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Vladimir Putin

“Volevo piangere…”. Così a pochi giorni di distanza il presidente russo Vladimir Putin racconta a due giornalisti tedeschi il suo 11 settembre 2001. La normale routine di lavoro nell’ufficio al Cremlino, la telefonata sull’apparecchio direttamente collegato con i Servizi di sicurezza, l’immediato annullamento di tutti gli impegni, le lunghe ore serali passate in solitudine di fronte al televisore a veder crollare le Torri gemelle di New York prima di riuscire a convocare una riunione di emergenza del governo e dei responsabili delle Forze armate.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio dell'8 settembre 2002

“Volevo piangere…”. Così a pochi giorni di distanza il presidente russo Vladimir Putin racconta a due giornalisti tedeschi il suo 11 settembre 2001. La normale routine di lavoro nell’ufficio al Cremlino, la telefonata sull’apparecchio direttamente collegato con i Servizi di sicurezza, l’immediato annullamento di tutti gli impegni, le lunghe ore serali passate in solitudine di fronte al televisore a veder crollare le Torri gemelle di New York prima di riuscire a convocare una riunione di emergenza del governo e dei responsabili delle Forze armate. Il tutto nell’affannosa ricerca di un contatto con George W. Bush che, dopo esser comparso davanti alle telecamere per rassicurare la nazione, sembra essersi volatilizzato a bordo dell’Air Force One.

Putin è il primo nella notte moscovita a parlare sulla “linea rossa” con il suo collega statunitense, a garantirgli il pieno appoggio della Russia almeno in termini di informazioni e di sostegno logistico. Una telefonata storica e al tempo stesso misteriosa. Storica perché inaugura il nuovo corso filoccidentale del Cremlino, quello che da un anno a questa parte fa tanto discutere politici ed esperti, soprattutto adesso che si profila l’eventualità di un nuovo attacco contro l’Iraq. Misteriosa perché sono in molti a sostenere che soltanto il netto sostegno di Putin abbia salvato Bush da un momento di estrema fragilità interna. Restano comunque quelle lacrime, annunciate anche se non effettivamente piante, a segnare una svolta netta: un ex alto ufficiale del Kgb non è certo una donnicciola che possa permettersi di scoppiare in singhiozzi, ma la semplice confessione di un momento di debolezza e di impotenza è un segnale di novità. Soprattutto per un uomo che non aveva pianto nemmeno di fronte ai sanguinosi attentati dell’estate del 1999 e all’esplosione dei casamenti a Bujnaksk (4 settembre, 40 morti e un centinaio di feriti) e a Mosca (9 settembre, via Gurjanov, 90 morti e oltre cento feriti; 13 settembre, Kasˇirskoe Sˇ osse, 93 morti e oltre cento feriti).

Il neonominato primo ministro che in quella terribile estate si scaglia contro i terroristi ceceni subito additati come responsabili delle stragi e promette di volerli snidare “fin dentro il cesso” è diverso dal presidente che inghiotte il nodo di pianto di fronte alle Torri gemelle che gli si disintegrano nell’apparecchio televisivo che ha sotto gli occhi. Per capire il senso della mutazione che l’11 settembre del 2001 ha determinato in Putin, è il caso di ricorrere alle biografie. Fino a un anno fa il testo di riferimento obbligato era la raccolta di interviste con il presidente a cura di Natal’ja Gevorkjan, Natal’ja Timakova e Andrej Kolesnikov edita dalla Vagrius nel 2000. Se ne ricava il ritratto di un uomo efficiente e lucido, sempre coerente con se stesso, mai indeciso. E a tal fine non si insiste più di tanto sui punti oscuri della vita dell’intervistato, primo fra tutti il passaggio dai ranghi del Kgb al fronte dei democratici pietroburghesi. L’importante è dare l’immagine di un servitore dello Stato freddo e all’occorrenza spietato, di una persona magari antipatica ma affidabile, senza dubbio rassicurante dopo le intemperanze umane e politiche di Boris Eltsin. E Putin ama questa sua posa, è un uomo tutto d’un pezzo che trascorre la notte di Capodanno del 2000 tra i soldati russi in Cecenia, omaggiando i più meritevoli di affilati e crudeli pugnali da combattimento.

Nell’estate del 2002 la biografia per eccellenza del presidente russo diventa quella di Oleg Blozkij, un testo in cui si ritrae un Putin inedito, amletico, incerto, assillato dai dubbi. Un uomo che nell’agosto del 1991, mentre si scatena la breve avventura dei golpisti del Comitato straordinario di salute pubblica, era pronto a cambiare mestiere e a trasformarsi in tassista, mettendo a frutto la Volga acquistata con i risparmi del soggiorno tedesco offertogli dal suo antico datore di lavoro, il Kgb.  Fermo restando che in Russia il culto della personalità del presidente è una costante degli ultimi tre anni, anche se dal Cremlino si lascia intendere di disapprovare tali manifestazioni di simpatia estrema, il tratto dominante di questo culto è decisamente mutato: se prima si ammirava l’uomo di ferro, oggi al 75 per cento di russi che continuano a confermare la loro fiducia in Putin viene proposta una personalità assai più complessa, destinata sempre a sicuro successo, ma non più monolitica, bensì capace di umanissime insicurezze e per ciò stesso ancor più degna di essere prescelta come modello.

Naturalmente c’è motivo di interrogarsi sull’autenticità di questa svolta, quanto essa sia reale e quanto invece risponda alle necessità politiche e alle astuzie propagandistiche di un presidente che teme, quando si dovrà rinnovare la Duma, di scoprire quanto fragile sia in Russia il rapporto tra partiti e cittadini. Ma non vi è dubbio alcuno che si tratti di una svolta ben riuscita. Non ci fosse il tratto umano, ben difficilmente un gruppo di ragazzine, le Pojusˇcˇie vmeste (Cantando insieme), sarebbe riuscito quest’estate a mettersi insieme e a sbancare i canali radiofonici con una canzoncina facile facile dall’eloquente titolo “Vorrei qualcuno come Putin”. Come un cinquantenne dal volto affilato possa entrare nell’immaginario sentimentale ed erotico di una ventenne è un mistero tutto da chiarire, ma è un dato di fatto che le Pojusˇcˇie vmeste altro non sono che il braccio canoro di un’associazione ben più rumorosa, Idusˇcˇie vmeste (Marciando insieme), i cui adepti, giovani al di sotto dei trent’anni, da un lato si divertono a perseguitare gli scrittori d’avanguardia e dall’altro amano indossare magliette con ritratte le fattezze putiniane.

E poi c’è lo sport. All’inizio della sua presenza ai vertici della scena pubblica Putin privilegia le attività sportive aggressive che conferiscono un alone di durezza alla sua immagine. Il presidente russo ama sciare (in Austria o nei pressi di Magnitogorsk) ma non gli piace farsi ritrarre nelle vesti del discesista. Preferisce dar corso e notorietà alla sua abilità di judoka con una tale insistenza che ancor oggi non riesce a muoversi in visita ufficiale senza ritrovarsi puntualmente omaggiato con una cintura nera dalla locale federazione di judo. Ad agosto invece Putin è stato eletto all’unanimità presidente onorario di Sportivnaja Rossija nel corso di una colorita manifestazione allo stadio Luzˇniki di Mosca. Una sterminata levata di mani per rinverdire la tradizione sovietica dello sport al popolo. Via quindi gli orpelli guerrieri e largo ai riti sociali di un associazionismo un po’ bonaccione, dedito sì allo sforzo fisico ma anche agli spuntini a base di salsicce e di birra nei numerosi chioschi che attorniano gli impianti sportivi della capitale.

E poi lo sport trascina voti e consenso a patto che non abbia un volto troppo arcigno, ma si limiti a promettere salute e aspettative di vita più elevate, magari con un pizzico di patriottismo a necessario condimento. Nessuno ci ha fatto troppo caso, ma l’unico strappo che Putin si è concesso dall’11 settembre 2001 in poi in materia di solidarietà con l’Occidente è consistito nelle durissime parole riservate al Comitato olimpico in occasione dei Giochi invernali di Salt Lake City, in febbraio. Casus belli, la squalifica per doping di Larisa Lazutina, fino a qualche istante prima del drastico provvedimento detentrice di ben dieci medaglie, sei delle quali d’oro. Non si è arrivati al minacciato boicottaggio da parte della delegazione russa, ma è un fatto che la durezza verbale del presidente gli ha meritato la piena approvazione dei suoi concittadini, convinti da sempre dell’esistenza di un complotto degli occidentali contro i fortissimi connazionali (la regola si applica solo allo sport: ben difficilmente l’opinione pubblica moscovita si accalorerebbe con uguale passione in caso di un attacco statunitense all’Iraq).

A voler cercare il luogo e il momento precisi in cui Putin ha capito che il suo personaggio pubblico doveva radicalmente cambiare per integrarsi a pieno titolo in quella comunità di leader cui spettava la guida della guerra contro il terrorismo, è inevitabile rifarsi a Crawford nel Texas. Crawford non è un posto qualsiasi, è la cittadina nei cui dintorni George W. Bush ha il ranch di famiglia. Nella palestra del locale liceo l’inquilino della Casa Bianca si è ritrovato nel 2000 a festeggiare per ben due volte la sua vittoria nella corsa alla presidenza, per colpa di quel pugno di voti della Florida. Putin arriva a Crawford il 15 novembre 2001, reduce da una giornata di colloqui a Washington che non ha portato molti frutti, e subito capisce che la musica è cambiata. Basta con l’ufficialità, l’ospite gli si fa incontro sulla strada in jeep e lo invita a salire. La sicurezza russa non ha alcuna intenzione di abbandonare il presidente in balia dell’“americano” e prospetta un numero esorbitante di difficoltà. Ma Bush dà un taglio netto, sbottando: “So ancora tenere un volante in mano”. Putin non si trattiene. Scoppia a ridere e si lascia andare.

Ribalta il tono di una visita che si era immaginato cupa e funerea negli Stati Uniti colpiti al cuore da Osama bin Laden. Crawford riserva un’altra sorpresa per il presidente russo. Niente conferenza stampa con i giornalisti, ma incontro con gli studenti del liceo nella già famosa palestra. Ovviamente è il padrone di casa a dominare la scena, ma Putin si adegua rapidamente e non esce male dalla sala, seguito dagli applausi dei giovani convenuti. Si è limitato per l’occasione a fare da spalla al suo anfitrione, ma poco male: l’ex ufficiale del Kgb ha imparato in un paio d’ore che anche un insuccesso (e il vertice è formalmente un insuccesso, visto che non porta alcun risultato in materia di revisione del trattato Abm sui missili nucleari) può essere dissimulato a patto di non trincerarsi dietro un riserbo sprezzante nei confronti dell’opinione pubblica e dei suoi rappresentanti volta a volta prescelti.

C’è un Putin prima di Crawford e un Putin dopo Crawford. C’è il Putin che ancora il 21 ottobre si infila nel Palazzo della scienza e della tecnologia di Shanghai per partecipare al nono vertice informale dell’Apec e consegna alle fotografie ufficiali un’espressione perplessa, che tradisce l’incapacità di mettere insieme l’estrema serietà dell’occasione (a Shanghai nasce ufficialmente la grande coalizione contro il terrorismo con Cina, Russia e Stati Uniti alleati) con l’imbarazzo di indossare, al pari degli altri leader convenuti, il vestito tradizionale cinese. E c’è il Putin che dopo Crawford fa dell’informalità e della convivialità non ingessata due momenti salienti della sua attività diplomatica e politica.

Basta ricordare la giornata trascorsa a Socˇi sul Mar Nero con Silvio Berlusconi agli inizi di aprile: conversazioni a quattr’occhi nel parco della dacia in un inglese che entrambi all’epoca avevano alquanto approssimativo, niente cravatte, cena alla russa, e quindi assai poco composta, nella locale Casa del tè. Soprattutto giornalisti e telecamere liberamente ammessi nella medesima dacia che, solo nell’estate del 2000, si era trasformata nel simbolo stesso della ieraticità del potere russo: chi non ricorda i giorni di Putin incredibilmente silenzioso e raccolto nel romito del Mar Nero, mentre all’altro capo del paese si consumava la tragedia del sottomarino Kursk senza neppure il conforto di un interesse attivo del Cremlino, rimasto deserto?

Agosto, si sa, per la Russia è un mese difficile. Nel 1999 ebbe inizio la seconda guerra cecena con il tentativo di invasione del Dagestan dei combattenti islamisti di Sˇamil Basaev e dell’“arabo nero” Khattab. Nel 2000 si inabissò il Kursk e a distanza di qualche giorno andò a fuoco la torre televisiva di Ostankino. Quest’anno è toccato a un edificio nelle vicinanze, in via Akademik Korolëv, saltato per aria in seguito a una fuga di gas. Ma il Putin del 2000, che si prendeva la testa tra le mani e sconsolato ammetteva di aver ereditato un paese allo sfascio ben oltre le più pessimistiche previsioni, non è lo stesso Putin che nel 2002 delega il ministro per le emergenze Sergej Sˇ ojgu a rimediare alla situazione moscovita. E non è il Putin equilibrato che non lancia facili allarmi sulla minaccia terrorista, pur dovendo dare conto dell’attacco dei combattenti islamisti ceceni contro un elicottero Mi-26 che stava portando in licenza più di 100 soldati russi. Il Putin del 2002 ha maturato un discreto credito politico sulla scena internazionale. E questo va da sé.

Gli infonde sicurezza l’innegabile anticipo con cui ha messo in evidenza, perlopiù inascoltato, l’incalzare del terrorismo islamista. E il suo rifiuto di distinguere sullo scacchiere ceceno islamisti e moderati viene considerato più che altro un’ostinazione. Putin ha scelto di giocare una delicata partita che vede la Russia schierata su un fronte che non le è proprio, quello occidentale. Le mani si succedono, un po’ si vince e un po’ si perde. Mosca ha perso il controllo dell’Asia centrale, dove ora si sono più o meno saldamente installati gli americani. Mosca ha vinto sul fronte nucleare, dove ha strappato a Bush un notevole taglio di testate troppo costose da mantenere, e su quello del rapporto con la Nato con l’accordo di maggio di Pratica di Mare che può sembrare irrilevante soltanto a chi non vuole ricordare che la Russia è pur sempre l’erede dell’ex Urss.

Situazione di stallo invece sul fronte europeo: il presidente della commissione, Romano Prodi, non vuol sentir parlare di allargamento dell’Unione a Mosca, salvo poi celebrare la vocazione europea della Russia quando si tratta di strappare la ratifica degli accordi di Kyoto o qualche vantaggioso contratto di fornitura di gas o di greggio. Insomma la politica segue il suo corso, passo dopo passo. Il punto sta altrove. Putin tutto sembra tranne che l’incarnazione del leader sovietico applicato alla nuova Russia, quell’ipostasi che aveva cercato di rappresentare nei suoi primi diciotto mesi al vertice della Federazione nel ricordo di Jurij Andropov e di Michail Gorbacˇëv. Il presidente ha dato un taglio netto con la tradizione che vuole il capo sempre simile al segretario generale del partito, al “gensek” di staliniana memoria, quale che sia la carica istituzionale ricoperta. E si è invece avvicinato ai suoi colleghi occidentali che accentuano, chi più chi meno, i tratti della leadership individuale non necessariamente espressa da un’organizzazione politica.

George W. è ripartito estasiato da Pietroburgo, dove nel maggio scorso l’amico Vladimir gli ha organizzato la parte non ufficiale del vertice che ha emendato il trattato Abm: rappresentazione dello “Schiaccianoci” al teatro Marijnskij, cena nella nuova dacia presidenziale, gita in battello sulla Neva al chiarore delle primissime “notti bianche”. Soprattutto Laura Bush ha familiarizzato con la sua omologa russa, Ljudmila, che in questi mesi è stata costretta a vincere l’iniziale riserbo e ad assumere in pieno le responsabilità della first lady. Ovviamente il nuovo Putin è atteso al varco della grande politica e delle scelte che farà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Ma c’è un evento che farà capire quanto egli si sia trasformato: l’annuale gran ballo delle debuttanti.

Nel 2001, al Crillon di Parigi, vi partecipò Barbara Berlusconi e la sua fotografia ha fatto il giro della Russia intera. Il settimanale Itogi, rivista di approfondimento perlopiù politico, ha dedicato alla figlia del primo ministro italiano una copertina. Nel 2002 compie diciotto anni Masˇa, la figlia maggiore del presidente russo, che ha già assaggiato i primi frutti della mondanità internazionale nel suo periodo di vacanza estiva, ospite in Sardegna proprio della già ricordata Barbara, assieme alla sorella Katja, di un anno minore. Prenderà parte Masˇa al ballo delle debuttanti? È vero che il tabù postcomunista è già stato infranto nel 2001 dalla figlia del presidente polacco Aleksander Kwasniewski, anch’egli proveniente dai ranghi del comunismo, versione Varsavia. Ma veder danzare in abito di chiffon o di raso l’erede, peraltro nata nella Germania dell’Est, di un ufficiale del Kgb assegnato a Dresda, come si sostiene da più parti, allo spionaggio industriale con l’Occidente, sarebbe davvero il segno di un grande sconvolgimento. E pensare che all’origine di tutto ci sono quelle lacrime trattenute a fatica davanti al televisore, la sera dell’11 settembre del 2001.     

di Mauro Martini

In breve
Nasce nel 1952 a Leningrado, dove compie gli studi e si laurea in Legge. Selezionato dal Kgb, negli anni 80 trascorre un lungo periodo di lavoro a Dresda, dove si occupa del collegamento con la Stasi o forse di spionaggio industriale. Nel 1989 rientra in patria. Arriva a Mosca nel 1996, due anni dopo è nominato alla testa dei Servizi di sicurezza e nel 1999 diventa primo ministro. A sorpresa Boris Eltsin si dimette e gli cede la carica di presidente della Federazione russa, ruolo in cui si conferma con le elezioni del 26 marzo 2000.

Mauro Martini è nato a Venezia nel 1956. Insegna Letteratura russa a Trento, collabora con varie testate italiane.

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