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Trombetta Panigadi Laura

“Allora sei tu lo straniero in città”, esclama quando m’incrocia per strada. La città è Chamdo, nella regione del Kham, Tibet orientale. A 3.600 metri di quota, alla confluenza dello Dza Chu (nome tibetano del Mekong) e del Ngon Chu, è dominata da un’altura dove sorge il monastero di Galden Jampaling. È seguendo un gruppo di pellegrini vorticanti ruote di preghiera che la incontro, in una via che s’inerpica dalla città vecchia, tra botteghe di talismani, oggetti sacri e burro di yak.

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Allora sei tu lo straniero in città”, esclama quando m’incrocia per strada. La città è Chamdo, nella regione del Kham, Tibet orientale. A 3.600 metri di quota, alla confluenza dello Dza Chu (nome tibetano del Mekong) e del Ngon Chu, è dominata da un’altura dove sorge il monastero di Galden Jampaling. È seguendo un gruppo di pellegrini vorticanti ruote di preghiera che la incontro, in una via che s’inerpica dalla città vecchia, tra botteghe di talismani, oggetti sacri e burro di yak. La sorpresa di Laura e la rapidità con cui s’è diffusa la notizia della mia presenza sono comprensibili. La regione del Kham è piuttosto isolata ed è pressoché off-limits. Fu proprio qui che la “liberazione” cinese si scontrò con la feroce resistenza da parte dei nomadi khampa, uno dei popoli più religiosi e bellicosi del Tibet, che continuano a sfuggire all’assimilazione, mantenendosi fedeli alle tradizioni e, nei più remoti villaggi, alla stessa bandiera tibetana. Sino al mio arrivo, era Laura Trombetta Panigadi l’unica “waiguoren”, straniera, in città. Lo era da quasi un anno: come responsabile di un progetto dell’organizzazione non governativa ASIA (Associazione per la Solidarietà Internazionale in Asia), segue i lavori di costruzione di una piccola clinica di distretto e di un centro di formazione sanitaria. Trascorre le sue giornate tra il cantiere, gli uffici della prefettura e i comitati di controllo del Partito comunista della Regione Autonoma Tibetana, cercando di mediare l’abissale differenza culturale tra progetti concepiti in Italia e che devono materializzarsi qui. “Perché Chamdo? Per l’emozione di fare qualcosa di concreto, utile. Per fare qualcosa per i tibetani. E poi, quando mai ti capita d’essere l’unica straniera del posto?”, mi dice a cena, nel ristorante che secondo lei è “l’unico autentico tibetano” rimasto in città. Il che sembra confermato dal continuo affacciarsi al nostro tavolo dei suoi collaboratori, tutti giovani tibetani, felici e incuriositi nel vederla in compagnia di uno straniero, che passano a salutarla e a invitarci a concludere la serata in una jabdrok, una discoteca dove suonano musica rigorosamente tibetana (alternativa ai locali di karaoke prediletti dai cinesi).

Tra uno shemdre, un piatto di patate, riso e carne di yak, e uno di momo, untuosissimi involtini di verdure, Laura mi racconta del suo lavoro. “Sono molto stanca, non sto bene. Non credo che riuscirei a passare un altro inverno da sola”, si sfoga. C’è da capirla. Considerando che siamo a fine aprile e la temperatura è parecchio sotto lo zero, il clima di Chamdo a febbraio dev’essere da brivido. Ma quel che è peggio è il clima umano: da queste parti la solitudine non è una scelta esistenziale, ha un senso concentrazionario. “Non è che mi piaccia soffrire, ma se una cosa la fai con più fatica, poi ti dà più soddisfazione. La notte sei inquieta, ma poi ti alzi e la giornata passa bene”, si riprende Laura. Non sembra il tipo che si autocommisera. “In fondo i miei colleghi vivono in condizioni peggiori delle mie, anche se sono in due”. Laura e i suoi colleghi testimoniano che gli operatori delle ong nel Sud-est asiatico non si limitano a girare su immacolate Toyota Land Cruiser, spesso parcheggiate di fronte a lussuosi hotel. Francesco Massucco e Giorgio Minuzzo, invece, li incontro mentre distribuiscono sacchi d’orzo alle famiglie nomadi nei villaggi della prefettura di Yushu, in Qinghai, un gelido altopiano cinese dove la cultura tibetana dei khampa è ancor più forte e la vita ancora più dura. Con ciò mantengo la promessa fatta a Laura che mi chiede: “Ricordati di parlare di ASIA”. Mi pare doveroso: questa piccola ong costituita da Namkhai Norbu Rinpoche, grande studioso di cultura tibetana e uomo di grande spiritualità, promuove lo sviluppo economico, sociale, culturale e sanitario di tutte le minoranze la cui sopravvivenza è minacciata, soprattutto in Cina, India, Nepal e Mongolia. Laura racconta dei suoi lavori tra i nomadi di Ngari, la più remota regione dell’immenso altopiano tibetano, attraverso centinaia di chilometri di distese deserte, superando passi a 5.800 metri, vivendo nelle stesse condizioni di quei pastori erranti, tra notti gelide e giornate bruciate dal sole. Esperienze che l’hanno segnata anche come testimone del genocidio culturale tibetano. “In Tibet i cinesi danno il peggio di se stessi. Anche tra gli intellettuali di Pechino il problema Tibet non esiste. Anche tra i dissidenti all’estero pochissimi parlano del Tibet”. Quasi inconsciamente si osserva il piccolo tatuaggio sul polso. “È l’ideogramma cinese ‘fu’, buona fortuna, felicità. Non so se lo rifarei”.

Ormai il suo rapporto con la Cina è di amore e odio. “Sono arrivata alla cooperazione dalla sinologia. Non potrei lavorare in un altro paese. Ma quello che mi affascina è l’altro lato della Cina, la Cina povera, quella che ha mantenuto la sua anima, che è rimasta sincera. Il resto è uguale al resto del mondo. Il grande problema cinese è mantenere la stabilità sociale, quello dei diritti umani, invece, è ininfluente”. Da dilettante della cultura asiatica, le chiedo se dipenda da una qualche forma di neoconfucianesimo. Risponde: “Il confucianesimo è basato su un’etica. Non ne vedo tanta in Cina”. Preferisce raccontare storie di pastori, contadini, pescatori, dall’estremo Nord dello Xinjiang, ai confini con la Mongolia, sino allo Yunnan, ai margini della Birmania. Senza enfasi: “Faccio cose normali”. E normalmente si schermisce un po’, quando le chiedo l’età. Sono sinceramente sorpreso: ne dimostra molti meno. “Sarà il freddo che mi mantiene”, commenta con una punta di civetteria. E altrettanto normalmente sobbalza e si rannicchia sul divano quando un grosso topo nero sfreccia sotto il tavolo. Accompagno Laura a casa attraverso quel che rimane della Chamdo tibetana, circondata dalle nuove case dai vetri blu dell’architettura contemporanea cinese. Mi indica una bottega dove c’è un vecchio che ancora dipinge thangka, tempere su tela a soggetto sacro che servono anche come strumento di meditazione. Si ferma incantata davanti a un bugigattolo illuminato da una lampada a petrolio dove un uomo vende carne secca, sigarette, bibite e dolciumi. La sua casa è una stanza di pochi metri quadrati, col bagno esterno, riscaldata da una stufa a legna. “Noi siamo troppo viziati, troppo ricchi, diamo tutto per scontato. ‘Perché non tieni la stufa accesa tutta la notte?’, mi chiedono gli amici a Milano. Perché si spegne, accidenti. Ma chi ci pensa più? Chi ci pensa che per fare pipì devi metterti la giacca a vento e uscire? D’altra parte nessun tibetano può immaginare come vivo a Milano. Per me, in fondo, è tutto più facile: vivo un’esistenza divisa”.

Sperimento gli effetti della differenza culturale accettando un bicchiere di arag, un’orribile grappa tibetana distillata da uno dei suoi collaboratori, che non mi facilita il ritorno in albergo lungo un vicolo ripido e strettissimo attraversato da un canale di scolo. Mentre scendo, cercando di immaginare le buche in cui potrei cadere, le mando un accidenti: “Non ti puoi sbagliare”, mi aveva detto indicandomi la via. Rivedo Laura a Milano, in un rapido passaggio nella sua altra vita. Anche qui abita in un quartiere storico. Un appartamento altoborghese, raffinato e colto, con molti libri e alcuni bei pezzi orientali. Una casa che traspira Cina ma non cineserie. “Trovo penoso giocare alla cinese”, dice riferendosi alla moda China chic, “mi divertivano i memorabilia maoisti, ma adesso mi hanno annoiato”. Dovrebbe essere l’occasione buona per sapere qualcosa di più di lei, anche se è difficile farle superare quella forma di understatement che le è connaturato come un imprinting. Scopro così un curriculum che andrebbe preso a modello per chi vuole lavorare nella cooperazione internazionale, troppo spesso interpretata come “volontariato” cui bastano le buone intenzioni. “Ho iniziato a studiare la Cina nel ’76, l’anno in cui è morto Mao. Imparavi il cinese con esempi di tipo politico. Sapevi dire ‘comune popolare’ ma non sapevi fare la spesa al mercato”. Si diploma in lingua cinese all’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente e si laurea all’Orientale di Napoli. Dal 1982 all’84 ottiene una borsa di studio presso il Beijing Language Institute. “Allora la vita in Cina era piuttosto difficile”, dice, ed è un eufemismo: la rivoluzione culturale era appena finita, la Banda dei quattro era stata processata nel 1980 e Deng Xiaoping aveva appena varato le “quattro modernizzazioni”. Intanto ha iniziato a lavorare come guida e consulente. Nell’86 è assistente di produzione durante le riprese de “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci e va avanti così, tra film, spedizioni, reportage, documentari, per quasi quindici anni. “Poi ho deciso che volevo dare più senso a tutto”. Lo trova come responsabile di progetti d’emergenza realizzati da ASIA nelle regioni più povere della Cina. Tra un progetto e l’altro si divide tra l’Italia e Pechino, dove ha preso una casetta in uno degli ultimi hutong, i vicoli dei quartieri antichi che serpeggiano tra muri di mattoni grigi e tetti a pagoda. “Sono appena tornata da un giro nel Kham, in posti sperduti e assolutamente meravigliosi!”, mi ha scritto mentre, in Italia, lavoravo a questo articolo. Mi ricorda “La donna di Giada”, il personaggio del romanzo di Nicole Mones, un’interprete che vive in Cina, una donna in fuga dalle sue radici, che in una spedizione nell’interno del paese, in una sorta di viaggio dell’anima, riesce finalmente a fare i conti con se stessa.

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