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Paolo Poli

“Cera una volta… - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”. Nel camerino del teatro Eliseo, Paolo Poli recita l’incipit di Pinocchio, spingendosi in risvolti macabri: “Andare a pinocchio per noi toscani voleva dire ‘andare in malora’, ‘morire’, perché il legno di pino era legno da poco, da bare per poveri”. Il camerino è sorprendentemente vuoto.

di Antonio Armano

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Cera una volta… - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”. Nel camerino del teatro Eliseo, Paolo Poli recita l’incipit di Pinocchio, spingendosi in risvolti macabri: “Andare a pinocchio per noi toscani voleva dire ‘andare in malora’, ‘morire’, perché il legno di pino era legno da poco, da bare per poveri”. Il camerino è sorprendentemente vuoto. “Se lo aspettava fitto di lustrini? Cappelli? Boa di struzzo? Paillette? Peluche?”. Invece, appesa alla parete, una sobria vestaglia da camera, bordeaux, gessata, fa compagnia a un giubbotto corto, in pelle, marrone, da aviatore, col collo di pelliccia. “Ma che ha da guardarsi tanto intorno? Che si aspettava di trovare?” chiede, seduto davanti allo specchio, le gambe magre accavallate, i piedi lunghissimi in scarpe basse inglesi: l’eleganza composta di una figurina di Novello: e alza un telo bianco scoprendo un centinaio di boccette del trucco, basse e pulite e ordinatissime. Subito le ricopre, come farebbe un medico con gli attrezzi sterili del suo ambulatorio. È il Poli privato, sobrio nel vestire, che ha sfogato sul palcoscenico l’impulso di stupire.

Dell’artista eccentrico resta solo la conversazione.
Dice: “Quand’ero ragazzino una volta confessai al prete che ero stato con una mucca, ma allora non erano ancora pazze. E poi volevo essere rapito dagli zingari…”. Contrastano col genio provocatorio, anche il viso angelico e l’aspetto efebico, nonostante i settanta anni passati. “Sono nato il ventitré maggio millenovecentoventinove, terzogenito, costellazione dei gemelli, a Firenze, in una casa davanti alla stazione Rifredi. Famiglia modesta, ma gaia e operosa”. Discretamente chiediamo: “È sposato?”. “Due volte fui sul punto di farlo, ma poi sono rimasto solo, single, come si dice, ho avuto molte fidanzate... e soprattutto fidanzati”. Nel ’48 s’iscrive a Lettere e passa i pomeriggi all’hotel Astoria inscenando teatrini da tea time. La marchesa Flavia Farina Cini è la mecenate. Aldo Palazzeschi assiste a una rappresentazione tratta da “Stampe dell’800”. Bozzetti di costume, tra cipria e vetriolo. Uno inizia: “Aldino, mi cali un filino?”. È la storia della passione dello scrittore da piccolo per una grassissima vicina che si fa calare un cesto dove mette i regali e ha la casa piena d’animali. Pappagalli scurrili. Cagne checche che ridono. Topolini candidi. Zeffirelli lo fotografa. Lo vorrà come costumista nel suo film d’esordio, “Camping”, con Marisa Allasio, 1956.

Ma:“Si ammala Mario Girotti, noto ai più come Terence Hill,
e lo sostituisco io”. Poli veste poi i panni dell’arrotino zoppo in“Le due orfanelle” e quelli dell’abate confidente in “Gli amori di Manon Lescaut”. Non ama il cinema. “Perché riescono a far sembrare bravi anche i cani, vedi Lessie, Rintintin. Bravi, bravissimi, anzi: i migliori”. Intanto il teatro. Spia De Filippo, Petrolini, Wanda Osiris. Ascolta una lezione di Sergio Tofano che ammonisce: “non entrate in scena come niente fosse, come si esce dal cesso”. Ammira Paola Borboni per le trovate con cui fa parlare di sé. Per il seno messo a nudo fuori copione e il pesce rosso ingoiato mentre le amiche mangiano tartine. Si concede, inoltre, al fotoromanzo. Gli abiti per fare il seduttore in un’improbabile versione etero li prende da Zeffirelli, che quando è fuori gli lascia le chiavi di casa. A Genova entra nella compagnia di Aldo Trionfo. Recita Beckett, negli intermezzi si esibisce in vecchie canzoni pitigrilliane: “Cocottina”, “Cocaina”. Al Gerolamo di Milano, con “Il novellino” da lui ideato, diventa, capocomico. Regista. Primo attore. Autore. E rigattiere di testi scovati sulle bancarelle e adattati. La Cederna gli dedica due pagine d’entusiasmo, con richiamo in prima, sull’Espresso. Resta colpita dal pastiche. Un alternarsi disinvolto di canti provenzali e filastrocche per bambini.

Laudi duecentesche e strambotti settecenteschi. Foxtrot e arie da camera di Bellini.
Resta colpita dalle concessioni kitsch al D’Annunzio di “Sogno d’un tramonto d’autunno” e da quelle non meno kitsch al Kiribi di “Un monocolo a due giarrettiere”. Lo chiama “il professorino”. Perché Poli ha trovato anche il tempo d’insegnare e perché recita “come una di quelle signore toscane cui venivano affidati i bambini per conversare e correggere difetti di dizione”. Professorino è rimasto. Se gli chiediamo: “Le piaceva Milano, come città?”, lui risponde puntuto: “Sarebbe a dire? E cos’è Milano se non una città? Come se le chiedessi”, continua indicando una ragazza, “le piace come ragazza?”. A Canzonissima nel 1962, inaugura il filone dei bambini con il buono e sfortunato Filiberto, vittima della dispettosa Arabella- Sandra Mondaini. Fregolismi che si adattano a pennello all’efebo adulto. Un anno dopo, biondo (e un po’ ossigenato?) com’era, si tinge di bianco per essere più somigliante al protagonista della pièce “Paolo Paoli”. E Parigi dall’autore della commedia, Arthur Adamov, si annuncia così: “Je suis Paolo Poli”.

Ottiene l’approvazione per una versione italiana.
Con le immancabili canzonette a inframmezzare il testo belle époque. Arbasino s’arrapa. Spettatrice assidua anche la Magnani. Con lei ha inizio un’amicizia troncata solo dalla morte. La definisce “una ciuffona”. Polismo che sta a significare “donna scapigliata e sapida”. “Se sul set doveva piangere diceva: portatemi le lacrime, mica ci metto le mie!”. Suona il telefono. È un giornalista Rai. Vuole un aneddoto. Poli gli racconta di quando scritturò una ballerina. E per renderla indistinguibile dai compagni di fila (tutti maschi travestiti da donna) le fece mettere “un cazzo finto sotto la calzamaglia”. Se ora s’è fatto un parterre d’assidui, in passato il pubblico non sempre lo apprezzava. E alla fine degli anni Sessanta i debiti si accumulano. Per saldare accetta di tutto. Sketch alle fiere del vino. Una partecipazione all’Estate Varesotta. Siparietti in cose altrui. Poi viene sedotto da un’idea. Imbastire una recita, come si usava una volta, tra frati, dove gli attori erano tutti uomini, anche per i ruoli femminili. Una recita oratoriale. Gli occhi cadono su un libretto, “Santa Rita da Cascia”. Non ci sono soldi, ma la compagnia si può mettere su impiegando amici. Per i costumi... “Una suora? Basta una tovaglia e una pazienza nera”. Le parrucche? Naturale, le ha già. Vanno a vederlo Strehler e la Cortese.

Dopo l’esordio in sordina, lo spettacolo va al Delle Muse di Roma.
Grande successo e grande scalpore. Quarantacinque deputati democristiani presentano un’interrogazione parlamentare. Rita da Cascia, secondo loro, ne esce “come un’arrampicatrice sociale”. L’agiografia blasfema viene interrotta. Chi fu a mettere un bavaglio? “A che serve ricordarlo? Meglio non dirlo”, minimizza. Ma poi parla: “Oscar Luigi Scalfaro”. Non si fa però irretire in outing politici. A una giornalista della Repubblica disse: “Adoro Bertinotti, ha due occhi... come due anemoni”, ma quando lei gli chiese se votasse per Rifondazione, rispose: “Noi ragazze non capiamo niente di politica”. Ancora a teatro sarà Carolina Invernizio, romanziera rosa di Voghera. Sarà la Vispa Teresa. Sarà Tazio nella Morte a Venezia. Sarà la misteriosa straniera, la giovinetta intellettuale, il Pastore ed eccetera eccetera in “Giallo!!!”, tributo irriverente all’Inghilterra vittoriana della Christie. Comparirà nudo, abbracciato alla bellissima sorella Lucia, sulle locandine dell’Apocalisse. Ma se gli chiedi: “Qualcun altro della sua famiglia ha fatto teatro?”, da prima donna qual è minimizza: “Mah… mia sorella... qualcosa”.

Nell’82, i giornali si stupiscono già per come invecchia bene.
Lo trovano sempre deliziosamente fuori dal tempo. Lo definiscono il Dorian Gray del palcoscenico. Non possono prevedere che nel 2001 sarebbe stato ancora in giro per l’Italia ancora con un florilegio palazzeschiano, ancora con “Aldino, mi cali un filino?”. Alto. Bianco. Accompagnato da un coro di ragazzi che si somigliano tutti, mori, un po’ bassi, e sempre vestiti da donna, ora è un’aquila argentata che insulta con un gestaccio scurrile l’Inghilterra per le inique sanzioni (“Sanzionami questo/ Britannia rapace/ lo so che ti piace/ ma non te lo do”). Ora, avvolto dal tricolore, è la patria che sinistramente chiede alle madri il sangue dei figli. Il bric-à-brac si avvia al finale venandosi di (autobiografica?) malinconia. Applausi, un breve bis. Quindi, tra la folla che si accalca all’uscita, con passo ancora sorprendentemente svelto dopo due ore di spettacolo, se ne va anche lui, verso casa, verso via del Governo vecchio. Il giubbotto di pelle marrone da ragazzo a proteggerlo dal vento freddo. Nei panni di tutti i giorni, nessuno lo riconosce.  

di Antonio Armano


Paolo Poli • Nasce a Firenze nel 1929, terzo dei sei figli, di un carabiniere e di una maestra. Si iscrive a Lettere ma si dedica presto alla sua passione che è il teatro. Dopo un esordio sul palcoscenico a Firenze, scoperto da Franco Zeffirelli, si trasferisce a Roma, dove interpreta alcune particine in film e fa il seduttore nei fotoromanzi. Torna al teatro. Viene notato a Genova nella compagnia di Aldo Trionfo, e gli viene data la possibilità di mettere in scena a Milano uno spettacolo proprio, “Il novellino”. È il primo d’una lunga serie. Antonio Armano è nato a Voghera. Si è occupato di esteri, scrive di politica e costume per varie testate.

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