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Yasser Arafat

“Se penso che mio padre ha voluto darmi il nome di Yasser mi viene da ridere”. In arabo yasser significa “tranquillo”, “facile”, o anche “nessun problema”. “Nessun problema io, che da quando sono nato i problemi li trovo con la prima colazione?”. Arafat è sempre riuscito a scherzare sulle proprie disavventure, salvo poi abbandonarsi a collere infernali se qualcuno trovava il coraggio di ricordargliele.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 24 febbraio 2002

“Se penso che mio padre ha voluto darmi il nome di Yasser mi viene da ridere”. In arabo yasser significa “tranquillo”, “facile”, o anche “nessun problema”. “Nessun problema io, che da quando sono nato i problemi li trovo con la prima colazione?”. Arafat è sempre riuscito a scherzare sulle proprie disavventure, salvo poi abbandonarsi a collere infernali se qualcuno trovava il coraggio di ricordargliele. Al nome proprio preferisce da sempre quello di battaglia che s’è scelto fin dal principio: Abu Ammar. Abu vuol dire “padre”, viene usato dai capi palestinesi, Ammar significa “costruttore”. Costruire e distruggere, questo il suo destino. Furbo. A volte troppo. Manca, si direbbe, di misura. Ha impostato la sopravvivenza politica (e anche fisica) perlopiù sul bluff e finora nove volte su dieci gli è andata bene. Adesso è davvero nei guai. Ma di sicuro, lui che predica il realismo, si nutre ancora di illusioni.

Rinchiuso nel bunker di Ramallah, circondato dai carri armati israeliani, abbandonato da quasi tutti i grandi protettori arabi del petrolio che lo finanziano da cinquant’anni, sfiduciato dagli americani che speravano di contenere grazie a lui il conflitto del Medio Oriente, combattuto dagli estremisti di Hamas e persino dai fedayin di Al-Fatah che egli stesso aveva creato, Abu Ammar è là che mescola il mazzo sperando di farne uscire il jolly, come gli è spesso accaduto, anche barando un po’. Questo di Ramallah non è un vero bunker, ma un gigantesco edificio grigio e consumato, che sembra una caserma o un modesto complesso di alloggi popolari. Però ha i sotterranei blindati con ferro e cemento e, secondo i modelli libanesi inaugurati a Chatila, una rete di cunicoli per uscire di soppiatto quando necessario. A parte l’accerchiamento che gli impedisce persino di andare alla moschea, e a parte la congiuntura politica pessima, Arafat nei bunker sembra trovarsi a suo agio. Ne ha passati una quantità: rifugi propriamente detti, fortilizi, casematte o anche cantine, sottoscala e in qualche caso intercapedini, come quella nelle mura interne dello stadio di Beirut dove andava a dormire le due ore notturne che l’insonnia gli consente. (Altre due le dorme il pomeriggio e forse per questo ha sempre quell’aria intorpidita, che è ingannatrice essendo Yasser ben desto, all’erta, pronto alla battuta perfida come alla decisione imprevedibile).

Nascondersi in un bunker non vuol dire mancare di fegato. Ne ha dimostrato fin dagli anni di Kuwait City, dove con la laurea di ingegnere e il bernoccolo dell’imprenditore avrebbe potuto benissimo diventare ricco. Soldi ne mise da parte, lo ammette, possedeva una società edilizia fiorente, una palazzina e quattro automobili tra cui una Thunderbird. Ma si mangiò tutto pagando di tasca sua le spese di avviamento dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, sulla quale fondava la speranza di unire tutte le forze disposte a battersi per la riconquista della patria perduta. Lavorava da clandestino in mezzo ai palestinesi esuli per arruolare gente, cercare denaro, armi, fare propaganda per la causa, contrabbandare esplosivi a Gaza, pianificare sabotaggi a Tel Aviv, selezionare terroristi. Ogni tanto finiva in prigione, come è fatale, e ogni tanto le polizie arabe lo torturavano: gli era capitato in Egitto dove Nasser lo sospettava di appartenere ai Fratelli musulmani, i dinamitardi storici dell’islam, e gli capiterà in Libano e quindi in Siria, dove gli amici al potere tenteranno più volte di ucciderlo.

Se c’è un uomo d’azione con il fisico meno adatto al ruolo, questo è Arafat. Visto in tv sembra più alto del suo scarso metro e 60 e la calvizie non si nota, celata dalla kefiah o dal berretto da soldato. Nel suo popolo i vecchi dimenticano che gli anni sono passati anche per lui e lo venerano come un mito. Ma i giovani non provano tutto quell’ossequio che gli dovrebbero. Gli studenti di Beir Zeit lo contestano apertamente, per non parlare dei militanti di Hamas e della Jihad che lo vorrebbero in pensione, o all’estero, o morto. Ci sono momenti in cui fa pensare all’antieroe dei romanzi, gli occhi velati e sempre stanchi, la barba pasticciata, la pancetta piccoloborghese, ghiotto di miele e hommus, la purea di melanzane, facile alle lacrime, bisognoso del pisolino pomeridiano. Cercate di immaginarlo alla Guerra dei sei giorni, nel 1967, quando all’annuncio che eserciti arabi hanno attaccato gli israeliani salta su una vecchia Volkswagen e corre verso il fronte con una ventina di granate nel portabagagli. Radio Damasco comunica che i siriani hanno travolto le difese ebraiche e stanno avanzando trionfalmente oltre le colline del Golan. Arafat ci crede e brucia dalla voglia di partecipare alla disfatta del nemico. Invece scopre che i soldati siriani non hanno alcuna intenzione di battersi, anzi si preparano alla ritirata tra qualche botto di artiglieria a titolo simbolico. Deve prendere il largo a tutto gas mentre gli aerei israeliani sbucano dalle nubi e in meno di tre ore distruggono l’intera forza aerea egiziana. Con vari dettagli comici, il pneumatico che si fora, la kefiah persa nella fuga, la benzina che sta per finire.

L’episodio me lo ha raccontato lo stesso Arafat, una notte del 1982 nel bunker dello stadio durante l’assedio di Beirut. Aggiungeva di avere avuto paura che un proiettile colpisse il bagagliaio, e allora addio Gerusalemme. In quel primo di altri incontri, provò anche a elencarmi le volte che il Mossad e i siriani, per opposte ragioni, avevano cercato di ucciderlo. Ne aveva perso il conto. Settanta? (A tutt’oggi saranno il doppio). Siriani e Mossad agivano tramite palestinesi traditori per denaro o ricatto. Arafat usciva nei momenti più impensati dai suoi rifugi e appariva di sorpresa al comando dell’Olp nel quartiere di Fakhrani. Con i giornalisti che avevano avuto la pazienza di aspettare improvvisava una conferenza stampa. Anche il Mossad aveva pazienza. Forse sarà bene ricordare che allora Beirut era spaccata in due. All’Est i rioni cristiani, all’Ovest quelli musulmani presidiati dai palestinesi e accerchiati dalle truppe di Israele. Impossibile per un cristiano penetrare nei quartieri musulmani. Figurarsi un ebreo. “Qualche cosa non quadrava. Dovunque io andassi, sia pure in grande segreto, arrivavano le bombe degli aerei o della flotta appostata fuori dal porto. Mi fallivano per pochi minuti e per pochi metri. Ci rendemmo conto che il Mossad sapeva tutto. Già al principo dell’assedio avevamo scoperto che uno sciancato che vendeva arance davanti alla moschea di Quoreitem era un colonnello israeliano. Aveva messo su una rete di spie, non fece nomi e ci toccò fucilarlo. Un giorno si presenta una ragazza palestinese, dattilografa al quartier generale. Confessa di essere stata arruolata per soldi dall’ebreo e munita di una trasmittente piccola quanto una noce con la quale segnalava tutti i miei movimenti. Quella mattina aveva comunicato la mia presenza al campo di Borj el-Barajneh e gli aerei piombano puntuali come orologi. I genitori della ragazza che abitavano al campo finirono sotto le bombe e lei si era sentita responsabile della loro morte. Confessò tutto”.

Il presidente siriano Hafez al Assad gli dava grandi baci sulle guance malrasate davanti ai fotografi, ma non sopportava quel nanerottolo che stava diventando troppo potente. Da tempo meditava di farlo liquidare. Ci aveva provato usando un palestinese, Ahmad Jibril che lavorava per lui. “Mi propose un accordo militare e politico. Andai a Damasco, respinsi le proposte inaccettabili e ripartii. Jibril era in agguato, attaccò con il bazooka la colonna di automobili che mi scortava, uccise tredici guardie del corpo ma non me”. Il suo istinto, o la mano di Fatima che porta al collo, gli avevano fatto annusare il tradimento e si era imboscato per la notte in una casa di pastori. Un altro dei molti agguati il malvagio Assad glielo tese ancora a Damasco quando invitò il vecchio a un convegno, disse, di pace. Tutto era pronto, tavola imbandita, montone arrosto, il prediletto hommus. All’ultimo minuto Assad non andò e al suo posto apparve un ufficiale siriano. Neppure Arafat ci andò, qualcuno lo aveva messo in campana e si era fatto rappresentare da un poveraccio, di nome Mohammed Hisme, che appena apparve sulla porta venne crivellato da una raffica.

Quante di queste ritirate strategiche ha dovuto compiere? Quella dalla Giordania era stata l’inizio. I fedayin si erano concentrati ad Amman e nei punti lungo il confine con Israele, attaccavano gli insediamenti ebraici, mandavano a segno feroci attentati. Era il Settembre Nero del 1970. Maestro dell’ambiguità, nessuno poté mai giurare che Arafat fosse estraneo all’offensiva oppure la dirigesse dal suo bunker (proprio come oggi, che non si capisce se è davvero contro i terroristi oppure li sostiene). Le truppe israeliane contrattaccavano anche sconfinando nei territori giordani. Tra gli uni e gli altri, re Hussein temeva di essere trascinato in un conflitto con Israele che sapeva di non poter vincere nemmeno con l’aiuto di tutto il mondo arabo. Mandò la Legione Beduina che lavorò con mano pesante, compì stragi di civili palestinesi, costrinse i fedayin a lasciare il paese seguiti da migliaia di profughi. Arafat riuscì a fuggire in Libano. Travestito da donna. Per anni egli ha negato questa disdicevole mascherata che gli salvò la vita e che non doveva restare unica.

Travestito da contadino si salva dai sicari di Assad quando i siriani intervengono per la prima volta in Libano nel 1977. Una vedetta militare israeliana ferma il cargo diretto a Gaza sul quale viaggia Arafat travestito da marinaio: pesa sulla sua testa la condanna a morte per terrorismo, i soldati non lo riconoscono, lo lasciano andare. Dopo una seconda cacciata da Beirut nel 1982 ritorna su un motoscafo travestito da imam e così abbigliato raggiunge il bunker di Tripoli nel Nord del Libano dove i suoi miliziani si difendono dall’accerchiamento di forze siriane e palestinesi dissidenti. Anche a Tripoli è sgominato e deve fuggire in Tunisia. Benché la sua formazione di guerriglia porti il nome augurale di Al-Fatah, cioè La Vittoria, militarmente Arafat è stato sempre battuto: in Giordania, tre volte in Libano, gli uomini dell’Olp espulsi dalla Siria e dalla Libia. Per non parlare della bruciante sconfitta a opera di Ariel Sharon che gli distrusse l’esercito.

Un palestinese errante. Gli proposi questo appellativo mentre sulla banchina del porto di Al-Minya aspettava l’arrivo della nave italiana che dopo la disfatta doveva portarlo all’esilio in Tunisia. Non mostrò di gradirlo, benché a mio parere gli si adattasse alla perfezione. Più che dal rimorso per gli errori commessi era tormentato dai tradimenti subiti. Un giorno mi disse che senza l’opera dei rinnegati il suo popolo avrebbe già avuto una vera patria. E allora gli raccontai una storia che lo riguardava. Quando i siriani e i suoi malvagi connazionali ebbero debellato i fedayin nella baraccopoli di Tripoli, invitarono i giornalisti a una visita. “Vogliamo dimostrare quanto spregevole sia Yasser Arafat”. Ci vollero accompagnare nella villa che il capo dell’Olp aveva abitato durante l’assedio. Una bella casa. Mentre intorno i poveri abituri erano tutti crollati, le bombe l’avevano appena lambita. Dentro, addirittura elegante. Tappeti sul parquet, comodi divani, persino quadri alle pareti con donne orientali discinte. “Abbiamo lasciato ogni cosa come stava al momento della sua fuga, anche le bottiglie di whisky”. Il musulmano Arafat dedito agli alcolici? Il frigorifero era pieno di buone cose, persino una scatola di prosciutto danese, altro cibo proibito da Maometto. “Ecco che cosa faceva il criminale mentre i profughi sprofondavano nel dolore e nella morte”. Mostrarono un televisore e un mucchio di cassette hard. “Il giorno che lo trascineremo in un processo, bottiglie, cibi, cassette porno peseranno tra le prove della sua corruzione”. Scoprimmo in seguito che la villa non era mai stata abitata da Arafat e che tappeti, quadri, derrate alimentari, liquori e film a luci rosse erano stati portati in fretta e furia da Damasco per la messa in scena a uso della stampa. Non essendo stati capaci di ammazzarlo, i felloni lo disonoravano davanti al mondo.

Paradosso finale: se nella solitudine di Ramallah gli ritornano alla mente queste pagine della sua esistenza coraggiosa e travagliata, Abu Ammar non dovrebbe affliggersi oltre misura per l’assedio israeliano. Sarà certo umiliante ma lo mette al sicuro dai traditori.

di Gino Nebiolo

In breve
 
È nato il 24 agosto del 1929. Ha studiato ingegneria al Cairo, ha lavorato per un breve periodo in Kuwait. Nel 1944 aderisce alla Lega degli studenti palestinesi. Nel 1956 è tra i fondatori di Al-Fatah. Dal 1969 è presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha guidato dall’esilio in Libano e successivamente a Tunisi. Ha traghettato l’Olp dal terrorismo al dialogo con Israele. Nel 1994 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace con Yitzhak Rabin e Shimon Perez. Dal 1996 è alla guida dell’Autorità palestinese.

Gino Nebiolo è stato inviato e corrispondente della Rai dal Medio Oriente e da varie capitali europee.

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