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Pilar Valiente

Fino a qualche tempo fa, nessuno più di Doña Pilar sembrava degno di portare l’impegnativo cognome di Valiente, che in castigliano sta per coraggioso ma per i fieri spagnoli è molto più di un aggettivo qualsiasi, lo usano con il contagocce solo per i veri indomiti, per i grandi toreri.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 18 novembre 2001

Fino a qualche tempo fa, nessuno più di Doña Pilar sembrava degno di portare l’impegnativo cognome di Valiente, che in castigliano sta per coraggioso ma per i fieri spagnoli è molto più di un aggettivo qualsiasi, lo usano con il contagocce solo per i veri indomiti, per i grandi toreri. Lei, Pilar Valiente, Pilita per i pochi amici, di professione ispettore fiscale del ministero delle Finanze, si era guadagnata sul campo galloni, stima e prestigio come una funzionaria integerrima. Tanto che nell’ottobre del 2000, quando il suo amico premier José María Aznar la nominò presidente della Comisión Nacional del Mercado de Valores (Cnmv, l’equivalente della nostra Consob), i giornali ebbero gioco facile a soprannominarla “la Giovanna d’Arco dell’insider trading”.

Tutto è precipitato in soli undici mesi. Pilita è passata dagli altari alla polvere e si è dovuta dimettere dall’incarico. Travolta dallo scandalo Gescartera, una società di Borsa che ha fatto sparire 200 miliardi di lire grazie alle connivenze e ai mancati controlli proprio della Cnmv dell’integerrima Pilita. Tutta la Spagna c’è rimasta di stucco. Era stata proprio Pilar a commissariare Gescartera nel luglio scorso. Allora tutti i giornali l’avevano applaudita. “Un cognome che lascia il segno”, titolò La Vanguardia di Barcellona: “Pilar Valiente non ha deluso le aspettative. Aveva promesso che tutti sarebbero stati giudicati nello stesso modo e ha mantenuto la parola”. Persino i suoi nemici le riconoscono rapidità e diligenza nel caso Gescartera, il maggior buco finanziario della storia del mercato madrileno. Poi si scopre che la Valiente è una specie di dottoressa Jeckyl e signora Hyde della finanza, o che semplicemente bluffava. Doña Pilar è una bella signora bionda, sui quarantacinque, di quelle che non passerebbero inosservate nemmeno se esibissero un look più dimesso. Invece Pilita è sempre elegantissima, anche se forse un po’ prevedibile, con i suoi vestiti di Armani, i foulard di Hermès, l’interminabile collezione di borse Vuitton, le pellicce. E non ha mai un capello fuori posto, tanto che a qualche malalingua ricorda le attrici delle telenovela. I suoi compagni della facoltà di Legge a Madrid la ricordano come una studentessa modello, non si è occupata mai di politica, neppure nel ruggente periodo della transizione dal franchismo alla democrazia. Figlia della media borghesia, è una che pensa a studiare. Ma Pilita è rimasta ugualmente nella memoria dei suoi colleghi dell’università Complutense: le piaceva far colpo e ci riusciva praticamente sempre, perché se c’è una dote che la signora possiede, oggi come allora, è la capacità di ammaliare. E Doña Pilar, cattolica di maniera e abbastanza tiepida, già in quegli anni sapeva usare le sue doti. Poi però ha sempre fatto le scelte giuste, solide e borghesi.

Dopo l’università si sposa con Fernando Marín, austero giurista della Marina, e dodici anni fa hanno avuto anche una figlia. L’incontro importante della sua vita avviene nel 1982. Pilar partecipa al concorso per ispettori del ministero delle Finanze. Conosce un quasi coetaneo, laureato in Legge, allora sconosciuto di belle speranze. Si chiama José María Aznar. Diventano amici, e l’amicizia sarà così solida che dal 1996, anno della vittoria del Partito popolare, la bionda Pilar inizia a scalare i vertici del Fisco. Già negli anni 80 Doña Pilar si era messa in luce come presidente della Apife, il battagliero sindacato conservatore degli ispettori delle Finanze. Governano i socialisti, e Pilita si scontra duramente con tutti i ministri di Felipe Gonzáles. Alle manifestazioni ci va in pelliccia di visone e il look non passa inosservato, anzi si merita qualche ironia pesante. Sul lavoro, invece, si merita la stima di tutti. Il suo primo rendez-vous con la celebrità porta la data del 1991. È allora che Pilar si guadagna la sua prima foto (sempre in pelliccia, come una divisa ufficiale). In pratica, è lei che incastra l’allora sottosegretario alle Finanze socialista, Josep Borrell. La magistratura sta indagando su quello che passerà alla storia di Spagna come l’affaire Filesa, una delle peggiori grane giudiziarie dei socialisti. Uno dei tre periti fiscali che aiutano il magistrato a dipanare la complicata matassa finanziaria, la punta di diamante delle indagini che porteranno in carcere sei dirigenti del partito è proprio lei.

Intanto la signora Valiente, nella sua villetta di Majadahonda, quartiere dell’alta borghesia a nord della capitale, frequenta soprattutto colleghi. Tutti ispettori del fisco che faranno pure loro grande carriera con i popolari: Fernando López Amor, futuro direttore generale della tv di Stato, Miguel Blesa, uno dei più fraterni amici di Aznar, attuale presidente della cassa di risparmio CajaMadrid. Arrivano le elezioni del ’96, e Pilita viene promossa a direttrice generale della Aeat, l’ente che riscuote le imposte. Mano di ferro, decisionista, donna che suscita ammirazione o odio a prima vista, sempre circondata di fiori con cui inonda ogni ufficio dove si istalla, Valiente cerca però di strafare e denuncia subito un’illegale amnistia fiscale fatta all’epoca del solito Borrell che avrebbe fatto perdere al Fisco un bel gruzzolo di 2.400 miliardi di lire. I socialisti insorgono, il gip Baltasar Garzón, già deputato socialista, indaga e archivia. Lei ci fa una mezza brutta figura. Ma non è tipo da arrendersi. Un giudice di punta del Tribunale nazionale, Javier Gómez de Llaño, sta indagando su Sogecable, l’azienda che controlla la pay-tv Canal Plus, in cui ha le mani anche il padrone del País, l’onnipotente Jesús Polanco. Doña Pilar chiede al tribunale di costituirsi come parte civile. Se era già nella lista nera dei socialisti, eccola adesso anche su quella del vendicativo quotidiano madrileno. Cosa che non le impedisce di diventare capo dell’Unità centrale di coordinamento in materia dei reati fiscali. E poi consigliere della Consob spagnola. I socialisti e il País hanno un bell’accusarla di essere un “commissario politico” del governo.

Lei tira dritto e continua a guadagnarsi la stima dell’esecutivo. È infatti sempre lei a fornire al governo le armi per far fuori Juan Villalonga, presidente di Telefónica, quando quest’ultimo entra in rotta di collisione col vecchio amico Aznar. C’è chi giura che sia stata Pilita a servire su un vassoio d’argento al quotidiano El Mundo una vecchia storia di insider trading che costringe Villalonga a dimettersi. È con quest’ultima medagliache Pilar Valiente diventa nel 2000 presidentessa della Cnmv. Pilita dà prova subito del suo stile. Comincia a inviare circolari per combattere l’insider trading e le frodi nel brokerage online, promette di non guardare in faccia a nessuno. Cominciano le sfilate di moda nel palazzetto di quattro piani al numero 19 del Paseo della Castellana, la sede della Cnmv. Doña Pilar sfoggia un guardaroba sterminato e che lascia a bocca aperta. Ordini perentori all’ufficio stampa: profilo basso e sobrietà. Infatti, sulla pettegola stampa rosa madrilena, mai una sua foto in un ristorante o a una festa. Quando non lavora le canoniche 14 ore, fa vita di famiglia. Ha solo un vizio: la moda. La si vede spesso in calle Serrano, strada dell’haute couture madrilena. Adora soprattutto la gioielleria Suárez, l’atelier Loewe e la boutique di Hermès. Ma quando scoppia lo scandalo Gescartera, si scopre che Doña Pilar aveva i dati per commissariare la società fin dal ’99, ma che accettava regali dal suo maggior azionista, Antonio Camacho, attualmente dietro le sbarre. E che Camacho ha speso nei tre negozi prediletti da Doña Pilar la bellezza di due miliardi di lire. Sempre regali importanti, orologi da 60 milioni, borsette da sei zeri. Pilita nega tutto. Ma la sensazione è che il suo amico Aznar, abbia già emesso la sentenza e le dimissioni sono obbligate. Me ne vado con la fronte alta, dice la Valiente, ma ormai è l’ombra di se stessa. L’indagata più elegante di S pagna ora tace.

di Gian Antonio Orighi

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