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Winnie Mandela

Nomzamo Winnie Madikizela - Mandela l’inaffondabile. Eroina trasformatasi in pecora nera, sulfureo messia dei diseredati, testimonianza vivente della cattiva coscienza dei bianchi, ma anche minacciosa ombra della memoria dell’African National Congress, che l’apartheid combatté in modi non sempre cristallini.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 8 luglio 2001

Nomzamo Winnie Madikizela - Mandela l’inaffondabile. Eroina trasformatasi in pecora nera, sulfureo messia dei diseredati, testimonianza vivente della cattiva coscienza dei bianchi, ma anche minacciosa ombra della memoria dell’African National Congress, che l’apartheid combatté in modi non sempre cristallini. Ora che ha sessantacinque anni, Winnie Mandela è tutto questo e molto di più. Soprattutto, l’ex moglie del primo presidente nero sudafricano è oggi l’incarnazione di due questioni allo stesso tempo politiche e psicosociali. La prima è la durevolezza dell’ascendente del demagogo sulle masse, anche quando la sua indegnità sia stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. La seconda è l’irreversibilità della disumanizzazione dell’oppresso, prodotto dell’oppressione subita, tanto più grave quando il fenomeno colpisce i leader carismatici di un popolo.

Che la demagogia sia il tratto dominante nella personalità di Winnie Mandela nessuno può dubitarlo. Gli esempi non si contano: quando invoca l’esproprio delle terre dei farmer bianchi sudafricani; o quando prende le difese del poeta-rapinatore Mzwake Mbuli, cantore ufficiale di Nelson Mandela, condannato a 13 anni di carcere ma da Winnie esaltato come vittima della “giustizia dei bianchi”. Alla vigilia delle elezioni del ’99 aveva invocato una vittoria dell’Anc superiore ai due terzi dei voti, affinché si potesse “governare la madrepatria con pugno di ferro”. All’attuale capo dello Stato, Thabo Mbeki, non ha risparmiatro in passato feroci accuse di “moderatismo”, definendolo “un giovane intellettuale”. E in precedenza aveva indirizzato al vicepresidente Zuma una lettera in cui accusava Mbeki di essere un donnaiolo che riserva i posti di potere a quelle che cedono ai suoi corteggiamenti. Lettera finita sui giornali sette mesi dopo.

Eppure sono proprio il suo estremismo e il suo aperto antagonismo col mondo dei bianchi, combinati con l’attitudine a bacchettare la leadership nera “corrottasi fra le lenzuola di seta del potere” a garantire a Winnie Mandela un consenso popolare per nulla disprezzabile. Nonostante otto anni di disavventure giudiziarie e di scandali politici e personali che l’hanno costretta alle dimissioni dalle cariche di partito e di governo. Ma i sondaggi l’hanno sempre confermata fra i primi cinque leader dell’Anc più popolari. Persino nel ’97, l’annus horribilis in cui dovette rinunciare alla scalata alla carica di vicepresidente dell’Anc a causa del divorzio da Nelson e delle rivelazioni seguite alle audizioni della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, solo un terzo delle donne nere la osteggiava apertamente.

Dal ’93 è ininterrottamente riconfermata presidente della Lega femminile dell’Anc. Demagogia e massimalismo, dunque, ma anche una storia dove personale e politico sono indissolubilmente intrecciati a eccitare la fantasia e l’ammirazione popolare. Winnifred Madikizela è la ragazza di buona famiglia, figlia della borghesia nera di campagna placidamente insediata nella funzione pubblica (il padre era alto dirigente del ministero dell’Agricoltura nell’homeland indigena del Transkei, la madre un’insegnante) che si trasferisce nella già turbolenta Soweto, matura rapidamente una coscienza politica e, soggiogata dalla personalità del leader rivoluzionario di 17 anni più vecchio di lei, si unisce a lui in un matrimonio che è un’icona perfetta di passione e ideologia.

Winnie è la prima donna nera del Sudafrica a diventare assistente sociale, ma anziché incollarsi alla scrivania di un dipartimento degli Affari indigeni si tuffa nei gironi infernali del Baragwanath Hospital, il ciclopico ospedale che accoglie tutti i tipi dell’umanità dolente di Soweto. A soli 22 anni è presidente della Lega femminile dell’Anc di Orlando West, il quartiere di Soweto in cui vive col marito. Incinta della sua prima figlia, viene arrestata per la prima volta durante una manifestazione contro i “pass” che regolavano gli spostamenti dei neri. Il matrimonio con Nelson, in realtà, dura appena quattro anni, fra il 1958 e il 1962, data d’inizio della detenzione del marito, che sarebbe durata 27 anni. Winnie si ritrova sola con le due figlie da allevare, Zenani e Zindziswa. Cominciano le persecuzioni poliziesche, punteggiate da decine di arresti. Confinata a Soweto, e quando si allontana senza permesso, come nel 1967 per visitare il marito in prigione, è incarcerata per un mese.

Nel 1969, accusata di terrorismo, trascorre 17 mesi in cella di isolamento e sfiora la follia. All’indomani dei moti di Soweto del ’76 viene inviata agli arresti domiciliari a Brandfort, una remota cittadina rurale nell’Orange Free State. La sua casa verrà assalita tre volte con bombe molotov e lei sarà ripetutamente arrestata, anche due volte nella stessa giornata, per viaggi non autorizzati a Soweto o per contravvenzione all’ordine di non incontrare più di una persona per volta.

La leggenda di Winnie Mandela l’indomabile nasce e cresce nel ventennio che va dai suoi primi arresti dopo la condanna di Nelson al suo ritorno a Soweto nell’85, e non è nutrita tanto di compassione per le persecuzioni subite quanto di ammirazione per il suo spirito battagliero. Nei primi anni a Soweto organizza l’assistenza alle vittime delle rimozioni di insediamenti illegali, partecipa al movimento degli studenti contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans e fonda la Black Parents’ Association a sostegno delle famiglie che hanno avuto figli uccisi, feriti o arrestati. Perfino a Brandfort riesce a dar vita a un movimento e a entrare in contatto coi guerriglieri dell’Anc nascosti nel vicino Lesotho.

È in tutte queste circostanze che si guadagna l’appellativo di “Mother of the Nation”. “È tragico che una figura come Madikizela- Mandela, con la sua ricca storia di contributo alla lotta, sia rimasta coinvolta in una disputa che ha causato un danno incommensurabile alla sua reputazione”, scrive nell’ottobre 1998 la Commissione per la Verità e la Riconciliazione nel suo rapporto finale circa le accuse riguardanti Winnie Mandela e le sue guardie del corpo del Mandela United Football Club. Il rapporto arriva quando la stella di Winnie è già da anni offuscata e molti sudafricani, anche neri, hanno storpiato il suo appellativo in “Mugger of the Nation”, “teppista della nazione”, ma è decisivo in quanto imprime il crisma dell’ufficialità a dicerie e malumori che circolavano da tempo e porta allo scoperto quanto a livello di leadership era noto da anni: i giovani del Mandela Football Club sono coinvolti in “omicidi, torture, aggressioni e incendi dolosi nella comunità” di Soweto; quanti hanno avuto controversie con loro sono stati “etichettati come informatori e assassinati”.

“La conclusione di questa Commissione è che la signora Madikizela-Mandela era a conoscenza delle attività dei membri del club e a esse ha partecipato, e che le medesime sono state autorizzate e approvate da lei. La Commissione ha inoltre concluso che Madikizela-Mandela stessa è responsabile di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani”. Le testimonianze implicano Winnie in cinque dei diciotto omicidi/sparizioni attribuiti ai membri del club: si tratta di quattro ragazzi accusati di essere informatori (tra cui il quattordicenne Moketsi “Stompie” Seipei) e di una rivale sentimentale, Koekie Zwane, rimasta incinta dello stesso amante (una guardia del corpo) frequentato dalla signora Mandela. Gli adulteri di Winnie, in particolare quello con l’avvocato trentenne Dali Mpofu, erano già divenuti pubblici durante il processo per il divorzio da Nelson, ma i riferimenti alla concitata vita sentimentale della “madre della nazione” nelle deposizioni delle sue ex guardie del corpo hanno assunto i toni del dileggio e della canagliata vendicativa. Al punto che Desmond Tutu, presidente della Commissione, è dovuto intervenire per porre termine alla pubblica umiliazione dell’ex signora Mandela.

Alla fine, la lunga lista di presunti giovani amanti (vi compare persino un ufficiale di polizia afrikaner) lascia l’impressione di una rivalsa sul marito: sedotta da un uomo molto più anziano di lei che l’ha lasciata sola per quasi tutta la vita, negli anni della maturità Winnie colleziona avventure con compagni di venti-trent’anni più giovani di lei. Per il delitto di “Stompie” era già stata processata nel 1991, giudicata colpevole e condannata per rapimento e complicità in aggressione (avrebbe frustato il ragazzino) a una pena eccezionalmente mite: sei anni in primo grado trasformati in appello in un’ammenda pari a 3.200 dollari. Ma il danno politico di quella vile vicenda, nel corso della quale per la prima volta tutte le organizzazioni fiancheggiatrici dell’Anc si erano schierate apertamente contro Winnie Mandela, era stato immenso. “Stompie” non era un figlio qualsiasi del ghetto, ma una sorta di bambino prodigio della rivoluzione: lettore di stampa politica, stratega di guerriglia urbana, oratore capace di arringare gli studenti delle superiori, a dieci anni era stato il più giovane prigioniero politico della storia sudafricana. La sua morte per mano degli sgherri della Mandela spazzava via per sempre il mito propagandistico della “madre della nazione”, dimostratasi piuttosto matrigna degli infelici figli del ghetto.

Il fallimento umano di Winnie coincideva con un disastro politico. In più, mentre sprofondava nella paranoia che le faceva individuare informatori e spie da sopprimere in tutti coloro che la contraddicevano (resta agli atti un famigerato comizio a Soweto in cui invita a linciare i sospetti collaborazionisti imprigionandoli in un pneumatico imbevuto di benzina e dato alle fiamme: “Liberare il Sudafrica con i nostri pneumatici e le nostre scatole di fiammiferi”), la moglie di Nelson si circondava senza discernimento di autentici doppiogiochisti, come l’allenatore del Mandela Footbal Club, Jerry Richardson.

L’altro capitolo dolente di Winnie Mandela è l’uso disinvolto di beni pubblici e soldi altrui. Adelaide Tambo, vedova del presidente dell’Anc Oliver Tambo, l’ha accusata di essersi appropriata di fondi della Lega femminile. Compagnie aeree e banche la inseguono per voli e mutui non pagati, la Corte dei conti le impone di pagare metà dei costi di un volo non autorizzato in Ghana nel ’94, che le costò il posto al governo.

Al processo per il divorzio è stato appurato che Winnie spendeva 20.380 dollari al mese in più di quanto guadagnava come deputato e presidente della Lega femminile, e che fra il ’90 e il ’95 il suo mantenimento è costato a Nelson la bellezza di 684.600 dollari (un miliardo e mezzo di lire). Eppure una quota sostanziosa dell’opinione pubblica, stregata dalla sua capacità di comunicazione e di empatia con persone più semplici (frutto di doti personali ma anche dell’esperienza di assistente sociale), continua a sostenerla. Winnie scende in Kwazulu per portare le condoglianze alla famiglia di una vittima degli scontri fra Anc e Inkatha, e mentre gli altri dignitari di partito siedono a parte sui loro scranni, lei condivide il tappeto tribale accoccolata fra i familiari; entra in ritardo allo stadio di Orlando mentre il presidente Mbeki sta tenendo un discorso, ed ecco che è costretto a sospenderlo perché il pubblico applaude e saluta la nuova arrivata; alterna le divise militari all’ispirata uniforme rossa e bianca del coro di una chiesa metodista, ai sofisticati tailleur parlamentari senza mai sbagliare look. Winnie continua a disporre di una quota di popolarità e di consenso politico perché in lei i diseredati e gli emarginati possono perfettamente rispecchiarsi: ammirano il coraggio, la fierezza, la resistenza che le hanno permesso di affrontare l’intero apparato repressivo di un regime e diventare una persona ricca e potente come loro non sono; ma allo stesso tempo riconoscono qualcosa di intimamente loro nei fallimenti personali e coniugali di Winnie, nelle sue torbide storie di alcol, violenza e terribili errori. Storie comuni a milioni di sudafricani neri passati attraverso l’apartheid. Il volto disumano di Winnie Madikizela-Mandela è esattamente ciò che la rende umana a tanti suoi compatrioti.

In breve
È nata il 26 settembre 1936 a Transkei da una famiglia della borghesia nera. Assistente sociale. Nel ’58 sposa il leader dell’Anc, più anziano di 17 anni. Hanno due figlie. Nel ’62 Nelson è incarcerato, Winnie ne raccoglie il testimone politico. Nel 1967 sconta 17 mesi per terrorismo. Nel ’76 è tra i leader dei moti di Soweto, finisce al confino fino al 1985. La sua stella inizia a offuscarsi negli anni 90: accuse di comportamenti violenti e corruzione. Nel ’98 la Commissione Tutu l’ha riconosciuta colpevole di 5 omicidi. Ha divorziato nel ’97.

Rodolfo Casadei
vive a Milano. Africanista e giornalista, è caporedattore del settimanale Tempi.

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