per rivitalizzare quella che era allora una cittadina in declino della cintura industriale.

Quando Atta si iscrisse aveva soltanto 5.000 studenti.
Il corso di urbanistica, con il quale sperava di ottenere l’equivalente tedesco di un master universitario, era proprio quello che ci voleva per Atta, perché corrispondeva alle sue capacità analitiche e alla sua meticolosità. Gli offriva la possibilità di combinare queste sue attitudini con il suo nuovo grande interesse per l’islam, occupandosi della conservazione delle antiche città islamiche. I locali della facoltà erano situati in quelle che una volta erano state delle baracche della polizia rimaste in piedi, mentre tutto attorno si costruiva la nuova università. Per fortuna di Atta il preside della facoltà, Dittmar Machule, era uno specialista del Medio Oriente. Machule dice che trovò in Atta qualcuno che condivideva la sua passione per le vecchie città della regione. Descrive Atta come “un ragazzo gentile, sensibile… dai profondi occhi neri. Occhi che parlavano. Parlavano di intelligenza, conoscenza, vivacità?”. Hans Harms, un altro dei suoi insegnanti, dice che Atta “era un po’ timido all’inizio, ma si impegnava. Capivo che mi ascoltava attentamente, che quello che dicevo in qualità di professore lo influenzava”.

Era beeindruckt e beeindruckbar, ovvero impressionato e impressionabile, dice. Sia Harms che Martin Ebert, uno studente che seguì varie lezioni con Atta, ricordano che partecipava raramente alle discussioni. Stava seduto ad ascoltare, spesso senza dire una parola, per comparire una settiman più tardi con un’osservazione in merito. Ebert dice che non si comportava mai in maniera diversa. Anche al di fuori dalle ore di lezione stava attento a non parlare troppo, soppesando bene le parole e senza mai accalorarsi. “Non ritengo che fosse possibile litigare con lui,” afferma Ebert. Harmut Kaiser, un altro suo collega di corso, dice che era difficile tirarlo a discutere di politica in classe. “Non era un tipo che si comportava come se volesse cambiare il mondo, come pretendeva di fare la maggior parte del gruppo di studenti”. E se gli studenti si lamentavano dei professori, Atta si univa alle critiche soltanto se pensava che l’insegnante non si fosse preparato a dovere o che non conoscesse perfettamente l’argomento.

Secondo Ebert, Atta aveva per i professori veramente preparati un rispetto che sconfinava nella soggezione. I compagni di appartamento Per i suoi compagni di appartamento aveva però poca soggezione e rispetto. Le difficoltà che aveva avuto durante il soggiorno nella casa dei due insegnanti che l’avevano ospitato si riprodussero a Harburg, dove andò ad abitare al Centrumshaus, un residence per studenti sovvenzionato in parte dall’università. Ogni appartamento era formato da due camere da letto con bagno e cucina in comune. Atta vi abitò dal 1993 al 1998, dividendo l’appartamento con due compagni, uno dopo l’altro. Alla fine li aveva così scocciati che nessuno dei due lo sopportava più. Raramente lavava i piatti, anche quelli che si era fatto prestare per i suoi pasti. Praticamente non puliva mai il bagno, limitandosi a farlo soltanto quando glielo si imponeva e poi dimenticandosene di nuovo per mesi. Lasciava per settimane il cibo in frigorifero senza coprirlo, con il risultato di contaminare il sapore di quello degli altri. I suoi coinquilini arrivarono a detestare Atta assai più per il suo modo di essere che per il suo modo di fare. I due sono abbastanza diversi tra di loro. Il primo è un tipo eccitabile, ansioso, figlio di nuovi immigrati. Il secondo è un tipo pacifico e fu scelto dal responsabile del residence nella speranza che riuscisse a convivere con Atta.

Entrambi accusarono Atta dello stesso deplorevole difetto: il suo totale, aggressivo isolarsi. Anche se non molto alto (5,7 piedi, un metro e 73, ndr) e sottile, Atta era una figura minacciosa e sinistra. Appariva goffo, rigido e come represso. Il suo viso, ora così noto, con i suoi lineamenti taglienti e la fronte bassa e scura, gli dava un’aria più sottomessa che minacciosa ma certo non amichevole. La cucina comune era ben organizzata e funzionale con un tavolo in acero che guardava sulla strada. Era una stanza luminosa che invitava a sedersi e socializ zare bevendo una tazza di tè o caffè al mattino. Atta era così spesso concentrato in se stesso da entrare e uscirne senza prendere atto della presenza degli altri. Il suo primo compagno tentò di rompere questo isolamento portandolo al cinema a vedere un cartone animato di Disney: “Il libro della giungla”. Atta fu così colpito dall’indisciplina del pubblico prima dell’inizio della proiezione che si agitò tutto il tempo sulla sedia, mormorando disgustato: “Caos, caos!”. Non disse una parola né durante né dopo il film e, ritornati a casa, se ne andò diretto in camera sua, sbattendo la porta dietro di sé. Un’altra volta Atta chiese al suo compagno di appartamento se avesse qualcosa di divertente da leggere. Gli venne dato un libro di racconti un po’ grotteschi nello stile dei Monty Python, che restituì il mattino seguente senza ringraziare o fare alcun commento.

Atta spendeva molto poco per il cibo e ancora meno tempo per mangiare. Quando doveva mangiare si lamentava di doverlo fare. “Era refrattario a qualsiasi tipo di piacere”, racconta il suoi coinquilino. “Non dividevamo mai alcun cibo; dividevamo i piatti nel senso che lui li sporcava e io li lavavo”. Talvolta Atta si preparava un pasto facendo bollire delle patate dopo averne raschiato la buccia e le schiacciava riducendole a un mucchietto. Continuava a mangiarne un po’, magari per una settimana, senza riscaldarle, prendendone un po’ con la forchetta e rimettendo in frigorifero gli avanzi. Ogni camera da letto era arredata con un letto, una scrivania e alcuni ripiani. L’unica cosa che Atta aggiunse fu un tavolino per proiettore di diapositive che utilizzava come libreria dove tenere il Corano. Pregava cinque volte al giorno, digiunava nei giorni di festa e frequentava la moschea non appena possibile. Quando non poteva andare in moschea, pregava nella sua stanza, o sul posto di lavoro, persino in un angolo dell’aula durante le lezioni. Talvolta portava la barba, oppure si radeva. Quasi sempre indossava lo stesso tipo di abbigliamento: pantaloni casual di cotone e un golf. In casa non portava le scarpe, non appena entrato calzava un paio di pantofoline blu. Il suo secondo coinquilino dice che dopo tre anni di convivenza lui e Atta si parlavano a malapena.

Era così strano che una volta, mentre era fuori con amici,
scherzando disse che sperava che Atta non stesse facendo saltare in aria la casa. “Alla fine contavo i giorni che mancavano alla data in cui Mohamed avrebbe dovuto lasciare l’appartamento” dice. Agli studenti era concesso di rimanere nel Centrumshaus per non più di quattro anni, ma potevano ottenere una proroga di un anno se erano prossimi alla fine del corso. Con grande suo disappunto, ad Atta fu concessa la proroga. Anche la sua ragazza, che lo veniva spesso a trovare, era sconcertata dal modo di fare di Atta. Rispondeva sgarbatamente, a monosillabi, alle sue domande e non la guardava mai negli occhi, dice. “Ero più felice, quando non era in casa”. La ragazza era così offesa dall’atteggiamento di Atta verso le donne che decise di rispondergli da par suo. Persuase il suo amico ad appendere un manifesto con un nudo di Degas sopra al water in bagno. Il bagno era piuttosto piccolo; non si poteva aprire la porta senza vedere il manifesto. Atta per un po’ non reagì alla provocazione. Ma tre mesi più tardi chiese che venisse tolto. Allora la ragazza appese in cucina un manifesto di Miss Piggy uno dei personaggi dei Muppet, voluttuosamente avvolta in un négligé. Atta non disse mai una parola. Aleppo, dentro la moschea Dittmar Machule, il professore del Politecnico, aveva preso a cuore Atta. Machule è un convinto orientalista che interpreta il suo ruolo universitario sia come professore sia come promotore della comunicazione interculturale. Perciò fu assai contento quanto Atta scelse il corso che avrebbe poi sviluppato come argomento per la sua tesi: la conservazione delle città antiche del Medio Oriente. “Gli altri studenti musulmani quando vengono a contatto con il nostro mondo occidentale sperimentano tutti i possibili problemi originati da un contesto culturale diverso” dice Machule. “O si occidentalizzano del tutto o cercano di prendere qualcosa di qua e di là… con Mohamed ho avuto l’impressione di aver finalmente trovato qualcuno che non si modificava, che cercava di restare quello che era, di imparare senza contaminarsi”. “Ho pensato che, tornato a casa, sarebbe stato in grado di lavorare con i fondamentalisti e le persone molto religiose perché era ancora credibile”.

Per anni Machule ha supervisionato un progetto che prevede alcuni scavi tra le rovine di un’antica cittadina nelle vicinanze di Aleppo, nella Siria del Nord. Nel 1994 invitò Atta a visitare questi scavi e a prendere in considerazione Aleppo per raccogliere materiale e fare esercitazioni pratiche in previsione della sua tesi. Atta aveva già deciso però di andare in vacanza a Istanbul in Turchia con altri studenti. “Gli dissi: ‘Mohamed cerca di venire in Siria: c’è un autobus diretto per Aleppo’. Arrivò ad agosto di prima mattina dopo ben tre giorni di viaggio, con la sua valigia, mi fece quasi pena”. Atta trascorse qualche giorno agli scavi, poi si trasferì ad Aleppo. In città come questa, in tutti i paesi in via di sviluppo, lo scontro tra vecchio e nuovo non è semplicemente teoria. Capita di percorrere vecchie strade che si inoltrano costeggiando collinette e fognature, attraversando vecchi quartieri, affollati e confusi come mille anni fa, per poi all’improvviso imbattersi in qualcosa di totalmente nuovo: un condominio in cemento armato che sembra provenire da Mosca o da Marte, oppure un centro commerciale a tre piani sbarcato da Sherman Oaks. Atta concentrò la sua attenzione su un quartiere denominato Almadiyeh Square che era stato di recente investito dal vento della modernizzazione.

Negli anni 70 il governo aveva fatto scavare larghi viali per migliorare la circolazione nella città vecchia: era stata tracciata una nuova strada attraverso Almadiyeh, abbattendo i vecchi edifici per far posto a tutta una serie di bottegucce dove vendere souvenir ai turisti che l’avrebbero percorsa. “È l’unica volta che l’ho visto in preda all’agitazione. Era molto arrabbiato all’idea che avessero distrutto parte del nostro passato”, racconta Razan Abdel- Wahab, un ingegnere siriano che ancora lavora al progetto di risanamento di Aleppo. Quando Atta rientrò ad Amburgo, comunicò a Machule che avrebbe scelto Aleppo come argomento centrale della sua tesi. Assieme a un altro studente, Volker Hauth, tornò in Siria alla fine dell’anno per raccogliere altro materiale. Secondo Hauth, Atta era entusiasta del lavoro fatto. Durante una visita a Damasco, la capitale della Siria, Hauth accompagnò Atta alla moschea. Lui era un convinto protestante e i due avevano spesso discusso di religione, ma Hauth non aveva mai visto Atta in circostanze religiose. Arrivati alla moschea con sua sorpresa vide che conduceva la preghiera. Hauth dice che Atta sembrava molto sicuro di sé, tranquillo e diplomatico. Fu una rivelazione per lui che conosceva l’ostinato, introverso Atta di Amburgo. Qui era un uomo completamente diverso: più rilassato, loquace, vivace, a momenti quasi scherzoso.

Era come come trasformato, un pesce finalmente ributtato in mare. Fece persino delle avance a una donna che aveva conosciuto ad Aleppo. Lei gli rispondeva scherzosamente dandogli del “faraone d’Egitto”. Sembrava che tutto gli andasse bene. Aveva incontrato una nuova cultura, aveva cercato e trovato un lavoro che lo impegnava e gratificava, ed era stato accet tato e incoraggiato come mai gli era successo all’università del Cairo. Da studente universitario al Cairo, Atta non aveva mai discusso delle sua carriera, delle sue aspirazioni. Ora parlava di avere un futuro, di pensare a tornare in Egitto “come un arabo d’Arabia”, così disse a un collega tedesco, per poter costruire quartieri dove le persone potessero vivere meglio. Di ritorno al Cairo Molte realtà politiche dell’Africa sono state tracciate da mani straniere. L’Egitto costituisce una fulgida eccezione. Esiste da più di 50 secoli, ed è stato fulcro di grandi civiltà quando, come sostiene Gernot Rotter, insigne esperto tedesco d’Islam, “gli abitanti del Centro e del Nord Europa vivevano ancora sugli alberi”. Ciò è causa di grande orgoglio e grande depressione. Sia la gloria passata sia l’inevitabile decadenza sono molto evidenti in quella parte della vecchia Cairo nota come Città Islamica, ricco concentrato di antichi monumenti, moderni mercati ed edifici medioevali. Nell’estate del 1995 Atta e Hauth, grazie a una borsa di studio di un istituto tedesco, raggiunsero Il Cairo per studiare e analizzare il piano di recupero elaborato dal governo egiziano per la valorizzazione della Città Islamica. Durante il viaggio furono raggiunti da un terzo studente: Ralph Bodenstein. Quello che i tre giovani architetti scoprirono li fece inorridire. Il governo pensava di “recuperare” la zona allontanando da lì la maggior parte degli abitanti, sfrattando i venditori di aglio e cipolle, ristrutturando i vecchi edifici e facendoli abitare da gruppi di attori che avrebbero dovuto impersonare gli abitanti che avevano trasferito altrove. Bodenstein così descrive quello che successe: “Ci fu una discussione assai accesa e critica con i rappresentanti dell’amministrazione della città. Non capivano le nostre obiezioni. Volevano andare avanti con la loro idea, travestire la gente e farla recitare. Pensavano che fosse una buona idea e non capivano perché mai ci opponessimo”. Fu il primo approccio professionale di Atta con la burocrazia egiziana e ne restò disgustato. Secondo Bodenstein, “Mohamed era molto, molto critico nei confronti degli amministratori pubblici, del nepotismo imperante. Aveva cominciato a informarsi per trovare un lavoro dopo il dottorato di ricerca e aveva incontrato un sacco di difficoltà. Non apparteneva a quel gruppo sociale, che si passava il posto di padre in figlio oppure in base all’appartenenza politica.

Mohamed era molto idealista, un umanista;
riteneva di avere dei compiti sociali da assolvere”. La sua difficoltà a trovare un lavoro decente non era un caso unico. L’ambizioso sistema egiziano che offre a tutti un’istruzione ad alto livello, praticamente gratuita, ha come risultato di formare molti più laureati di quanti ne possa assorbire il mercato del lavoro. Più siete istruiti, meno possibilità avete di trovare un lavoro. Secondo un’indagine del 1998, i laureati hanno 32 volte possibilità in meno di trovare lavoro rispetto a un analfabeta. Bodenstein ricorda che le critiche di Atta al progetto governativo aumentavano mano mano che questo procedeva. Diceva che il piano di risanamento avrebbe trasformato la città vecchia in una specie di Disneyland islamica. Queste piaggerie occidentali, affermava, erano espressioni del desiderio del governo egiziano di compiacere gli Stati Uniti. Lo studio del progetto durò cinque settimane, poi Bodenstein e Hauth ritornarono ad Amburgo, mentre Atta si fermò al Cairo per passare un po’ di tempo con la sua famiglia, che nel frattempo si era trasferita da Abdin a Giza. Atta visitò il vecchio quartiere e portò la sua macchina da Khamees perché la revisionasse.

Mentre era lì, il muezzin chiamò alla preghiera del pomeriggio.
Atta si scusò e si avviò verso la moschea; era la prima volta che il meccanico vedeva un membro della famiglia Atta andare alla moschea. La religione era diventata il fatto centrale nella vita di Mohamed. Grazie al consenso e all’assistenza finanziaria del padre quell’anno poté andare in pellegrinaggio alla Mecca, evento molto impor- tante ed essenziale nella vita di un musulmano. Ogni buon credente deve fare il viaggio alla Mecca almeno una volta nella sua vita. L’Arabia Saudita pone delle restrizioni al numero dei pellegrini, così il viaggio è molto ambito. Riuscire a farlo a un’età tanto giovane – 27 anni – era un grande privilegio. Quando fece ritorno ad Amburgo, Hauth trovò che Atta, se possibile, si era fatto ancora più tranquillo, introverso e più ferventemente religioso. John Sadiq, un suo compagno di studi che lavorava con lui part-time, vide lo stesso cambiamento. Atta disse a Hauth che desiderava ritornare in Egitto per lavorare come urbanista ma che era sconfortato dalla situazione politica. “Aveva paura di essere discriminato e criminalizzato a causa della sua religiosità”, dice Hauth. Al Quds.

Finalmente gli amici
In Germania Atta aveva fatto molte conoscenze, ma nessuno si considerava veramente un suo caro amico. Una delle cause era il suo essere introverso, un’altra la limitatezza dei suoi interessi. Non era facile conversare con lui, a meno che l’argomento non fosse l’islam, Il Cairo o l’urbanistica, temi non propriamente destinati a far nascere grandi amicizie in Germania. Nei primi quattro anni Atta aveva lavorato in una ditta di urbanistica di Amburgo, la Plankontor. Era un impiegato perfetto, dice Joerg Lewin, uno dei soci della società; ma non aveva ma legato con gli altri colleghi. Rimaneva al tavolo da disegno e lavorava oppure si inginocchiava di fianco e pregava. Benché invitato, non aveva mai partecipato alla gita annuale che l’azienda organizzava per i suoi impiegati. Non possedeva quasi nessun libro, non gli piaceva il cibo, non ascoltava musica, se non canti religiosi, e – per quanto se ne sapeva – l’unico film che avesse mai visto era quello al quale lo aveva trascinato il suo primo coinquilino di Amburgo. Quando si era iscritto al Politecnico c’erano circa cento studenti stranieri, la metà dei quali non era propriamente rappresentata da stranieri, ma da turchi le cui famiglie risiedevano da molto tempo in Germania.

In realtà, i veri “stranieri” erano quaranta e soltanto una manciata gli arabi.
Era difficile per Atta incontrare ad Amburgo dei suoi simili dal punto di vista culturale. Li aveva incontrati invece in un quartiere degradato a Est della stazione ferroviaria dove si trovava la moschea di Al Quds. Tutte le moschee più importanti e antiche di Amburgo sono persiane. Quasi tutte le altre, compresa quella che Atta frequentava all’inizio del suo soggiorno, sono piccole moschee turche. Al Quds è una moschea prevalentemente araba. Situata in via Steindamm, è incuneata tra una palestra di body-building e un caffè turco. La strada è piuttosto nota per i suoi sexy shop e per lo smercio di droga; a pochi metri dalla moschea, giorno e notte, c’è un gran traffico di affari loschi. Al Quds è una moschea media: può ospitare al massimo 150 persone. I muri sono bianchi decorati con versetti coranici, i tappeti sono grigi e tutto il luogo trasuda un’atmosfera molto funzionale. I Servizi segreti tedeschi la considerano la più radicale di Amburgo: al Cairo probabilmente se ne trovano almeno altre mille così. In un posto del genere, quando è arrivata la notizia dell’attacco dell’11 settembre, sono echeggiate grida di entusiasmo, mentre il giorno in cui i talebani sono stati cacciati da Kabul ci sono state grida di rabbia. Molti uomini che la frequentano, compreso l’imam Abu Maziad, accusano gli Stati Uniti per tutto ciò che c’è di sbagliato nel mondo e attribuiscono a Israele e agli ebrei molte altre colpe. Abu Maziad dice che Atta ha cominciato a frequentare la moschea alla metà degli anni 90. Veniva spesso sia per pregare sia per parlare con gli amici. Questi suoi nuovi amici arabi – uomini di tutte le età – secondo i coinquilini venivano spesso in visita al Centrumshaus e talvolta Atta invitava alcuni gruppetti a cena, offrendo zuppe.

Poco dopo il suo ritorno dalla Mecca, chiese a due di loro di fare da testimoni al suo testamento.
Questo testamento, datato 6 marzo 1996, è riaffiorato dopo ben cinque anni, nella valigia abbandonata da Atta dopo essersi imbarcato sul volo American Airlines per Boston. È un documento bizzarro: un miscuglio di testi islamici standard e rigide disposizioni per il suo funerale e su chi è autorizzato a parteciparvi. Atta dichiara inoltre di aver dedicato vita e morte ad Allah e proibisce a qualsiasi donna di visitare la sua tomba. È difficile attribuire un senso a questo testamento, ma se non altro fornisce una chiara indicazione sulle sue crescenti ossessioni e frustrazioni. Marienstrasse Atta continuò a vivere nel residence universitario e a lavorare alla Plankontor fino a quando l’azienda nel 1966 lo licenziò per riduzione d’organico. Atta disse a Lewin che gli dispiaceva perdere il lavoro, però se ne andò di buon grado. Addirittura restituì dei soldi che secondo lui gli avevano dato in più nell’ultima busta paga. Atta finì il corso in primavera; tutto quello che gli restava da fare era scrivere la tesi per il dottorato di ricerca. Invece improvvisamente sparì. A partire dall’autunno del 1997 non ebbe più quasi nessun contatto con l’università per un anno. Tenne una serie di seminari per l’istituto che gli aveva finanziato il viaggio al Cairo. Questi seminari, nel 1997 e ’98, erano per studenti che facevano studi analoghi ai suoi. Come insegnante Atta non era molto diverso dall’Atta studente. Uno degli studenti che seguì due seminari di quattro giorni lo descrive preparato, preciso, monotono e serio. L’uomo, un egiziano, confessa che all’inizio era eccitato all’idea di incontrare un altro egiziano così lontano da casa, ma Atta non gli sembrò propenso a interessarsi a lui. I seminari prevedevano serate sociali alle quali Atta non partecipò mai. L’egiziano dice che Atta gli sembrava sempre preoccupato e che c’era come un muro tra lui e gli studenti.

Nel frattempo Atta aveva trovato una nuova occupazione part-time
: impacchettava computer in una casa di spedizioni. Questo tipo di lavoro non aveva nessun collegamento con i suoi progetti di carriera come urbanista. Ma aveva ben altri collegamenti. Infatti almeno due dei suoi colleghi di lavoro sono accusati di aver partecipato all’organizzazione e all’esecuzione degli attacchi dell’11 settembre. Secondo gli investigatori, a un certo punto, in questo periodo, Atta andò in Afghanistan per addestrarsi in uno dei campi di Al Qaida, l’organizzazione terroristica di bin Laden, ma il calendario dei seminari non gli permetteva assenze prolungate. Quella più lunga fu di un paio di mesi all’inizio del 1998. Al suo coinquilino del Centrumshaus raccontò che andava a fare un altro pellegrinaggio, senza specificare dove. Nell’autunno 1998 Atta aveva ormai esaurito la proroga per poter continuare ad abitare nel residence studentesco e così informò il direttore, Manfred Schroeder, che avrebbe diviso un appartamento con altri amici. Probabilmente Schroeder fu l’unico a essere rammaricato per il fatto che Atta se ne andasse.

È un uomo abbastanza in là con gli anni e dall’aria autorevole
, non sempre apprezzata dagli studenti. Atta invece trattava gli uomini anziani con grande deferenza. Talvolta invitava Schroeder nel suo appartamento per un tè e cioccolatini, la sua unica debolezza. Ma purtroppo era rimasto al Centrumshaus per cinque anni, doveva andarsene. Fece la solita valigia e si trasferì all’Isola Dimenticata, a Wilhelmsburg. I vicini raccontano che il gruppo numeroso di arabi rimase pochi mesi nell’appartamento e poi sparì rapidamente come rapidamente era arrivato, lasciando dietro di sé soltanto undici materassi. A novembre Atta era ricomparso a Harburg. Con altri due uomini, Ramzi Binalshibh e Said Bahji, prese in affitto un appartamento ristrutturato di recente vicino all’università in Marienstrasse. L’abitazione aveva tre stanze da letto, muri dipinti di nuovo, nuovo riscaldamento e un sacco di visitatori. Gli affittuari pagarono per installare delle linee veloci per computer. Secondo gli investigatori, questa era una nuova cellula terroristica di Al Qaida e la centrale che avrebbe pianificato gli attacchi dell’11 settembre. Binalshibh, di nazionalità yemenita, non aveva apparentemente mezzi di sostentamento e non aveva alcun interesse per lo studio.

Per pochi mesi frequentò l’università di Harburg con scarso profitto, poi la lasciò. Bahaji, un tedesco di origini marocchine, studiava ingegneria informatica al Politecnico. Lui e Atta chiesero all’università di prevedere una stanza per incontri e preghiere musulmane. Gli investigatori americani dicono che Binalshibh pensava di raggiungere negli Stati Uniti il team dei dirottatori, mentre Bahji sembra abbia fornito l’indispensabile supporto tecnico e logistico. Entrambi lasciarono la Germania prima degli attacchi, ricomparendo per poco in Pakistan, prima di sparire definitivamente. Nel 1998 Bahaji aveva attirato l’attenzione della polizia tedesca a causa dei suoi contatti con un uomo d’affari siriano di mezza età, Mamoun Darkazanli, che aveva incontrato alla moschea Al Quds. Darkazanli era, seppur in maniera vaga, associato a un uomo che era stato un “amministratore” per conto di bin Laden. La polizia non scoprì nulla di rilevante dai suoi controlli perché, come disse più tardi un investigatore, “sapevamo che erano musulmani radicali, ma questo non era un crimine. È possibile che avessero contatti con dei seguaci di Osama bin Laden, ma anche questo non costituisce un crimine”. Secondo Thorsten Albrecht, il padrone di casa, Atta, Binalshibh e Bahaji erano inquilini ideali. Pagavano l’affitto, segnando sull’assegno che la somma proveniva dal Dar el Anser, la Casa dei Seguaci. Albrecht dice che avevano l’aria e si comportavano come studenti di filosofia. Sembravano come sempre in trance, assorti, e indossavano abiti fuori moda da tempo. Ricorda che uno di loro portava dei jeans beige a zampa di elefante. Talvolta indossavano anche le classiche tuniche musulmane. I vicini dicono che l’appartamento era un punto di ritrovo per gruppi di arabi che, come a Wilhelmsburg, venivano regolarmente in visita.

Tra di loro c’erano anche due dei presunti dirottatori dell’11 settembre, cioè Marwan Al-Shehhi e Ziad Samir Jarrah. Atta chiese a Dittmar Machule un incontro per finire la sua tesi. Machule dice che gli domandò: “Dove sei stato tutto questo tempo? Hai avuto problemi? Problemi in famiglia?”. “Sì, in famiglia, a casa.”, gli rispose Atta. “La prego di capire, non desidero parlarne”. E così fu. Atta ricominciò a lavorare attivamente alla sua tesi su Aleppo. Riprese a incontrare regolarmente Machule per prepararla e nel giugno 1999 consegnò un manoscritto di 152 pagine. Machule, aprendolo, lesse una dedica in arabo ad Allah scritta sulla prima pagina. Il resto del lavoro presentava poche novità. Era una concreta, precisa disamina della storia di Aleppo, dell’attuale progetto di risanamento, accompagnata da una proposta per integrare meglio il passato con il presente urbanistico. Machule la trovò di gran livello intellettuale, ma scritta in modo discontinuo. Così chiese alla professoressa Chrilla Wendt di lavorare con Atta per migliorarne lo stile prima di presentarla ufficialmente. Per sei settimane Atta e la professoressa lavorarono assieme, gomito a gomito. Wendt era al corrente del disagio che Atta provava per le donne, ma racconta che tutto andò avanti regolarmente fino al giorno in cui, all’improvviso, Atta le disse che non sopportava più questa vicinanza promiscua. Il lavoro era quasi al termine e in agosto Atta consegnò formalmente la sua tesi. Più tardi la discusse con la commissione del dottorato di ricerca, conseguendo una buona votazione e molte congratulazioni.

La tesi è un normale documento di analisi urbanistica.
Quello che colpisce è perché mai Atta abbia deciso di terminarla. Dopo tutto, sembrerebbe che all’epoca avesse già ben intrapreso la strada che lo avrebbe condotto al fatale 11 settembre. Sia lui sia Al- Shehhi e Jarrah avrebbero, settimane dopo, denunciato il furto dei rispettivi passaporti, probabilmente per avere nuovi documenti puliti e privi delle tracce di viaggi sospetti che avrebbero potuto impedire di ottenere il visto per gli Stati Uniti. Forse la tesi era un impegno importante per Atta e desiderava portarlo a termine: era un individuo determinato. Forse ha ragione Machule: lui ritiene che Atta non fosse al corrente di tutto. Machule ricorda il suo ultimo incontro con Atta. Lui era occupato con un altro studente e Atta, siccome era Atta, non osò entrare. Non bussò nemmeno alla porta. Si fermò sulla soglia, sperando di incontrare lo sguardo del professore. Machule gli fece cenno di aspettare. Atta attese 10 minuti, poi se ne andò e Machule non lo rivide più. Alla fine del 1999 Atta tornò a casa con la sua tesi. Il padre lo accolse come un eroe vincitore. “Gli dissi che dovevamo trovargli moglie”, racconta. Come al solito aveva previsto tutto. Quindi aveva già una potenziale moglie da presentargli. “Andammo a visitare la famiglia, Mohamed incontrò la ragazza e si piacquero. Anche Mohamed piacque ai genitori che però posero come condizione che la ragazza non dovesse lasciare Il Cairo. Così si fidanzarono e Mohamed ripartì per terminare il suo dottorato di ricerca”. Naturalmente non ci sarebbe stato alcun matrimonio, né dottorato di ricerca. A quel tempo i genitori di Atta si erano separati. Secondo Hamida Fateh, zia di Atta, c’erano stati dei litigi per il matrimonio della figlia maggiore. Il padre non approvava la scelta dello sposo che era stata fatta dai fratelli di Bouthayna. Sempre Fateh racconta che la madre non stava bene, ma la visita di Atta era stata per lei una gioia grandissima. Bouthayna aveva portato il figlio in visita a Kafr el Sheik per mostrarlo ai parenti. “Era molto, molto felice” dice Fateh.

La zia racconta che Atta disse alla madre che non voleva andarsene, che non voleva continuare a studiare, ma restare al Cairo e occuparsi di lei. Le chiese se era possibile. “La madre invece conti- nuò a insistere perché tornasse ai suoi studi”, spiega la zia. Devi assolutamente prendere un dottorato, gli disse. Vai in America. Un ricordo inconciliabile Gran parte della torre Nord del World Trade Center era costituita di aria. Tutti i grandi edifici lo sono, ma questo in modo particolare. Il capo progettista del centro godeva a far vedere una lista di tutti gli edifici più alti e più leggeri del mondo. Quelli progettati da lui erano tutti raggruppati in alto. Era riuscito a ottenere questa straordinaria leggerezza grazie a soluzioni architettoniche che riducono la quantità di acciaio usato per costruire l’edificio e creano più spazio. Dato che erano così leggeri, il problema principale era rappresentato dal vento. Il Trade Center era progettato per resistere a venti della forza di un uragano. Ma i venti non sono a punta e persino un uragano non attacca alla velocità di un Boeing 767. Stranamente, un altro dei progettisti una volta si era vantato che gli edifici erano stati progettati per resistere persino all’impatto di un aereo; tutti si erano fatti una risata, pensando che non si potesse ipotizzare una cosa simile. Dopo che l’improbabile arma pilotata da un improbabile pilota si è conficcata nell’edificio, 24 mila galloni di cherosene hanno incendiato la torre Nord con la potenza di 7 milioni di candelotti di dinamite, deformando le colonne e facendo crollare i soffitti uno sopra l’altro, fino a quando l’intera struttura è collassata su se stessa, seguita dalla torre Sud, trasformando un milione di tonnellate di vetro, pietra, acciaio, pregiata carta da lettera intestata di Crane, stracci da pavimento, abiti italiani di lana, cravatte di seta, sedie di Herman Miller e quasi 3.000 persone in un mucchio di rovine fumanti alto sette piani. Un freddo e ventoso giorno di novembre ad Amburgo, nel Nord della Germania, una giovane donna, prima fidanzata e ora moglie di un vecchio compagno d’appartamento di Atta, parlava di un’immagine che non riesce a dimenticare. Diceva che quando ha visto i primi bombardamenti sull’Afghanistan, seduta di fronte al suo televisore, fissava lo schermo con incredulità, incapace di accettare che quelle bombe fossero in realtà il risultato delle azioni compiute dal vecchio compagno di appartamento del marito. Osservando le esplosioni, cercava di collegare le bombe, la guerra, tutto quello che era successo nel mondo dall’11 settembre con il ricordo dello smilzo ometto che strusciava per l’appartamento nelle sue pantofoline di gomma. Non combaciava. Continuava a chiedersi: E tutto ciò a causa di Mohamed? Non è possibile, diceva. Non il piccolo Mohamed con le sue pantofole blu.

C’è molto che non saremo mai in grado di sapere su Atta.
Ma quando un uomo si muove per il mondo lascia tracce che possono essere ripercorse, anche se molto labili. Seguendo le tracce di Atta, l’immagine che trasmette è quella di un uomo troppo piccolo per aver potuto compiere una cosa così grande come quella che ha fatto. Questo era un uomo tanto timido da non osare bussare alla porta aperta dell’ufficio del suo professore. C’è qualcosa che assolutamente non convince in tutto ciò. Noi vogliamo che i mostri siano mostruosi. Ci aspettiamo che siano in qualche modo all’altezza dei loro crimini. Ma più di tutto vogliamo che siano straordinari, in modo da poter pensare che questa cosa orribile non possa ripetersi così facilmente. Quando andiamo a caccia di persone capaci di causare una così orrenda distruzione, l’ultima cosa che ci aspettiamo di trovare è un piccolo Mohamed in pantofoline blu. Copyright Los Angeles Times

*A questo articolo hanno contribuito Michael Slackman in Siria, Carol J. Williams e Dirk Laabs in Germania, e Hany Fares in Egitto. (Traduzione di Giovanna Bellasio) 

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