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Paolina Bonaparte

Nel 1810, era ritornata da Aquisgrana un po’ rimessa, con forze sufficienti per continuare ancora qualche tempo quella vita febbrile che la spossava. Balli magnifici, in cui le donne sfoggiavano con orgoglio i loro gioielli e gli uomini le loro sfavillanti uniformi, riempivano sale immense di case d’ogni colore, dello scintillio dei diamanti sulle spalle nude, della magnificenza di ornamenti d’argento e d’oro.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Nel 1810, era ritornata da Aquisgrana un po’ rimessa, con forze sufficienti per continuare ancora qualche tempo quella vita febbrile che la spossava. Balli magnifici, in cui le donne sfoggiavano con orgoglio i loro gioielli e gli uomini le loro sfavillanti uniformi, riempivano sale immense di case d’ogni colore, dello scintillio dei diamanti sulle spalle nude, della magnificenza di ornamenti d’argento e d’oro. Il ballo forse i più bello che abbia dato l’Impero fu quello del 6 febbraio 1812, per festeggiare la nascita del re di Roma. Ebbe luogo alle Tuileries, nella sala del teatro, espressamente addobbata per la circostanza. Da un lato, su un palco, erano state poste sedie per l’imperatore, l’imperatrice e i membri della famiglia Bonaparte. Dall’altro stava l’orchestra. Per evitare la ressa che si era prodotta nei balli precedenti, vi erano due specie di invitati: coloro che potevano ballare e coloro che erano semplicemente ammessi a vedere danzare gli altri. Il primo gruppo contava milleduecento o millecinquecento persone, alti dignitari, gran dame, notabilità del commercio o dell’industria, funzionari importantissimi, giovani ufficiali dal garretto infaticabile. La nota era sottoposta all’imperatore e attentamente esaminata da lui. Gli altri invitati, in numero di otto o novecento e che appartenevano alla borghesia, in questa festa figuravano soltanto come spettatori. Introdotti per una entrata speciale, il vestibolo del Consiglio di Stato, furono rinchiusi nella prima, seconda e terza galleria con proibizione di uscire, di recarsi al buffet, di penetrare nella sala da ballo. La maggior parte di quelle persone, avvertite prima della posizione umiliante in cui dovevano essere collocate, avevano solle citato avidamente i biglietti e si felicitavano di averli ottenuti. Alle dieci e mezza, timida e impacciata secondo il suo solito, Maria Luisa vestita da puerpera fece la sua entrata. Napoleone portava un semplice domino di colore che non lo mascherava affatto.

L’orchestra, che aspettava soltanto l’arrivo dell’imperatrice, prese a suonare una marcia trionfale e da una porta che si apriva nel ridotto, la quadriglia delle principesse Carolina e Paolina entrò nella sala da ballo. In testa, vestiti di costumi pseudomitologici, come se ne vedevano nel XVII secolo nelle opere di Lulli, si avanzavano dodici dei minori che rappresentavano le Stelle e le Costellazioni. Eseguirono senza esporsi troppo al ridicolo un breve ballo, quando comparve Iris. Iris era una giovane donna di diciassette anni, che s’era sposata nel 1811 al generale Legrand, una bellezza non ancora fiorita della Corte. A sua volta danzò, con moltissima grazia, un passo e subito dopo, uscite dalle loro umide grotte, apparvero le Ninfe, che erano state scelte fra le donne più giovani e graziose della Corte. Parevano in preda a un vivo terrore, e lanciavano dietro di sé sguardi smarriti. Erano perseguitate da Zefiro che, d’altronde, non aveva nulla di terribile e dal quale più di una donna quella sera sognò di essere perseguitata e raggiunta. Questo inseguimento terminò nel modo migliore. Zefiro allacciando le Ninfe “nei loro stessi festoni”, formava intorno alle loro braccia “una amorosa catena” e danzava con loro il passo della seduzione. In quel momento, un fremito di ammirazione percorse tutta la sala. Roma, cioè Paolina, compariva.

“Ella rappresentava l’Italia, e, sotto quel costume puramente fantastico e creato col miglior buon gusto, era affascinante. Portava sul capo un leggero casco d’oro brunito sul quale stavano alcune piume di struzzo, leggere, di un bianco abbagliante: aveva il petto coperto da una piccola egida a squame d’oro, dalla quale scendeva una tunica di mussolina dell’India fregiata di lamine doro; ma quanto era in lei di più meraviglioso erano le sue braccia e le sue gambe!… Le braccia erano circondate da larghi braccialetti d’oro, tempestati dai più bei cammei di casa Borghese, la più ricca in quel genere di gioielli… I suoi piccoli piedi erano calzati da stivaletti a strisce di porpora ricamate d’oro, delle quali ogni incrocio sulla gamba era fermato da un cammeo. La placca che riuniva l’egida e la fissava sul petto era costituita da un magnifico cammeo rappresentante Medusa morente. Indubbiamente questo gioiello è uno dei più bizzarri della bellissima collezione di casa Borghese. Il costume della principessa Paolina era completato da una mezza lancia d’oro che teneva in mano. È impossibile descrivere l’effetto ch’ella produsse al suo ingresso nella sala, dove svolse una brevissima pantomima con la sorella che rappresentava la Francia. La principessa Paolina pareva una di quelle apparizioni fantastiche, evocate come un’intelligenza celeste… Era un angelo scendente dal cielo su un raggio luminoso.

Questa creatura ideale, tutta soavità, con quel casco, quella lancia e quella leggera nuvolaglia bianca, ondeggiante sulla superficie scintillante del casco d’oro, e quei movimenti dolci e molli, perché quel corpo affaticato e soprattutto pigro non aveva la volontà di muoversi, tutto, insomma, in lei, perfino quella svogliatezza, era adorabile. Ah, se sua sorella non fu mai gelosa della sua graziosa bellezza, quella sera non poté reprimere la propria invidia… Io non so se la regina di Napoli sia stata assai male consigliata per adottare un costume così ridicolo come quello che portava quella sera, soprattutto con la sua corporatura che, in, quell’epoca, era già corta e tozza… Ella indossava un abito assai lungo, con un mantello di porpora ricamato in oro col quale figurava, la Francia; sul capo aveva un casco con un pennacchio; tutto ciò era pesante e senza grazia; se da quel cumulo di dorame, di perle, di gioielli, e di cattivo gusto non fosse uscita una magnifica testa, freschissima e assai graziosa e carina, avrebbe fatto un contrasto troppo stridente con quell’apparizione luminosamente bella in cui sua sorella faceva un meraviglioso effetto… Entrambe danzarono una manière di passo che Despreaux compose per loro e nel quale la principessa Paolina ebbe ancora tutto il vantaggio del suo costume e la grazia che esso permetteva alle sue attitudini”. Egeria – la contessa di Noailles – si era staccata dalla brigata delle Ninfe e aveva presentato a Roma, che veniva a “consultare gli oracoli” sui suoi destini futuri, uno specchio magico nel quale appariva un radioso avvenire. L’orchestra ne approfittava per suonare una marcia guerriera, che faceva sorgere immediatamente quattro Genii: la Vittoria, il Commercio, l’Agricoltura, le Arti. Questi Genii precedevano la Francia (Carolina) che, per provare a Roma il suo attaccamento, si era affrettata a danzare con lei un passo di ballo accuratamente regolato. La quadriglia doveva terminare con l’entrata di Apollo, del Sole che conduceva le Ore. Rappresentava il Sole un aiutante di campo del generale Berthier, il signor de Lagrange. Era bellissimo: aveva una bella statura, un bell’aspetto, per quanto gli occhi “non andassero sempre d’accordo fra loro”. Indossava una maglia color carne, era coronato d’alloro e portava la lira. Ventiquattro donne, quasi tutte giovani e graziose (vi erano eccezioni) rappresentavano le dodici Ore dei giorno e le dodici Ore della notte.

di Henri d’Alméras, “Vita amorosa di Paolina Bonaparte”, Universale De Luigi

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