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Padre Miguel Arranz

È un vecchio passatempo di monsignori sfaccendati e giornalisti anglosassoni spettegolare della vita nelle segrete stanze vaticane come di una trama infinita di complotti e misteri. Ma quel 5 settembre del 1978, quando Nikodim, arcivescovo ortodosso di Leningrado, si accasciò morente ai piedi di papa Giovanni Paolo I durante un’udienza nella biblioteca pontificia, il cuore protetto della cittadella vaticana, le voci più bizzarre ci misero un minuto a scatenarsi.

di Gianni Valente

30 Novembre 1999 alle 00:00

È un vecchio passatempo di monsignori sfaccendati e giornalisti anglosassoni spettegolare della vita nelle segrete stanze vaticane come di una trama infinita di complotti e misteri. Ma quel 5 settembre del 1978, quando Nikodim, arcivescovo ortodosso di Leningrado, si accasciò morente ai piedi di papa Giovanni Paolo I durante un’udienza nella biblioteca pontificia, il cuore protetto della cittadella vaticana, le voci più bizzarre ci misero un minuto a scatenarsi. Alcuni russi dissero che Nikodim non era morto, ma aveva “scelto di sparire” in Vaticano per celare al mondo la sua conversione al credo cattolico. Il complottologo trash David Yallop, nelle sue sgangherate ricostruzioni sul presunto omicidio di Albino Luciani a opera di massoni e cardinali corrotti, ipotizzò che Nikodim si fosse bevuto per sbaglio un caffè al cianuro destinato al Papa del sorriso. Qualche prelato di Curia superò tutti in fantasia, mettendo in giro la voce che da villa Abamelek, la residenza dell’ambasciata russa sul Gianicolo da cui si vedono (tengono d’occhio?) le finestre dell’appartamento pontificio, gli agenti del Kgb avevano “liberato”, con un raggio laser a distanza, un potente veleno nascosto in precedenza in una falsa otturazione dentaria dello sventurato e poco allineato gerarca ortodosso.

Ma padre Miguel Arranz, gesuita spagnolo malato di cuore
e di Russia, quando parla di quella storia stronca le fantasie fantapolitiche con tutto il sarcasmo corrosivo di cui è capace il suo carattere ruvido: “Ma quale complotto. Nikodim aveva avuto sei infarti e soffriva di diabete. Quel giorno il suo cuore affaticato era in affanno. Pioveva e c’era lo scirocco. Era tutta la mattina che per tirarsi su prendeva nitroglicerina”. Lui, padre Miguel, fu il primo a soccorrerlo: “Suggerii al Papa di dare l’assoluzione al vescovo ortodosso prima che i suoi occhi si chiudessero per sempre”. A fare per più di vent’anni l’interprete dei Papi nelle udienze coi loro ospiti russi – proprio nel lungo inverno della stagnazione, quando per il Vaticano tutto il blocco orientale era ancora terra di martirio e di silenzio – possono capitare anche imprevisti di questo genere. Ma tutta l’avventura umana e cristiana di Miguel Arranz, classe 1930, ha giocato di sponda con complotti veri o presunti e con le tragiche convulsioni della storia lungo il secolo breve. In principio ci fu la Guerra civile spagnola.

Manuel Azaña aveva promesso che la Spagna non sarebbe più stata cattolica; nella scuola di Madrid dove Miguel cresceva da bravo bambino ateo e comunista, il crocifisso tolto dal muro aveva lasciato l’impronta. “Se chiedevo ai maestri che cosa fosse quella strana macchia sulla parete, mi facevano capire subito che era meglio lasciar stare”. Suo padre, socialista, faceva l’agente postale. Ma dopo l’Alzamiento delle truppe di Francisco Franco, anche lui era diventato volontario della Repubblica. “Era un anticlericale. Faceva scenate a mia madre quando lei mi portava in chiesa. Ma poi ricordo che di notte, insieme ad alcuni amici, coi timbri della posta preparava documenti falsi a preti e suore, per farli scappare”. Alla fine i franchisti sfondarono e dovette scappare anche Miguel, con i genitori e la sorellina. Sfollati a Guadalajara, la città da dove venivano. Finita la guerra, padre Miguel ha ancora il ricordo nitido delle lunghe file di fedeli davanti ai confessionali. La cronica penuria di sacerdoti era diventata desertificazione, dopo le purghe anarcocomuniste che avevano decimato preti e frati, ammazzandone settemila, compresi tredici vescovi.

Così, quando il suo maestro gli propose di entrare in seminario,
accettò. “Anche se il parroco non voleva saperne, ‘non sapete da che famiglia viene?’, e se mio padre ripeteva sconsolato ‘anche questo devo sopportare’”. Nel seminario di Toledo circolano bollettini missionari che raccontano a tinte forti il calvario dei cristiani in Russia. Storie che per il ragazzo Miguel hanno qualcosa di familiare. Pizzicano corde inconsce, accendono passioni e impeti, di quelli che, alla sua età, fanno guardare la vita come a un’avventura. “Avevano provato a cancellare la religione dalla Spagna, io decisi che avrei speso la mia esistenza per aiutare il cristianesimo a non sparire dalla Russia”. Andando dietro a questa folgorazione esotica, finito il seminario, nel 1949 il prete novello Miguel Arranz sbarca a Roma, al Russicum, il mitico collegio pontificio nato negli anni Venti dal sogno visionario e vagamente fatimista di convertire la Russia ortodossa e sovietica al cattolicesimo, che visto da Mosca appare invece come una fabbrica di spie vaticane. Lo gestiscono guarda caso i gesuiti, ataviche bestie nere dell’immaginario collettivo russo che mette a loro conto subdole macchinazioni per sottomettere i popoli slavi all’egemonia papista. Ma ai primi del Russicum che hanno provato a infiltrarsi e a lavorare nell’Urss degli anni Trenta e Quaranta è andata male.

Tutti finiti fucilati o nei gulag. A don Miguel non rimane che entrare nella Societas Jesu e riversare la sua passione missionaria sui figli della diaspora russa in Francia, ospiti del convitto gesuita di Meudon, alla periferia di Parigi. Insegna ai figli dell’aristocrazia in esilio. Nel convitto si prega in russo e si segue il rito slavo-bizantino. Da Roma, una sola istruzione: non c’è da convertire nessuno. “Il cardinale Tisserant ci disse: sono ortodossi nella fede, e la vostra missione è conservarli tali. Gli chiedemmo se poteva mandarci un documento con scritte nero su bianco queste istruzioni. Rispose: fossi matto! Non ci penso proprio”. Eppure la svolta è nell’aria. Comincia il Concilio, e i sovietici consentono ai rappresentanti del patriarcato ortodosso di prendervi parte, dopo aver contrattato col Vaticano il silenzio dell’assemblea sul comunismo. E nel nuovo linguaggio conciliare gli ortodossi non sono più scismatici da convertire e annettere al papato, ma figli di una “Chiesa sorella”. Nel ’64 padre Arranz torna a Roma, vicerettore del Russicum. “Anche noi avevamo fatto la nostra rivoluzione. Eravamo diventati filo-ortodossi”. Loro, gli ortodossi, lo capirono subito. Cominciarono a mandare a Roma diaconi e sacerdoti per studiare. Con una specie di beffa ecumenica, l’istituto pensato per convertire gli slavi al cattolicesimo si riempie di pope e monaci con la barba lunga, diventa una specie di monastero ortodosso nel cuore della città del Papa. Russi, bulgari, georgiani, serbi, cecoslovacchi.

Secondo qualcuno sono tutte spie spedite dai Servizi dell’Est,
ma non ditelo a padre Arranz, che si arrabbia. “Quelli che in Russia, negli anni Sessanta e Settanta, sceglievano di fare il seminario erano dei martiri silenziosi. Perdevano tutto, mettevano a rischio anche la vita della loro famiglia. Il regime lasciava sopravvivere la Chiesa per far vedere che c’era libertà religiosa, ma poi teneva tutti sotto pressione. So bene che tutti quelli che venivano a Roma, una volta tornati a casa, dovevano fare rapporto e raccontare quello che avevano fatto e visto. E magari abbondavano con gli insulti al Vaticano, tanto per compiacere quelli del Partito. Persino l’attuale Patriarca Alessio II, quando da vescovo passò al Russicum, scrisse di essersi sentito a disagio in un ambiente pieno di gente pericolosa e intrigante. E qualche anno fa il suo rapportino è saltato fuori dagli archivi… Ma sono anche sicuro che nessuno di quelli passati dal Russicum ci ha tradito. Sono diventati tutti professori e vescovi, sono sempre rimasti amici nostri”.

Alla fine degli anni Sessanta in Vaticano cominciano anche a ingaggiarlo come interprete, quando il Papa deve conversare con ospiti russi. Ecumenismo e politica in quel tempo incrociano spesso i loro percorsi, nel “martirio della pazienza” sofferto dalla Chiesa di Paolo VI alle prese col blocco comunista. Viene il ministro degli Esteri dell’Urss, Andrej Gromijko: “E Montini non era affatto arrendevole. Con delicatezza, ma gliele cantava”. Vengono accademici e politici. Arrivano gli alti gerarchi del patriarcato di Mosca, soprattutto quelli più aperti e “filocattolici”, della corrente guidata da Nikodim. Nei suoi ricordi di veterano dell’ecumenismo ormai fuori dai giochi, proprio quella stagione difficile appare oggi a padre Arranz come una promessa non mantenuta. Allora, sotto la morsa, cadevano silenziosamente secoli di ostilità. “Senza proclami, il ruolo del successore di Pietro veniva riconosciuto nei fatti dai vescovi d’Oriente. I loro viaggi a Roma erano vere visite ad limina Petri. I regimi li pressavano, e loro venivano dal Papa come si va da un padre a cercare conforto. Forse era un’illusione, ma il ritorno all’unità in certi momenti sembrava così facile”. Nikodim lo chiama a tenere corsi di teologia presso l’Accademia teologica di San Pietroburgo.


Dal ’69 al ’79, per quattro mesi all’anno, vive in mezzo a professori e studenti
destinati a formare la “classe dirigente” della Chiesa russa. Mangia con loro in mensa, raccoglie le loro confidenze, diventa uno di loro. “Per me l’Ortodossia non è una fede aliena. A volte dico che sono passato all’Ortodossia senza lasciare la Chiesa di Roma, dalla quale non mi posso separare, come da mia madre”. Nel ’75, ottenuta la laurea in Teologia ortodossa, è nominato dal patriarca Pimen professore ordinario dell’Accademia. Poi, dopo il pontificato-meteora di Luciani, arriva il Papa polacco. E cambia tutto. Quando il tarlo di Solidarnosc comincia a erodere il Moloch sovietico, al Cremlino intuiscono l’antifona e chiudono i rubinetti all’ecumenismo a libertà vigilata degli anni Settanta. Nel marzo del ’79 il Papa aveva scritto una lettera al cardinale ucraino Slipyj. Si parlava della Chiesa cattolica ucraina di rito orientale, che Stalin aveva “azzerato” nel 1945, inglobandone le strutture nel patriarcato di Mosca. Argomento tabù per la nomenclatura sovietica, ma anche per gli ortodossi. “Mi convocò il patriarca Pimen, mi disse di riferire ai cardinali Casaroli e Willebrands che tutti gli incontri di dialogo in agenda erano sospesi”.

Delle avvisaglie dell’inverno ecumenico padre Arranz,
interprete di russo per il Papa, ha modo di registrare perfino i risvolti delle incomprensioni linguistiche. “Nei primi anni Novanta venne a Roma il vescovo Kirill, che adesso è un pezzo grosso, a cercare di mediare. Il Papa preferì conversare senza interpreti: tra un russo e un polacco si sarebbero capiti. Kirill disse che se continuava così, soprattutto in Ucraina dove i greco-cattolici rivendicavano i diritti dei propri avi su chiese e proprietà ecclesiastiche, l’ecumenismo andava a farsi benedire. Il Papa seguiva, ma mi accorgevo che non capiva tutto. Non coglieva il tono allarmato delle parole di Kirill”. Dopo qualche tempo, a fare l’interprete del Papa non lo chiamarono più. E da una decina d’anni i problemi di cuore gli rendono complicato fare viaggi lunghi. Adesso, nel suo studio della Casa degli scrittori a due passi da San Pietro, dove vivono vecchie glorie e nuovi leoni della Compagnia di Gesù, seduto davanti a un gigantesco Macintosh nero, padre Arranz prepara e risistema le versioni in russo dei suoi libri, le sue opere monumentali sulla liturgia e i sacramenti delle Chiese orientali.

Da soldato dell’ecumenismo in congedo, non nasconde la sua delusione per come è andata, e lo scetticismo per come continua ad andare: “Ma quale nuovo ecumenismo… Sono chiacchiere. Come la Nuova evangelizzazione… Chi l’ha vista? Se negli anni Novanta fossimo andati in Russia entrando dalla parte della Chiesa ortodossa, probabilmente la Chiesa cattolica avrebbe mantenuto da quelle parti una struttura canonica fragile e incerta. Ma forse il legame del successore di Pietro con i cristiani di quelle terre in qualche modo avrebbe trovato la sua via per affermarsi. Invece abbiamo solo pensato a istituire diocesi, a creare una rete parallela. E gli ortodossi hanno visto tutto questo come un disegno di conquista”. Un’impressione di cui, secondo Arranz, qualcuno ha subito approfittato, sull’altra sponda: “C’è una nuova generazione di ortodossi ex comunisti, entrati nella Chiesa dopo essersi formati nelle fila del Komsomol. Portano nel dna culturale il nazionalismo fanatico e il bisogno continuo di nemici da combattere. Contestano e ricattano la vecchia guardia dei tempi sovietici, gli rinfacciano anche le aperture ecumeniche verso la Chiesa cattolica, in nome della purezza dottrinale dell’Ortodossia russa. Il metropolita Vladimir di Pietroburgo una volta mi confidò: ‘Gli stessi che un tempo ci tormentavano in nome di Lenin, ora ci tormentano in nome di Gesù Cristo e della Santa Russia’”.

Nella galleria personale delle occasioni perdute, dei presagi di ciò che poteva essere e non è stato, Arranz mette anche le parole che Nikodim disse a Giovanni Paolo I, e che lui stesso tradusse per il Papa, quella drammatica mattina del settembre ’78. Luciani stesso lasciò spazio ad ardite congetture, quando parlò di quella conversazione: “Due giorni fa”, disse il Papa, “è morto tra le mie braccia il metropolita Nikodim di Pietroburgo. Io stavo rispondendo al suo indirizzo. Vi assicuro che in vita mia mai avevo sentito parole così belle per la Chiesa, come quelle da lui pronunciate. Non posso ripeterle, resta un segreto”. Un segreto che l’interprete Arranz conosce. Ma è inutile provare a tirarglielo fuori. Non lo racconterà a nessuno.

di Gianni Valente

Miguel Arranz
Nasce nel 1930 a Guadalajara, figlio di un postino di idee socialiste. Precoce testimone delle persecuzioni anticristiane nella Guerra civile, entra in seminario a Toledo e nel 1949 è al Russicum di Roma, di cui diventerà poi vicedirettore. Entrato nei Gesuiti, negli anni 60 e 70 è uno dei discreti protagonisti del
dialogo con la Chiesa ortodossa. Vive tra Roma e Leningrado, studia e insegna Teologia ortodossa. Viene chiamato a fare da interprete del Papa nei suoi incontri riservati con gli ospiti russi. Vive a Roma, a due passi da San Pietro.

Gianni Valente vive a Roma. È inviato del mensile Trentagiorni, si occupa di Chiesa e di ecumenismo.

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