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Robert Mugabe

Di lui Desmond Tutu ha detto: “E’ quasi una caricatura di tutto ciò che di male la gente pensa degli africani, vuole diventare il cartone animato di se stesso”; Morgan Tsvangirai, leader del principale partito d’opposizione, più volte aggredito e minacciato di morte, lo definisce “un despota squilibrato”; nelle città, dove la paura dei suoi sgherri è meno forte che nelle campagne, la gente ne ha fatto uno zimbello da barzelletta.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 20 agosto 2000

Di lui Desmond Tutu ha detto:
“E’ quasi una caricatura di tutto ciò che di male la gente pensa degli africani, vuole diventare il cartone animato di se stesso”; Morgan Tsvangirai, leader del principale partito d’opposizione, più volte aggredito e minacciato di morte, lo definisce “un despota squilibrato”; nelle città, dove la paura dei suoi sgherri è meno forte che nelle campagne, la gente ne ha fatto uno zimbello da barzelletta: “Dove abita il presidente?”, chiede il maestro, “dentro a un aeroplano”, risponde il bambino che tutte le sere in tivù vede il presidente che scende salutando dalla scaletta, di ritorno da uno delle decine di viaggi all’estero, con seguito faraonico, che sono la sua vera passione. “Il presidente è talmente cleptomane che ha dovuto rubare anche la moglie di un altro”, sbeffeggiano i compagnoni alludendo alla flessuosa Grace, la 35enne segretaria che quattro anni fa Mugabe (che ne ha 76) ha sposato in seconde nozze e da cui ha avuto tre figli, due prima del matrimonio e il terzo, Chatunga, nel 1997; sui giornali indipendenti ci si scatena sulla demenza senile del presidente: “Sta rapidamente perdendo il pieno controllo delle sue facoltà mentali e la cosa più penosa è che non sembra accorgersene”, scrive un lettore, anonimo, alla Financial Gazette.

Eppure l’autoritario, irascibile, incompetente Robert Mugabe, ultraventennale presidente dello Zimbabwe, che fu Rhodesia sotto i britannici e sotto il segregazionista Ian Smith, coincide solo in parte con lo stereotipo del dittatore africano, che nella caricatura evocata da Tutu è anche, immancabilmente, rozzo, brutale e incontinente. Mugabe è sin da giovane un astemio volontario, e l’unica amante che gli si conoscesse l’ha sposata tre anni dopo la morte di Sally, la prima moglie, benvoluta dal popolo. E’ salito al potere dirigendo l’unica guerra di liberazione combattuta in una colonia britannica africana (a parte la tenebrosa insurrezione mau-mau in Kenya); e poi vincendo, a sorpresa, le libere elezioni del 1980 (battendo Joshua Nkomo, il leader storico del nazionalismo nero protetto dei sovietici e Abel Muzorewa, il candidato moderato sponsorizzato dagli inglesi). E’ stato riconfermato dopo di allora sempre e con maggioranze crescenti, tranne che alle Politiche del mese scorso.

Mugabe, maestro elementare per un ventennio, detiene sette diplomi di laurea: il primo, in Scienze politiche, lo ha ricevuto all’Università di Fort Hare in Sudafrica, la stessa frequentata da Nelson Mandela, Gatsha Buthelezi, Oliver Tambo e Robert Sobukwe. Gli altri sei per corrispondenza, e fra essi due ottenuti durante i dieci anni di prigione trascorsi fra il 1964 e il 1974 nelle galere di Ian Smith. Nella sua infinita ottusità, il regime rhodesiano non concedeva a Mugabe nemmeno il permesso di partecipare ai funerali di Nhamodzenyika, il suo unico figlio maschio, morto all’età di quattro anni mentre lui era detenuto (1966), e lasciava morire senza assistenza medica il suo fraterno compagno di cella e mentore, Leopold Takawira (1970). Gli permetteva però di ricevere in prigione la letteratura marxista su cui avrebbe fondato la sua formazione ideologica.

Salito al potere dopo 20 anni di lotta politica quasi sempre clandestina, ideologicamente maoista e centrata sulla lotta armata, nei suoi primi dieci anni da leader nazionale Mugabe ha dimostrato un pragmatismo e una prudenza non comuni fra i suoi colleghi africani di quegli anni: ha sbalordito i bianchi, che si aspettavano un comunista assetato di sangue, invitando neri e bianchi alla riconciliazione dopo una guerra che aveva fatto 30 mila morti (neri per il 90 per cento); ha saputo trattenere i bianchi qualificati e i capitali internazionali; ha rinunciato (diversamente dai tempi più recenti) alla nazionalizzazione affrettata delle fattorie bianche, spina dorsale della produzione agricola, e agli esperimenti socialisti in economia che hanno precipitato la rovina di molti Stati subsahariani; ha saputo reprimere sul nascere la ribellione della minoranza ndebele prima che degenerasse in una catastrofica guerra civile, alimentata dal Sudafrica come era accaduto in Mozambico e in Angola.

La cura Mugabe ha lasciato il prodotto interno lordo stazionario per un decennio. E la radicata convinzione del maestro presidente che il miglior investimento di un paese è l’educazione del suo popolo non si è fermata alle parole: la forte spesa sociale ha fatto dello Zimbabwe il paese africano col più alto tasso di alfabetizzazione, 85 per cento circa degli adulti. D’altra parte, questo è lo stesso uomo che ha trascinato in una spirale depressiva una delle economie un tempo più promettenti d’Africa, con il reddito pro capite sceso dai 950 dollari dell’anno dell’indipendenza (1980) ai 600 di oggi. E’ il presidente che approva deficit di bilancio pari al 10 per cento del pil, perché le spese sono tante: bisogna finanziare aumenti di paga del 60-90 per cento ai dipendenti pubblici; pagare le spese della missione militare in Congo, che in due anni è costata 500 milioni di dollari (un terzo del bilancio dello Stato), ma permette ai generali e agli affaristi vicini al presidente di arricchirsi col contrabbando di oro e diamanti e con le commesse all’esercito. E bisogna pure pagare, in segreto, i 50 dollari dello Zimbabwe al giorno agli ex combattenti e ai giovinastri che da febbraio occupano centinaia di fattorie dei coloni bianchi. E versare indennità di missione di 250 dollari americani al giorno ai membri del governo, allo staff personale e agli addetti alla sicurezza che viaggiano all’estero con lui.

E’ anche l’uomo che ha distribuito fra scudieri, ministri, nipoti e manutengoli 270 fattorie espropriate con indennizzo negli anni Ottanta. E che oggi, contraddicendo la passata saggezza, vuole espropriarne, senza indennizzo, altre mille. E ancora, Mugabe è l’uomo delle parole in libertà, degli accessi di violenza verbale che sono entrati nell’aneddotica internazionale. La galleria di definizioni frutto della fertile ira del presidente va dal governo laburista di Tony Blair (“regime gangsteristico di piccoli uomini”, “governo gay di gangster gay”, “bambini che non capiscono la storia”), a Michail Gorbaciov (un “imbecille” che ha svenduto il comunismo), all’ambasciatore statunitense nello Zimbabwe Tom McDonald (“dirò a Madeleine Albright di dargli un calcio nel sedere e di dirgli di stare al suo posto”), ai 70 mila coloni bianchi anglosassoni ancora residenti in Zimbabwe (“nemici dello Stato”, “la più presuntuosa, la più arrogante, la più egoista e la più razzista delle razze”), agli attivisti omosessuali (“peggio dei porci e dei cani”, “membra infette che devono essere amputate”, “perversioni di natura”), ai giornalisti (gente che gode di “uno statuto superiore a quello degli dèi e degli angeli” e che “usa la penna come una spada insanguinata per assassinare la gente che non piace a loro”), al sottosegretario britannico agli Affari africani Peter Hain (“la moglie dell’attivista gay Peter Tatchell che ha mandato suo marito a tendermi un’imboscata”).

Tanta protervia non si spiega semplicemente col lento declino di un regime prossimo al marasma finale. Tutto ciò ha esacerbato un dato che già era presente. Mugabe è quel che è in forza della sua biografia e della sua formazione: un cattolico intransigente, un bantu tradizionalista, un socialista scientifico, un maestro accigliato e bacchettatore come solo i maestri africani sanno ancora essere. E come sempre succede negli africani europeizzati, le varie componenti identitarie si miscelano, si scontrano, si confondono senza mai arrivare a una sintesi. L’elemento di continuità delle varie facce di Mugabe è l’intransigenza. Il futuro presidente dello Zimbabwe è nato negli anni Venti presso la missione dei gesuiti di Kutama, quella che ha incarnato la versione più intransigente del cattolicesimo nell’ex Rhodesia: i battezzati di Kutama gettavano alle ortiche tutte le tradizioni africane e trattavano i cristiani metodisti come appestati. E’ entrato in contatto col marxismo all’università, negli aspri anni della prigionia è diventato un socialista scientifico, e nei cinque anni di lotta armata diretta dal Mozambico un leninista.

Ma Mugabe è anche un bantu, uno shona zezuru che sa quanto vale la comunanza del sangue e degli antenati: senza la lealtà rigorosamente tribale degli shona, etnia maggioritaria del paese, non avrebbe mai potuto sconfiggere il più noto Joshua Nkomo. E l’odio sprezzante per gli omosessuali non è tanto il prodotto del rigorismo gesuita, quanto l’ovvia reazione di un bantu, la cui cosmologia è fondata sull’imperativo categorico di espandere la corrente vitale che proviene dagli antenati attraverso la fecondità riproduttiva. Lo stesso vale per il clientelismo spinto, il nepotismo plateale, l’attitudine neopatrimonialista verso i beni dello Stato: il primo dovere di un africano è sempre quello di beneficiare i parenti, di incrementare anche materialmente il flusso della corrente vitale a cui appartiene per discendenza di sangue. Anche se è un cristiano, anche se è un socialista, anche se è un maestro. E Mugabe è abbastanza cristiano da sposarsi due volte in chiesa previa vedovanza e da far spintonare i fedeli dalle sue guardie del corpo per prendere posto tutte le domeniche alla Messa nella cattedrale di Harare.

Ma è un cristiano che si prende la libertà di accusare la sua Chiesa cattolica di discriminazione perché non ammette le donne al sacerdozio e addirittura di biasimare le Sacre Scritture, arrivando a giudicare il passo del Genesi che descrive la creazione di Eva da una costola di Adamo “un’autentica aberrazione”, perché consacrerebbe la diseguaglianza fra uomo e donna. Mugabe è un socialista talmente socialista che ancor oggi saluta a pugno chiuso, chiama Politburo il comitato centrale del suo partito, definisce il popolo “le masse” e ancora nel 1990 voleva introdurre in Zimbabwe il partito unico giudicando la democrazia secondo il modello di Westminster un “lusso per paesi ricchi”.

Mugabe è, sessant’anni dopo il diploma, un maestro elementare sempre in vena di dare lezioni. “Daremo agli inglesi una lezione di democrazia”, ha avuto il gusto di dire alla vigilia delle turbolente elezioni politiche del giugno scorso. E i suoi comizi rurali vedono sempre in prima fila una piccola delegazione di farmer bianchi, caldamente invitati a presenziare all’appuntamento per dare modo al presidente di castigarli verbalmente di fronte alla platea nera. Ma soprattutto Mugabe è un “elder”, un anziano africano che detesta l’ingratitudine. Quella del popolo che non riconosce più i suoi meriti. E soprattutto quella dei bianchi che non gli baciano più le mani per non averli cacciati nudi all’indomani dell’indipendenza, ma anzi appoggiano i suoi nemici. E lui moltiplica le sue furiose invettive.

di Rodolfo Casadei         

In breve
E’ nato nel 1924 nell’allora Rhodesia razzista. Per vent’anni maestro elementare, ne ha passati dieci in prigione, fra il 1964 e il ’74; cattolico, marxista non pentito, sette lauree, è astemio volontario. Dopo la morte di Sally, la prima moglie, ha sposato Grace, la 35enne segretaria e amante da cui ha avuto tre figli. Fra i leader della guerra di liberazione, vince le elezioni del 1980. Da allora guida lo Zimbabwe. Per un decennio si dimostra un abile moderato, negli ultimi anni il nepotismo e il dispotismo hanno preso il sopravvento. 

Rodolfo Casadei, giornalista, africanista, è caporedattore del settimanale Tempi. Vive a Milano.

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