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Reza Pahlavi

Per togliere la corona al nonno c’era voluta l’invasione congiunta dei britannici da Sud e dei sovietici da Nord. Per toglierla al padre, la rivoluzione di Khomeini. C’è chi comincia a far balenare all’erede al trono dell’Iran, il 43enne Ali Reza Pahlavi, di poterci tornare sulle onde della tv via satellite e dell’internet power, anziché sulla punta delle baionette.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Per togliere la corona al nonno c’era voluta l’invasione congiunta dei britannici da Sud e dei sovietici da Nord. Per toglierla al padre, la rivoluzione di Khomeini. C’è chi comincia a far balenare all’erede al trono dell’Iran, il 43enne Ali Reza Pahlavi, di poterci tornare sulle onde della tv via satellite e dell’internet power, anziché sulla punta delle baionette. Altri ne dubitano fortemente. Pensano che il figlio dell’ultimo scià di Persia abbia meno chance di sedersi un giorno sul trono del pavone di quante ne abbia Emanuele Filiberto di risiedere al Quirinale. Se non altro perché a diseredarlo del tutto, togliendogli il residuo di fortuna che papà gli aveva lasciato nelle banche svizzere, lasciandolo in mutande, non sono stati gli ayatollah, ma il suo principale collaboratore.

Reza Junior non ha un esercito che lo riporti al potere a Teheran. Ma ha trovato una televisione. Per anni era stato pressoché ignorato nel suo esilio nei suburbia di Washington. Tutt’al più gli davano del “principe di internet” perché con l’aiuto dei fedelissimi manteneva, dal suo studio sopra il garage della sua casa da impiegatuccio a Falls Church, nel Maryland, un sito web (www.rezapahlavi.org) con poco più di qualche foto e un logo con la bandiera imperiale col leone. Le cose sono cambiate da quando una catena tv satellitare di Los Angeles ha cominciato un paio di anni fa a mandarlo in onda live in Iran. Era poco dopo l’11 settembre. Il principe fu chiamato a rispondere a telefonate in diretta che arrivavano da Teheran. Allo stadio si giocavano le eliminatorie per la Coppa del mondo di calcio. Lui li incitò a tifare per la nazionale e la libertà. Persero la partita. All’uscita dallo stadio ci fu una sommossa, forse la più violenta dimostrazione di giovani dai tempi dell’insurrezione del 1979. Furono arrestati un migliaio di ragazzi. Colpì che scandissero: “We love America”, anziché “Morte all’America”, come si era sentito echeggiare per vent’anni. Qualcuno andò anche oltre e si mise a inneggiare a “Reza Pahlavi, nostro leader spirituale!”. Era un modo per ringraziarlo dell’appoggio alla nazionale di calcio.

Bastò a far concludere ad alcuni in America che in Iran “stava per scoppiare una nuova rivoluzione” contro il regime islamico. “I mullah al potere cominciano a somigliare agli occupanti del Cremlino nel 1988, o a quelli di Versailles nel 1788”, scrisse l’ex direttore della Cia James Woolsey. “Ma no, non c’entra la restaurazione della monarchia, non c’entro io, c’entra il diritto degli iraniani all’autodeterminazione”, cercò di schermirsi il giovane Reza. Ma era nato un mito. Due anni dopo, e la guerra all’Iraq in mezzo, il mito appare ingigantito dalla protesta degli studenti, e soprattutto dalle reazioni che ha suscitato nell’ala dura degli ayatollah al potere. Reza ha abbandonato le prudenze di un tempo. Ora dice che la rivoluzione è ormai alle porte. Paragona la situazione a quella del 1978, agli inizi del sommovimento che aveva portato alla cacciata di suo padre.

“Può succedere tra qualche mese, o tra un anno o due. Il regime si sente alle corde. Il popolo lo sta rifiutando nella sua totalità. Non fa più distinzione tra riformatori e conservatori. “Vogliono un’alternativa laica”, dice, benedetta dagli Stati Uniti. L’alternativa laica, spiegano, è una monarchia costituzionale, con Reza Pahlavi alla sua testa. Hanno già individuato persino il primo ministro, l’uomo da catapultare in loco per far quagliare l’evento: Sohrab Sobhani, detto Rob, un iraniano-americano nato in Kansas, che insegna su Iran e politica petrolifera del Caspio alla Georgetown University, amico sin dall’infanzia dell’erede al trono e, soprattutto, in strettissimi rapporti con i neoconservatori di Washington (come lo era Ahmed Chalabi, designato a suo tempo come il futuro Karzai per l’Iraq, ora precipitosamente rispedito in America).

Lo studioso dell’American Enterprise Institute Michael Ledeen, uno dei più accesi fautori del cambio di regime in Iran, convinto della “rivoluzione imminente”, ha persino recentemente creato una Coalizione per la democrazia in Iran per sponsorizzare il progetto. Non è la prima volta che qualcuno punta sul giovane Pahlavi. Nella sua biografia del capo della Cia di Ronald Reagan, Bill Casey, il giornalista Bob Woodward ha raccontato di un progetto per metterlo sul trono con l’appoggio della Cia già negli anni 80. Era stato il segretario di Stato George Schultz a dissuaderli, convincendo il presidente che sarebbe stata pura follia, che era meglio cercare di ricucire con gli ayatollah e favorire un’ala riformista e non così antiamericana. Colin Powell resta dello stesso parere. Ma non è detto che Bush finisca per ascoltare il segretario di Stato.

A poter far precipitare il piatto della bilancia non è tanto la presunta esplosione di nostalgie monarchiche in Iran, quanto il fatto che la National Iranian Television di Los Angeles, da emittente quasi clandestina, è diventata una potenza mediatica. Fondata tre anni fa da Zia Atabay, un ex cantante spiantato, scappato dall’Iran e finito dopo lunghe peregrinazioni in America, concepita per i 300 mila iraniani che vivono in California, ora vanta di poter raggiungere sette milioni di antenne satellitari in Iran. E al suo si sono ormai aggiunti almeno una dozzina di altri canali in lingua farsi.

Lo chiamano il Murdoch iraniano, ovviamente. Dice che ha puntato su Reza perché il suo sogno è “diventare capo della tv iraniana quando cadranno i mullah”. Ammette che “se non cadono tra qualche mese”, rischia di andare in fallimento perché i costi della guerra delle frequenze per aggirare l’oscuramento sono proibitivi. Ma vuole dimostrare che il potere e le rivoluzioni non nascono più solo dalla canna del fucile, come diceva il vecchio Mao, ma dall’antenna satellitare. Si dice assolutamente convinto che la tv possa fare per la restaurazione della monarchia quel che i nastri registrati di Khomeini avevano fatto un quarto di secolo fa per farla crollare.

Quanto a Reza, un po’ ci sta e ci fa, un po’ sembra prendere le distanze da un gioco che rischia di farsi troppo duro e rischioso. Ha criticato le stazioni troppo aggressive e quelle che fanno costante appello a manifestazioni, allo sciopero generale o addirittura a tentativi insurrezionali. Un po’ si sente lusingato, un po’ forse si rende conto che lo stanno tirando per la giacca. C’è persino chi, nell’ala dura dei suoi sostenitori, comincia ad accusarlo di “non essere abbastanza monarchico”. Qualcosa forse gli dice che, ben che gli vada, rischia di finire come re Zahir in Afghanistan, ombra dell’ombra di Hamid Karzai.

Aveva 14 anni quando a suo padre fu diagnosticato il linfoma, e lo avevano sottoposto a un apprendistato accelerato sull’arte di regnare. Quattro anni dopo, la rivoluzione lo aveva sorpreso allievo pilota di caccia in Texas. L’anno dopo, allo scoppio della guerra con l’Iraq si era offerto di tornare per combattere, ma non gli avevano nemmeno risposto. Per ripicca il mese dopo si era proclamato scià in esilio. Poi si era laureato per corrispondenza all’Università della California del Sud, si era sposato con Jasmin – di professione avvocato, ancora “in cerca di occupazione” – ora ha due figlie a cui pensare. Sua sorella Leila due anni fa è stata trovata cadavere in un albergo di Londra per un’overdose di eroina. È stato notato che il passare degli anni ha accentuato la sua somiglianza fisica col padre. E questo complica un problema di identificazione, da parte del suo popolo, con un regime che lui stesso aveva definito “odioso” (arrivò a dichiarare che, per quanto potesse sembrare scioccante che fosse proprio lui a dirlo, “la rivoluzione, per tragica che sia stata, è stata in fin dei conti una benedizione per l’Iran”). Ma la cosa che forse più di ogni altra gli consiglia prudenza è che difficilmente riuscirà a far dimenticare come finì col farsi derubare, alla fine degli anni 80, dell’intera fortuna ereditata dal padre da parte del cugino e principale consigliere politico, Ahmad Ali Masoud Ansari. Gli aveva affidato la gestione di 25 milioni di dollari allora in banche svizzere. Quando si presentò a chiedere i conti ne trovò appena 27 mila.

Seguì una imbarazzante vicenda giudiziaria. E come se non bastasse, Ansari pubblicò poi un libro, ampiamente circolato in Iran, dal titolo “Io e i Pahlavi”, in cui lavava in pubblico i panni sporchi dell’intera famiglia imperiale. Un’altra versione è che, più che la truffa altrui, l’abbiano rovinato le speculazioni sbagliate e le spese pazze. Forse è il suo punto più debole. Perché in qualche caso ai tiranni un popolo può anche perdonare. Ai fessi no.

di Siegmund Ginzberg

In breve

È nato a Teheran nel 1960. Ha lasciato l’Iran nel 1978 per studiare in Texas. L’anno successivo la rivoluzione khomeinista depose dal trono suo padre, l’ultimo scià. Nel 1980, alla morte del padre, si proclama erede al trono, e inizia dagli Stati Uniti una blanda opposizione internazionale, sostenuto dalla comunità dei fuoriusciti iraniani. L’opposizione di Teheran e vari settori dell’Amministrazione Bush lo candidano alla guida del futuro Iran. Sposato, due figlie, vive nei pressi di Washington, dove lavora nel settore privato.

Siegmund Ginzberg è nato a Istanbul. Ha scritto corrispondenze da Pechino e New York, vive e lavora a Roma.

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