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Thomas Edison

Nel giorno che Thomas Alva Edison compiva gli ottant’anni, sono andato a trovarlo nella sua residenza di Menlo Park a Orange, piccola città nello Stato di New Jersey. Lì, da quarant’anni, una modesta villa rossa con torrette, loggette, portichetti, era la sua dimora. Ma Edison passava la maggior parte della vita al laboratorio.

di Arnaldo Fraccaroli

30 Novembre 1999 alle 00:00

Nel giorno che Thomas Alva Edison compiva gli ottant’anni, sono andato a trovarlo nella sua residenza di Menlo Park a Orange, piccola città nello Stato di New Jersey. Lì, da quarant’anni, una modesta villa rossa con torrette, loggette, portichetti, era la sua dimora. Ma Edison passava la maggior parte della vita al laboratorio. Il laboratorio, che occupa un migliaio di operai, era il suo santuario. Ogni mattina alle nove, dalla villa attraverso il bosco, egli si recava al laboratorio per lavorare fino a mezzogiorno. Ritornava a casa in una piccola automobile scoperta, per la colazione che esauriva in venti minuti, poi si rimetteva al lavoro fino alle sei di sera. Questo vecchio meraviglioso era diligente e preciso come gli strumenti da lui escogitati. Con un senso di venerazione nel quale era come un affetto filiale, gli americani chiamavano Edison “il Mago di Orange”. Lo stanzone grandissimo aveva veramente l’aspetto leggendario e quasi pauroso di una fucina da alchimista. Alle pareti, grossi libri, quadri, disegni complicati; sui tavoli, alambicchi, strumenti bizzarri. In un angolo un sistema di ingranaggi sparava colpi secchi che facevan sussultare. Dalla voragine di una botola uscivan voci umane fra strimpellature di strumenti invisibili.

Un ambiente da scenario di Sabba romantico.
Ma il Mago di questa stregoneria era affabile e ospitale. Appena mi vide si alzò, mi venne incontro, gridò in italiano: “Viva l’Italia!”. Poi mi confessa che è questa una delle poche frasi che sappia dire in italiano. Edison era snello, asciutto, aveva il viso completamente sbarbato. Le sopracciglia nere e folte proteggevano gli occhi grigio-azzurri che scintillavano penetranti dietro gli occhiali a stanghetta. La nobile testa era coronata da capelli bianchissimi leggeri, il collo usciva poderoso dal colletto molto aperto e mal trattenuto da un cravattone nero, vecchio stile. La sua voce aveva le stonature tipiche dei sordi che non hanno controllo dei suoni. Mi avvertì subito ch’era completamente sordo. “Non è colpa mia”, mi disse: “Avevo diciott’anni, ero impiegato nella Grand Trunk Railway come agente di pubblicità e telegrafista. Mi era già venuta la manìa delle invenzioni, e la direzione mi aveva concesso di usare, nelle ore di riposo, un vecchio vagone per le esperienze. Fu quello il mio primo laboratorio. Adoperando una soluzione di fosforo, un giorno provocai l’incendio del vagone. Scappai fuori per non morire bruciato: ma un guardiano, credendomi un vagabondo e un incendiario, mi rincorse e mi tempestò di pugni la testa. Cominciai subito a soffrire fenomeni di sordità che si sono sempre aggravati. E ora non sento quasi più nulla. La sordità ha qualche vantaggio: mi impedisce per esempio di ascoltare discorsi noiosi, e quando vado nel tumulto di New York non sento i fragori e mi sembra di essere in campagna. Inoltre, i rumori del laboratorio non mi distraggono dagli studi”.

Edison mi dice di rivolgergli domande scritte
, oppure di profittare del suo segretario che ormai conosce il tono di voce da urlargli nelle orecchie. Non vuole strumenti acustici. Nei primi tempi aveva tentato di inventare uno strumento contro la sordità, ma non riuscì. “Pare stabilito”, esclama rassegnato, “che gli inventori riescano a fare invenzioni soltanto per il prossimo”. La sua conversazione era fresca e frizzante di umorismo. Il Mago non sentiva affatto il peso degli ottant’anni. Doveva certamente aver inventato qualche stregoneria che non diceva, per mantenere questa sua agile giovinezza. Mi raccontava la sua vita senza rimpianti per il tempo passato. “Ho la convinzione”, diceva, “di non averlo sprecato”. Ricorda che, ragazzino decenne, avendo tentato un esperimento con degli acidi, perché fin da piccolo gli frullavano idee di indagini e di invenzioni, aveva fatto bruciare un fienile sulla piazza del paese nativo. Era dunque una vera tendenza irresistibile questa di provocare incendi. Ma anche quella volta aveva pagato di persona.

I capi della comunità lo punirono facendolo fustigare in pubblico.
“Ho imparato tutto da solo”, mi diceva, “e non ho mai parlato il linguaggio difficile dei professori dell’università. Forse non lo avrei capito. Mi sono invece avvicinato alla vita e alla natura, che mi hanno spalancato le loro porte. Alcune mie scoperte sono completamente mie, altre sono applicazioni di idee altrui. Io non credo che abbia importanza la personalità di chi trova una soluzione, importa invece che i problemi vengano risolti. Perciò, se state indagando qualche problema, quando non riuscite a trovare la soluzione interrogate quante più persone potete. È probabile che qualcuno trovi un particolare che vi era sfuggito. Credo che la ragione di molti miei successi consista nel non essermi mai voluto arrendere dinanzi alle difficoltà e nell’avere tenacemente insistito. Nell’estate del 1888, quando lavoravo a perfezionare il fonografo che è tutto invenzione mia, io rimasi al banco degli esperimenti per cinque giorni e cinque notti, senza interruzioni e senza mai dormire. Abbandonai il lavoro soltanto quando gli esperimenti riuscirono perfetti”. Le sue invenzioni e applicazioni sono innumerevoli: per cinquant’anni Edison continuò sempre a escogitare qualche cosa di nuovo. Ha trovato il sistema della telegrafia quadruplice con la quale sullo stesso filo possono venire inviati parecchi messaggi nello stesso tempo, mentre prima ne passava soltanto uno per volta; ha volgarizzato l’uso del telefono, invenzione dell’italiano Meucci, applicando il carbone trasmettitore; ha inventato il fonografo: la macchina per dettare e scrivere automaticamente i messaggi adottata in tutti i grandi uffici del mondo; la batteria elettrica a base alcalina usata per le automobili e per la radio; ha scavato dai fianchi della meccanica e dell’elettricità altre cento trovate ingegnose; ha aperto la strada al cinematografo.

Ma il suo capolavoro è la lampada elettrica, che ha rivoluzionato il mondo. Mi viene spontanea la domanda: “Quale è la vostra invenzione che amate di più?”. Mi risponde: “Il fonografo”. La risposta mi sorprende. “Non dunque la lampada elettrica?”. “La lampada elettrica”, mi spiega, “è più utile all’umanità, ma il fonografo è la scoperta più ingegnosa. Adesso può parere una cosa comune, ma vi assicuro che idearla e realizzarla non fu facile”. Come uomo d’affari, riconosceva di sentirsi meno che mediocre. Realmente non ha mai saputo sfruttare dal punto di vista finanziario le sue invenzioni. Fosse stato un “businessman” sarebbe certamente diventato uno dei più ricchi uomini del mondo. “E non lo sono!”. Edison era innamorato del lavoro, un sapiente distributore del tempo. Diceva: “Il tempo è il miglior capitale che Dio abbia messo nelle mani dell’uomo, perciò dormo soltanto cinque ore al giorno. Dopo pranzo, studio fino alla mezzanotte”. E siccome si venne a parlare dell’Italia e di Milano mi disse d’improvviso, sorridente: “Sono milanese anch’io. Infatti era nato a Milan, piccolo centro industriale dell’Ohio. Il nome gli fece ricordare che a Milano, ma quell’altra, quella italiana, fu costruita, subito dopo quella di New York, la prima centrale elettrica d’Europa, dalla sua Compagnia. Ricordo che il giorno innanzi, parlando col direttore della Società Edison di New York l’ingegnere Lieb, avevo avuto la sorpresa di sentirlo parlare non soltanto in italiano, ma in perfetto milanese, perché Lieb, mandato a Milano appunto da Edison per quell’impianto, vi rimase dal 1882 al 1894.

L’ingegnere Lieb mi raccontò che fu lui a collocare nel novembre del 1893 la prima linea tranviaria elettrica milanese, dal Duomo a corso Sempione. E io avevo notato che tra i quadri del suo studio giganteggiava la piazza del Duomo. Edison era ottimista. “Credo”, mi diceva, “a un fantastico sviluppo della meccanica e dell’elettricità, quale non possiamo neppure immaginare”. Ad alcune domande che gli rivolgo attraverso il segretario il quale gli urla nell’orecchio, il Mago strizza gli occhi per intendere. Vedo il viso tendersi nello sforzo, ma non è una tensione dolorosa: la sua espressione è sempre dolce. Quando gli dico che in Italia il suo nome è popolarissimo, il suo volto si illumina.

Arnaldo Fraccaroli, “New York, ciclone delle genti. Primo incontro, ritorni”, Edizioni La Rondine.

di Arnaldo Fraccaroli


Arnaldo Fraccaroli
Nacque a Villa Bartolomea (Verona) nel 1883. Entrò al Corriere della Sera e vi trascorse come cronista, inviato speciale e corrispondente quasi tutta la vita professionale. Fu testimone dei maggiori eventi della prima metà del secolo, ne scrisse numerosi libri, quali “In Cirenaica con i soldati” (1913), “Ungheria bolscevica” (1920). Trasse libri anche dai suoi soggiorni in Oriente e in America Latina. Grande successo ebbero soprattutto le sue cronache dagli Stati Uniti, raccolte in volumi come “Hollywood paese d’avventura” (1928) e soprattutto “New York ciclone delle genti” (1928). Fu anche narratore e autore teatrale, morì a Milano nel 1956.
 

 

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