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Wanda Osiris

“Bella non lo sono mai stata”, dice Wanda Osiris con la sua voce calda e pastosa, cercando di spiegare (a furia di “francamente, tesòooro, le do la mia parola d’onore, un po’ fortino, una cosa enorme, un pallino feroce”), qual è stato il suo personaggio. “Forse un po’ strana questo sì, quasi bruna, occhi chiari, zigomi alti, sopracciglia nere, e un dente piuttosto maschile, molto forte. Le dirò, non ho mai conosciuto dentisti, in questo sono come il mio povero papà che morì a settantasei anni con tutti i suoi denti in bocca, sani e bianchi come i miei".

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Bella non lo sono mai stata”, dice Wanda Osiris con la sua voce calda e pastosa, cercando di spiegare (a furia di “francamente, tesòooro, le do la mia parola d’onore, un po’ fortino, una cosa enorme, un pallino feroce”), qual è stato il suo personaggio. “Forse un po’ strana questo sì, quasi bruna, occhi chiari, zigomi alti, sopracciglia nere, e un dente piuttosto maschile, molto forte. Le dirò, non ho mai conosciuto dentisti, in questo sono come il mio povero papà che morì a settantasei anni con tutti i suoi denti in bocca, sani e bianchi come i miei. Non mi sono mai tirata su la faccia, ora mi trucco poco, mentre a sedici, diciotto anni, ero certo la donna più truccata d’Italia. Sono stata fra le prime, ecco, a diventare un tipo, una vamp”. E comincia così la storia di Anna Menzio, tredicesima figlia del palafreniere di Umberto I (il battistrada che a cavallo apriva il regale corteo), che trasferitasi bambina da Roma a Milano fu la prima ragazza italiana tanto audace da platinarsi i capelli, e la definirono pazza. Quindi, ammaliata dalle luci della ribalta (“per il teatro ho sempre avuto una forma di fobia” dice, come molti milanesi scambiando fobia per mania), fece di tutto per arrivare in palcoscenico e una volta arrivataci, si dipinse il corpo di un bell’ocra scuro, le labbra se le fece quasi nere, e oltre a tutto, inaugurò un modo di camminare per allora mai visto. (“Avevo una forma d’indolenza strana, camminavo col ventre in fuori e un accentuato dondolio dei fianchi”). Anche per la strada portava tacchi altissimi sotto gli stivaletti che le affusolavano la gamba (“allora usava la caviglia forte”), quanto a busti invece non ne portò mai (“non mi sono mai potuta sentir stringere, né allora, né adesso, tutt’al più una fascettina in scena, perché ho questo pezzo ancora adolescente, mentre da qui in giù sono profondamente donna”). Le sue scollature erano audaci tanto davanti che dietro; ma la Osiris fu sempre meno svestita delle altre soubrette; per esempio, anche da giovanissima non comparve mai in due pezzi. “Non avevo la sensibilità del nudo, ero magari completamente spogliata sotto, ma con intorno sempre dei veli che facevano più femminile. Non sono mai apparsa alla ribalta in reggipetto, anche perché, francamente, non avrei saputo cosa reggere: non sono mai stata forte di qua”.

Il sorriso smagliante di Wanda Osiris lievemente s’appanna quando parla della vita che fa adesso in confronto a quella di una volta, della sua discesa dal capriccioso toboga della celebrità, e allora un’ombra le cala sul mobile viso cosparso di cipria color albicocca, sugli occhi vivaci, sul bel dente maschile. “Le do la mia parola d’onore, quasi quasi vorrei avere l’età che mi affibbiano, da bisnonna (e che non ho, le confesserò, sono dell’8), per rinchiudermi finalmente, senza più l’ansia per questa maledetta carriera. Tesoro, perché non sono capace di non far niente, sono talmente abituata a correre, fare, pensare, immaginare, che l’idea di star ferma mi fa morire. Il teatro? Dicono che è morto. No cara, il teatro l’abbiamo rovinato un po’ noi. Il pubblico che paga quattromila lire la poltrona, non lo si può turlupinare, deve vedere lo spettacolo che si merita, uno spettacolo di grande sfoggio, di grande lusso”, e coi gesti delle braccia rotondamente snodate in avanti e ai lati, la signora Osiris pare evocare memorabili vestiti da scena, piume sfrangiate e accecanti lustrini, il frenetico scatenarsi degli orchestrali, e sempre sul palcoscenico giungle, vie lattee e, magari avvolta in veli champagne, lei sul cammello. “‘Wanda, cerchi di risparmiare’, è stato il ritornello che mi sono sentita ripetere negli ultimi anni che recitavo. E sono stati anni di sbagli. Le dirò in gergo, ‘le nozze coi funghi’ non si possono fare. Il pubblico mi ha sempre voluto bene, ma è anche molto feroce, se non gli danno quello a cui è abituato. La rivista non è finita, signora, ma dev’essere vera rivista. I mattatori da soli non bastano, lo si è constatato. Una volta, quando avevo i miei spettacoli, mettevo davanti al pubblico almeno dieci donne che sono diventate le più belle d’Italia, a cominciare da Marisa Maresca e Dorian Gray; se facevo questo vent’anni fa, sono sicura che a maggior ragione si deve farlo anche oggi”. E a questo punto a poco a poco si scalda, e la si vede divorata da un’ansia che ha certamente una sua nobiltà, così tesa com’è alla totale soddisfazione di quanti hanno fede in lei. “Oggi la tv dà spettacoli che si bruciano in una sera, e il pubblico guarda, e intanto beve il suo caffè e non spende niente. È fuori casa che ci vuole un grande spettacolo, perché le poltrone sono care, e alla rivista non ci si va mai soli, ma con la moglie, la sorella, l’amica. Non sono più una soubrette? E va bene. Modestamente, però, credo d’avere ancora una sigla e di poterla far rispettare come una volta. So ancora ‘presentare’ uno spettacolo; magari oggi vorrei fare della regia e dare consigli, ma per questo esigo un gran complesso, un bel canovaccio, scenografia, costumi e belle donne. Allora il pubblico giuro che corre, perché non si contenta più dell’attricetta pescata dalla strada, anche bellina ma che non sa far niente. Io ho fatto tanta gavetta prima di dire una parola in scena, ho dovuto fare la comparsa, la ballerina, la generichetta, prima d’avere un ruolo. Perché ci vuole anche l’esperienza e il mio pubblico lo sa e me la riconosce in pieno”.

Il pubblico, il mio pubblico, un gran bel pubblico, questo sconosciuto che è il pubblico, sono parole che ricorrono di continuo nei discorsi della signora Osiris, soprattutto per precisare che il pubblico non l’ha mai delusa, e che l’unica grande gioia della sua vita gliel’ha data proprio lui, seguendola e sostenendola sempre, anche negli anni neri (la caduta a Milano, l’incendio a Napoli). Mentre l’amarezza che essa ora prova ha le radici proprio nel suo ambiente, nell’ambiente di teatro che di lei non ha mai saputo o voluto capir niente. “Del resto, forse lo sa anche lei, riconoscenza è una parola che nel vocabolario non si trova, e francamente questa è l’amarezza ch’io sento, per quel che ho fatto e non ho avuto, io, che in teatro sono sempre stata una compagna ideale, io che vivevo per il teatro, per avere una ‘prima’ felice, io che sono una sentimentale, che ho un carattere, direi, ottocentesco. Quando ho cominciato io, il teatro era un po’ una famiglia, oggi è una porca famiglia, dove c’è soltanto cattiveria, risentimenti, invidie. Tutto quello che è arte mi ha sempre riempito il cuore, e parola mia d’onore, il teatro italiano non m’ha dato una lira di guadagno, mentre al teatro ho dato tutte le mie riserve. M’assegnavano dodici ballerine e pagavo di tasca mia per averne venti. Ai dieci boys poi ne aggiungevo sempre altri dieci”. A proposito di boys, la signora Osiris vorrebbe ch’io sapessi ch’è stata lei a metterli di moda; negli spettacoli di rivista prima non c’erano. “In palcoscenico li ho lanciati io questi ragazzi come ballerini, e loro facevano a gara per mandarmi piccoli regali, dei fiori, o dedicarmi qualche gentile attenzione. Anche perché li ho sempre trattati bene, erano così decorativi, facevano tanto teatro”.

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