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Peggy Mosley

C’era allora in Albania una signorina inglese di notevole personalità, che si chiamava Peggy Mosley Williams. Attualmente è una distinta signora della società londinese, moglie del ministro finlandese alla corte del Re Giorgio. Era una ragazza di gran valore. Allo scoppio della Grande Guerra, appena diciassettenne, si era recata in Svizzera per unirsi alla Croce Rossa francese.

di James Strachey Barnes

30 Novembre 1999 alle 00:00

C’era allora in Albania una signorina inglese di notevole personalità, che si chiamava Peggy Mosley Williams. Attualmente è una distinta signora della società londinese, moglie del ministro finlandese alla corte del Re Giorgio. Era una ragazza di gran valore. Allo scoppio della Grande Guerra, appena diciassettenne, si era recata in Svizzera per unirsi alla Croce Rossa francese. Servì al fronte, vicinissimo alla prima linea, provò l’emozione di essere sotto il fuoco e di sentire il gemito delle pallottole, lo scoppio delle granate, il rombo micidiale dell’alto esplosivo. Come alla maggior parte della gente sana, questa musica non le tornò totalmente sgradita, e quando la guerra finì la prospettiva di ritirarsi alla vita monotona di una quieta casa di Londra, in un ambiente alquanto ristretto, colpì di sgomento il suo animo avventuroso. Si era guadagnata gli onori del campo e ne faceva testimonio una fila di medaglie, ma non voleva assolutamente riposare sugli allori e agognava ancora l’azione. Così si iscrisse alla Croce Rossa americana, e venne per caso in Albania. Non si potè confinarla ai brefotrofi e alla cura delle partorienti.

Diversamente dalle sue compagne, fu presto padrona dell’albanese e coltivò l’amicizia di tutti gli albanesi notevoli. Fondò una scuola a Tirana; poi diede vita al movimento dei giovani esploratori, che si diffuse come un incendio. I ragazzi e le fanciulle albanesi erano avidi dei vantaggi dell’educazione e delle possibilità che offre la vita moderna. Si toglieva improvvisamente il velo a una nazione occidentale, tenuta per secoli nell’oscurità dai turchi. I bambini e le ragazze adoravano addirittura Peggy, che divenne la loro fata benefica. A nove chilometri da Tirana, in posizione dominante rispetto alla bella valle posta ai piedi del passo di Kraba, c’era una vecchia fortezza veneziana chiamata Petrella, edificata sulle rovine di una costruzione romana. Essa divenne il centro prediletto dei suoi doveri. Molte volte alla settimana la si poteva vedere a cavallo, mentre galoppava furiosamente nella direzione del vecchio e imponente fabbricato. Ai piedi di questo c’era un paesino e non trascorse molto tempo prima che ella vi costituisse una regolare guardia del corpo di piccoli esploratori, che divennero i suoi bimbi preferiti e dei quali ella diventò una specie di capo feudale. Peggy organizzava gite al suo castello, e si cominciò a chiamarla la “duchessa di Petrella”.

Ma c’era di più. Peggy divenne subito un’eroina nazionale.
Quando gli albanesi assalirono la guarnigione italiana di Valona, essa organizzò un’ambulanza. Ella stessa guidava i portatori di barelle nella zona di combattimento, galoppando da posto a posto sul suo cavallo, le cui bisacce erano sempre provviste delle medicazioni di prima necessità. Più tardi, quando i serbi invasero l’Albania e giunsero a pochi giorni di marcia dalla capitale, essa rifiutò di abbandonarla con le altre dame della Croce Rossa che avevano avuto l’ordine dal governo di ritirarsi a Durazzo. Ella voleva andare al fronte, dove si organizzava l’ultima difesa; e fu solo l’intervento della Lega delle Nazioni, sostenuta con molta insistenza e al momento giusto da Mussolini, che le impedì di partecipare a un’altra campagna di guerra. In tali circostanze non c’è da meravigliarsi che il suo nome fosse proposto come quello di una possibile regina. Io e lei eravamo spessissimo insieme. Il numero degli inglesi a Tirana si poteva quasi contare sulle dita di una mano. Ci si poteva vedere sempre insieme a cavalcare a Petrella o in qualche altra bellissima località.

Qualche volta organizzavamo gite notturne e spuntini alla luce di un gran falò con musicanti zingari ingaggiati per suonare durante il pasto. Perciò si diffuse la voce che la nostra era qualche cosa di più di una semplice amicizia, e che ci fossimo addirittura fidanzati. Questa voce mise in attività coloro che dovevano cercare un re, i quali avrebbero potuto raggiungere così due scopi. Un giorno il vecchio dottor Turtulis, il reggente ortodosso, mi fece chiamare. Aveva da farmi una proposta di grande importanza. Se era fortunatamente vero che Miss Williams e io dovessimo diventare moglie e marito, questo avrebbe potuto essere un avvenimento propizio per l’Albania. L’unione di due inglesi tanto popolari avrebbe potuto risolvere il problema costituzionale. Si poteva contare su di un suo voto favorevole. Quale cattolico io potevo pure contare sull’appoggio del vescovo Bumci. E Akid Pascià Elbasani, presidente del Consiglio di reggenza (il Bektashi maomettano) era un amico e grande ammiratore di Peggy. Potevamo avere tre voti su quattro. Era una proposta seria. Avrei gradito accoglierla seriamente? Invano protestai che non eravamo fidanzati. Nulla sembrava estinguere l’ardore con cui insistette. Due giorni più tardi il vescovo Bumci venne a prendere il tè con noi, sprofondandosi in complimenti. Uomo di spirito e di immaginazione, la sua fantasia si abbandonava in questa occasione ai più grandi voli. Ci avrebbe sposati nella cattedrale di Scutari.

Peggy, un po’ sul serio, un po’ per scherzo – per tentarlo –
suggerì che come testimonio si sarebbe potuto prendere Bairam Tsuri, il terribile condottiero maomettano. Il vescovo, per nulla scosso dalla proposta, si dimostrò all’altezza della situazione. “Nessuna difficoltà”, disse. “Darò una dispensa. Meglio ancora: avrete una guardia personale di uomini suoi che farà ala alla chiesa, anche se sono infedeli”. L’intervento successivo sull’argomento fu quello di Bairam Tsuri in persona. Lo si era informato di tutto; sarebbe venuto con un centinaio di suoi bravi alla cerimonia. Confesso che il carattere un poco strano e romantico della situazione mi attraeva assai. Ci saremmo sposati per ragioni di Stato? E l’avremmo poi spuntata? E ne sarebbe valsa la pena? Questi problemi ebbero il potere di emozionarci per qualche tempo. Prendemmo in seria considerazione la possibilità di sposarci. Lasciammo addirittura credere che ci eravamo definitivamente fidanzati. Alcune notabilità mi designarono già scherzosamente “duca di Petrella”. Dovevano però prevalere, alla lunga, dei più savi consigli. A dire la verità, non vi era la più piccola probabilità di successo. Se uno di noi due fosse stato ricco sul serio, allora forse... Ma eravamo entrambi più che spiantati. Sebbene Peggy avesse la possibilità di rimanere in Albania, io vi sarei potuto venire solo a intervalli. Non potevo disporre di me stesso; non avrei potuto vivere qui un solo mese senza il mio stipendio. Il successo dipendeva dal poter condurre il gioco per lungo tempo, superando ogni ostacolo e dipendeva, ahimè, dalla possibilità di fare facili promesse e dal possesso di considerevoli disponibilità, oltre alla necessità di una vita agiata. Mi decisi perciò per un’altra soluzione: provocai un consiglio di guerra. Una dozzina press’a poco di capi monarchici e io, ci incontrammo attorno a un tavolo. Tra gli altri c’era Zog.

James S. Barnes, “Io amo l’Italia. Memorie di un giornalista inglese”, Garzanti

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