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Robert Rauschenberg

È una specie di moderno prototipo dell’artista universale: pittore, scultore, scenografo, costumista, fotografo, performer. Ovviamente impegnato nelle grandi battaglie civili contro guerra, fame, inquinamento. Ce n’è per tutti i gusti e sempre da rimanere spiazzati. Come qualche mese fa, sotto una nevicata fuori stagione, quando si presentò a Palazzo dei Diamanti a Ferrara per l’inaugurazione della sua prima grande retrospettiva italiana. Arrivò in carrozzella, e non si sapeva.

30 Novembre 1999 alle 00:00

È una specie di moderno prototipo dell’artista universale: pittore, scultore, scenografo, costumista, fotografo, performer. Ovviamente impegnato nelle grandi battaglie civili contro guerra, fame, inquinamento. Ce n’è per tutti i gusti e sempre da rimanere spiazzati. Come qualche mese fa, sotto una nevicata fuori stagione, quando si presentò a Palazzo dei Diamanti a Ferrara per l’inaugurazione della sua prima grande retrospettiva italiana. Arrivò in carrozzella, e non si sapeva. Elegante, camicia rossa e blazer scuro, la faccia intensa, la mascella un po’ fissa. Spento o forse troppo annoiato da vernici e conferenze stampa. Il contrario della sorpresa delle sue opere: i calchi bellissimi di tre torsoli di mela d’oro, d’argento e di bronzo che chiudevano la mostra ferrarese; i pannelli di “A quake in Paradise”, d’alluminio, trasparenti, in poliestere; colori acrilici, grafite, con foto, impronte; e poi ancora scale, biciclette, aquile, fabbriche, colonne classiche, grattacieli, ananas. “Quando ho fatto queste opere non nevicava”, scherzò Rauschenberg. Poi si mise a spiegare: “Anche le condizioni meteorologiche entrano a far parte dell’opera. Le cose più banali e insignificanti della vita e anche le cose tragiche, come la guerra, tutto dovrebbe entrare a far parte dell’opera”. Consiglia di immaginare i suoi quadri come semi che germoglino storie, nostre o di altri, immaginarie o reali, storie che possono cambiare con lo scorrere del tempo. “La pittura è in rapporto sia con l’arte che con la vita. Nessuna delle due può essere costruita. Io tento di operare nello spazio che c’è tra le due”. La sua ansia di sperimentare non s’è mai fermata. Non gli basta nei collage mischiare il David con la cotonina di un grembiule, un astronauta con un cactus, una pompa di benzina con un tempio greco, la guerra del Vietnam con Leonardo, Kennedy con radiografie e colori fluo; cioè sacro e profano, cronaca e storia, natura e pubblicità, personale e politico, passato, presente e futuro. Frantumati. Perché siamo fatti così. Assomiglia alla tecnica di scrittura del suo amico William Burroughs; è una specie di “flusso di coscienza” pop; “combine” la chiama lui. Nella stessa opera dipinge, fotografa, incolla, stampa, scolpisce. Usa come supporti tela, alluminio, rame, legno, specchio, plastica, che si sovrappongono, si mischiano. “Quando ho cominciato a lavorare non c’erano tanti oggetti fatti di materiali curvi in giro. Le curve sono qualcosa di molto arbitrario. Così ho scelto di usare le ruote, perché non si tratta solo di andare su e giù. Poi le ruote le trovi ovunque, e le biciclette, che fanno pensare a una molteplicità di direzioni, sono note a tutti. Conosci il detto ‘facile come andare in bicicletta’ per dire che una cosa è naturale?”.

Di arie lui non se n’è mai date: a cominciare dal nome. Quello vero sarebbe Milton, ma a lui sembrava troppo pretenzioso. Quando decide di diventare artista se lo cambia. Trascorre una notte intera in un bar-pasticceria a passare in rassegna i nomi più comuni tra un caffè, una brioche, una Coca-Cola; alla fine sceglie Bob, che poi diventerà Robert. Siamo nel ’47 e le cose non è che gli vadano granché: ha lasciato la facoltà di Farmacia, che era il sogno dei suoi genitori, perché era troppo difficile (non sapeva ancora di essere dislessico), poi è stato arruolato in Marina. Al comando dichiara di non voler uccidere nessuno, così lo mandano a lavorare in un ospedale militare psichiatrico. Per fortuna che dopo il congedo l’esercito gli passa un sussidio di studio. C’era ancora lo Stato assistenziale. Dopo essere entrato in un po’ di musei, comincia a credere di poter diventare un artista anche lui; nel frattempo accetta qualsiasi lavoretto, cambia nome, risparmia e parte per Parigi.

Fa la fame, ma è una forza della natura. Dipinge con le mani, coi piedi, colora cianografie, raccoglie cianfrusaglie, fa scenografie per i concerti di John Cage, ai tempi anche lui squattrinato. Per mantenersi fa il vetrinista per i grandi magazzini, lì diventa subito il più bravo. È come se prendesse ispirazione, senso, materia da tutto quel che gli capita davanti e lo organizzasse attraverso i suoi sentimenti, le sue letture, i suoi ricordi. Come quando gli commissionano le illustrazioni per la Divina Commedia. “La scrittura di Dante è quello che un pittore sogna, per via del suo linguaggio. Non lo avevo mai letto fino a quando non ho cominciato a illustrarlo, e non leggevo mai il testo prima. E guarda cosa ne è uscito! Mi sono stupito io per primo”. In realtà Rauschenberg si fa aiutare da un insigne dantista, poi mischia come sa fare lui acquarelli, foto di personaggi famosi, ritagli di giornale e il poema diventa un’allegoria contemporanea. Cimentarsi col sacro gli piace. Nel ’99 gli commissionano un grande affresco per la chiesa di Padre Pio in Puglia, progettata da Renzo Piano. Vogliono una “Apocalisse gioiosa”. “Ho pensato che fosse molto difficile comunicare un senso di gioia a chi era sofferente e proprio per questo andava in pellegrinaggio alla chiesa di Padre Pio. Così ho cercato di illustrare il testo biblico nel modo più delicato possibile: ma l’Apocalisse è molto difficile da rappresentare con leggerezza. È un po’ troppo pesante”. Nel bozzetto preparatorio, a sinistra si vede una tempesta di frammenti del Partenone, della Torre Eiffel, di tornado e di bombardamenti, a destra delle specie di asteroidi rosa e azzurri che sarebbero gli angeli e al centro un’antenna satellitare sopra la Terra, cioè Dio, “dal momento che vede e sente tutto”. Si può anche capire che i buoni frati glielo rifiutino. Il nostro Robert ci resta male, anche se non è che abbia bisogno dell’apprezzamento dei Cappuccini pugliesi. Già nei primi anni Sessanta aveva esposto al MOMA e al Guggenheim.

Il Jewish Museum di New York aveva addirittura inaugurato la sezione di arte contemporanea dedicandogli la prima retrospettiva, quasi una consacrazione. Nel ’64 aveva vinto il Gran Premio alla Biennale di Venezia. Lui utilizza la sua popolarità per combattere grandi battaglie civili. Collabora con associazioni per i diritti umani; dona parte dei suoi guadagni per aiutare artisti in difficoltà; denuncia le emergenze ambientali. Nel ’70 lascia New York per trasferirsi nell’isola di Captiva, al largo della Florida, dove crea un laboratorio tipografico che mette a disposizione di artisti amici. In questo periodo la sua arte ha una svolta e usa praticamente solo scatoloni: “Fu allora che mi accorsi che le scatole di cartone sono l’unico materiale che si trova in tutto il mondo. Inoltre non avevo più, come a New York, la scorta di materiali forniti dalla strada. E poi qui gli isolati sono troppo grandi per camminarci attorno… e se per caso incontri un alligatore?”. Un po’ di autoironia non guasta. Invece per lui deve essere stato un delirio orgiastico aggirarsi per il napoletano. Ecco la storia. Vera. Era andato per festeggiare Capodanno e assistere alla prima di un balletto della sua amica Trisha Brown al San Carlo di Napoli, ma la nave con costumi e scenografie non arriva. Così Trisha gli chiede una mano. “Fu un magnifico incubo”. In cerca d’ispirazione e con una fretta fottuta, fruga per le discariche e si trova di fronte a sontuose montagne di targhe di automobili. Era il periodo della crisi petrolifera e della circolazione a targhe alterne. L’ingegnoso popolo napoletano per non restare a piedi ne aveva fatto incetta. “Fu proprio una fortuna. Era materiale di grande densità espressiva. Ho sempre avuto una gran passione per le cose comuni, le cose abbandonate. La mia estetica è molto legata alla disponibilità dei materiali”. Per i costumi sforbicia a zig zag delle tute e ci drappeggia intorno le sciarpe dei tifosi del calcio. Lo spettacolo piace molto, proprio perché disorienta e graffia. A un certo punto a Rauschenberg sembra di aver sperimentato tutto e allora gli prende la mania di viaggiare. E fotografa per non dimenticarsi le cose più interessanti. Già che c’è dà vita al ROCI, un progetto per la promozione della pace nel mondo attraverso l’arte. Tira fuori tutto di tasca sua. L’idea è quella di aprire un dialogo con le popolazioni, di lavorare in gruppo, di accostarsi a tecniche e materiali di altre culture. Lavora nelle cartiere della Cina, nelle fabbriche di ceramica in Giappone; è in Tibet a parlare di libertà e a imparare la tessitura. “Non mi ero mai concesso il lusso di usare colori brillanti finché non andai in India; là vidi la gente che andava in giro con quei colori addosso, li trascinava nel fango. Mi resi conto allora che non erano artificiali, e anch’io mi tuffai nel fango. Fu un’esperienza memorabile”. Quando torna nel suo rifugio di Captiva rielabora tutto, fa nuovi quadri, ma fa anche conoscere “quello che la gente fa nella vita quotidiana in altri paesi”. Uno yankee strano, Rauschenberg, che ama l’Europa e l’Oriente, che conosce le loro culture e in qualche modo le fa diventare americane. Tant’è che nel ’76, per celebrare il Bicentenario degli Stati Uniti, fu scelto proprio lui per rappresentare i sogni e le aspirazioni di ogni americano.

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