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Scottie Pippen

Tra Batman e Robin, lui è sempre stato Robin. Tra Spiderman e Peter Parker, lui è sempre stato Peter, stesso cuore ma niente superpoteri per arrampicarsi in cielo. Non è facile, una carriera tutta così. Per quanto una carriera fantastica, una delle cinquanta più belle carriere del basket di tutti i tempi. Diciassette anni da super fuoriclasse, da applaudito e dorato campione della Nba, sei titoli vinti a fianco di Michael Jordan nella squadra che ha fatto la storia degli anni Novanta, i Bulls di Chicago.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Tra Batman e Robin, lui è sempre stato Robin. Tra Spiderman e Peter Parker, lui è sempre stato Peter, stesso cuore ma niente superpoteri per arrampicarsi in cielo. Non è facile, una carriera tutta così. Per quanto una carriera fantastica, una delle cinquanta più belle carriere del basket di tutti i tempi. Diciassette anni da super fuoriclasse, da applaudito e dorato campione della Nba, sei titoli vinti a fianco di Michael Jordan nella squadra che ha fatto la storia degli anni Novanta, i Bulls di Chicago. Di fianco a Michael Jordan, l’inarrivabile. E qui sta il punto. Perché ogni volta c’è il cronista che te lo ricorda, il tifoso Signor-so-tutto che ti chiama la spalla ideale, il “miglior secondo violino del mondo”. Così che ogni tanto a Scottie Pippen gli è pure saltata la mosca al naso, e gliele ha dette a questo e a quello. A Charles Barkley, quando giocava a Houston, disse che era diventato troppo grasso; e pure a Jordan, quando ormai si erano separati e il Divino era giunto a fine corsa: “Poveretto, in questo momento sto molto meglio io”, disse con quel suo vocione nasale e un sorriso ruvido come carta vetrata. La volta che si arrabbiò di più, però, fu quando si mise in sciopero per una manciata di istanti, furibondo con l’allenatore che ancora una volta lo aveva giudicato secondo, affidando l’ultimo decisivo tiro di una sfida dei playoff a un altro giocatore. Smise di giocare e basta, fanculo come sarebbe finita. Ma il destino è il destino e ognuno nasce con il suo karma, come gli spiegava il coach, il mitico Phil Jackson, l’allenatore filosofo, il guru del basket dentro e fuori il campo di basket, l’uomo che ha domato caratteracci come Dennis Rodman e Kobe Bryant, figurarsi se ha mai avuto problemi con un cervello svelto e meticoloso come quello di Scottie Pippen.

Il karma è il karma, inutile trasgredire. E infatti, quando dopo una carriera superba a Chicago provò a diventare il primo nei “razzi” di Houston, si trovò a fare la spalla di Hakeem Olajuwon e di Charles Barkley, e gli toccò masticare amaro. Così l’anno dopo ci riprovò a Portland, ma lassù nel freddo del Nord-ovest trovò la stella lituana di Arvydas Sabonis, e lui sempre a reggere la coda della cometa. E siccome il destino è perfezionista ma a volte anche perfido, nella migliore stagione con Portland arrivarono secondi, secondi di un soffio, perdendo di un palmo l’anello che sarebbe stato il settimo suo, quello che avrebbe fatto di lui il signore degli anelli. Ma il karma è il karma, e in fondo basta assecondarlo. Perché Scottie Pippen da Hamburg, Arkansas, è comunque stato il più grande, nel suo genere. Un genere per palati fini, per veri connaisseur della pallacanestro. L’uomo-squadra che tutti gli allenatori vorrebbero in squadra, che tutti i giocatori vorrebbero come compagno, che tutti gli appassionati di basket amano alla follia. Il miglior difensore, il miglior organizzatore di gioco, il miglior tiratore – ma solo quando serve davvero tirare, mai forzato un tiro, lui – due metri e zerotrè di pura utilità, senza nemmeno un grammo di follia. Con i capelli a scatoletta come piaceva ai neri alla moda qualche anno fa, con il pizzo sul mento come piaceva qualche anno dopo, con un’eleganza di movimenti unica, quasi a negare lo sforzo, con la magica capacità di trovarsi sempre lì, sulla piastrella giusta del parquet, prima ancora che i neuroni degli altri potessero accendersi e trasmettere al cervello che proprio lì si doveva stare. Muoviti col pensiero, arriverai sempre primo. Questo è stato il suo inafferrabile segreto per diciassette grandi stagioni.

Anche fuori dal campo, taciturno e guardingo, Scottie Pippen è un personaggio da intenditori. Uno che si fuma un avana subito dopo la partita, e pazienza se c’è sempre il Solone che grida al cattivo esempio. Si fuma un avana persino sul sito personalizzato che pubblicizza le sue scarpe personalizzate, prodotte da una nota marca con il beneplacito del suo nome. Più di una volta ha anche messo la sua faccia sullo schermo, quella faccia più acuta che simpatica, che evoca un nonsoché di lontano e arabeggiante, e allo stesso tempo ricorda da vicino quella di Wesley Snipes. Una comparsata in un episodio di “E.R.”, un’altra nel film cestistico di Spike Lee, “He got game”. Saggio come un uomo che ha fatto la gavetta e ha visto la miseria vera, giù nell’Arkansas dov’è cresciuto povero con cinque fratelli, sei sorelle e una paura boia, raccontano, delle sirene. Non si è fatto molti amici nell’ambiente. Rispetto sì, e molto. Ma ha litigato spesso e spesso, con i manager, per questioni di soldi. Diventato ricco, si è dovuto sorbire anche gli insulti degli attivisti no-tax, quando si è scoperto che la sua fattoria nell’Arkansas, come mille altre negli States, incassa ogni anno migliaia di dollari in sussidi dei fondi federali per l’agricoltura. Qualche anno fa si è preso pure gli insulti di un presunto ex compagno di college nell’Arkansas, tale Brent Worthington, professione attuale parrucchiere, che tutt’a un tratto se n’era venuto fuori con la storia di quando era lui a mantenere quel morto di fame di Pippen, perché Brent era ricco e i suoi frequentavano i Clinton già dai tempi del Whitewater. Ma quel taccagno di Scottie se n’era dimenticato, e quando fu la volta di Brent di essere al verde, gli aveva attaccato il telefono in faccia. Così adesso aveva deciso di fargliela pagare, era pronto anche a tirare fuori dal cassetto certi filmini porno-gay che avevano girato insieme. I filmini non spuntarono mai, ovviamente. Anzi, dopo qualche riscontro, sparirono del tutto anche il presunto parrucchiere e la cronista che aveva fatto lo scoop. Pippen si limitò a un’alzata di spalle; il mondo del basket, anche quello che non lo ha mai amato troppo, non prese neanche in considerazione il pettegolezzo. Il basket, non solo in America, è uno sport a sé. È un gioco di precisione, il più individualista di quelli di squadra, o forse il più di squadra tra quelli individuali. È la somma algebrica di ogni più piccola mossa di ognuno, e di tutto e di tutti bisogna tenere il conto.

Per chi lo ama, il basket Nba è una folle alchimia, una religione separata di riti numerici, statistiche di assist e minuti giocati, classifiche avulse del miglior sesto uomo di ogni quintetto, del miglior rendimento ai rimbalzi, del più efficace tiro da tre nel terzo quarto di gara. E un giocatore è la fantastica somma, la parossistica segmentazione di tutti i suoi atti. Se poi la sua carriera dura diciassette anni ai vertici dell’Nba, com’è stato per Scottie Pippen, occuparsi dei suoi score diventa un vero e proprio delirio alfanumerico. Che registra i sei anelli Nba vinti a Chicago, le sette convocazioni per l’All Star Game, le due medaglie olimpiche vinte con il Dream Team, quello vero di Barcellona ’92 e quello già un po’ più tronfio di Atlanta ’96. E poi i 15.123 punti, le 208 partite di playoff, i 5.236 rimbalzi recuperati, i 6.153 assist, i 644 tiri da tre. Niente male, per il ragazzo povero dell’Arkansas diventato ricco e famoso a Chicago, Illinois, che ha deciso di ritirarsi adesso, proprio sotto elezioni. Del resto, se anche vincesse quel bostoniano di Kerry, non ci sarebbe più nessun presidente da cui farsi ammirare all’United Center. Invece gli spensierati anni Novanta erano stati anche quelli dei Clinton che tifavano per i Bulls di Michael Jordan e Scottie Pippen. Hillary perché a Chicago ci è nata, Bill perché è uno che non ha mai amato perdere, e “in fondo Chicago è la mia seconda città; e poi Scottie Pippen viene dall’Arkansas come me”. Dopo il sesto titolo conquistato, i Bulls ricevettero un invito alla Casa Bianca. A un certo punto, quel gigione di Clinton se ne uscì: “Ehi, Scottie, tu non dici niente? Ma come, tutti quelli dell’Arkansas hanno sempre qualcosa da dire…”. E lui, quasi timido, impacciato come ogni volta che gli tocca uscire dal ruolo di perfetto secondo, rispose compìto: “È un grande onore per me essere qui e poter parlare. Lo dico sempre ai miei compagni che io e il presidente siamo cresciuti nello stesso posto”.

Insomma, a trentanove anni e con un ginocchio malandato dopo una stagione di non trionfale rientro a Chicago, un uomo saggio come Scottie Pippen può pure decidere di smettere, “anche se è la decisione più difficile della mia vita”, ha detto annunciando il suo ritiro, con il suo solito modo un po’ distaccato, le parole misurate e meglio se poche: “Io e la mia famiglia vogliamo ringraziare tutti i fan e l’intera organizzazione dei Chicago Bulls”. Così ha deciso di andare, di salutare il parquet e l’anello e il gentile pubblico pagante. E di chiudere così, con il fantasma del numero due, la kabbalah di tutta una vita, a svolazzare intorno alla sua maglia numero 33 che presto finirà nella Hall of Fame. Scottie Pippen, secondo solo a Karim Abdul-Jabbar per numero di partite di playoff giocate, secondo solo a Michael Jordan per punti segnati nei Chicago Bulls, terzo della sua squadra per numero di rimbalzi catturati e primo, finalmente primo, nei tiri da tre. Il “miglior secondo violino”, il miglior secondo mai visto nel mondo della palla a spicchi. E resta sempre il dubbio se lui lo prenda per un complimento, o se dentro gli rimanga un po’ di amaro, un nonsoché di incompiuto, come quando la palla rimbalza sul ferro e se ne va.

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