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Otto von Bismarck

Di rado una donna fu esaltata con frasi così tenere, appassionate, così intensamente sgorgate da un cuore traboccante d’amore, come Giovanna Puttkamer. Bismarck nelle sue lettere di fidanzato s’abbandona al più infiammato lirismo; prodiga alla sua Giovanna la nera, com’egli scherzosamente la chiama, le più dolci apostrofi (tra cui l’italiano sbagliato 'angela mia' per 'angelo mio'); trascrive per lei interi canti di Byron, di Lenau, di altri poeti tedeschi, inglesi, francesi.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 1 aprile 2001

Di rado una donna fu esaltata con frasi così tenere, appassionate, così intensamente sgorgate da un cuore traboccante d’amore, come Giovanna Puttkamer. Bismarck nelle sue lettere di fidanzato s’abbandona al più infiammato lirismo; prodiga alla sua Giovanna la nera, com’egli scherzosamente la chiama, le più dolci apostrofi (tra cui l’italiano sbagliato 'angela mia' per 'angelo mio'); trascrive per lei interi canti di Byron, di Lenau, di altri poeti tedeschi, inglesi, francesi.

E Giovanna si spaventa spesso di questa inondazione di versi e delle fantasie byroniane del suo promesso, il quale una volta si augurava il piacere di precipitarsi a cavallo nei gorghi del Reno col nome dell’amata sul labbro. Le lettere con cui ella cercava di temperare questi bollori vulcanici, erano aspettate con febbrile impazienza da Bismarck, che andava su tutte le furie in caso di ritardo, e minacciava addirittura di riversare la sua collera in una pioggia di improperi e di legnate agli ufficiali postali, rei o presunti colpevoli di qualche disguido. La felicità coniugale rese meno impetuose le manifestazioni erotiche, ma non però meno intenso l’amore di Bismarck per la moglie. Sia come deputato alla Camera, o come delegato alla Dieta di Francoforte, o come ambasciatore a Pietroburgo, o come presidente dei ministri, egli vola sempre col pensiero alla consorte e ai figli: ogni istante di riposo che gli affari gli lasciano è a loro consacrato – e son veramente deliziose le lettere famigliari che scrive frammezzo alla baraonda parlamentare, e nell’intervallo di colloqui diplomatici d’importanza europea.

Talvolta, a esempio, comincia le lettere in inglese perché il deputato che gli siede vicino cerca indiscretamente di sbirciare ciò che scrive: tal altra avverte che butta giù quel che viene viene, perché deve pur ascoltare con mezza orecchia il discorso d’un oppositore che l’attacca; tal altra sedendo in una Commissione parlamentare si beffa di un radicale che gli rovescia sul capo i fulmini della sua eloquenza, mentre egli indifferente lo lascia sbraitare e si trattiene con la sua Nanne. Poi tutt’a un tratto interrompe la lettera, scusandosi se è breve, perché deve procedere all’appello nominale come segretario della Camera o salire alla tribuna per rintuzzar qualche attacco. “Ich muss ins Gefecht” – dice – “la battaglia mi chiama”.

Se le lettere della sua famiglia si fanno troppo aspettare, se Giovanna (sempre cagionevole di salute) o i bambini sono infermi, allora un’inquietudine febbrile si impadronisce di lui: supplica la moglie a levarlo presto da quel tormento, che gli recide i nervi, che lo rende incapace di pensar seriamente agli affari, che lo costringe a cercar conforto nella Bibbia, a buttarsi in ginocchio, pregando Dio di non punirlo – pe’ suoi peccati di gioventù negli esseri più cari che abbia al mondo. Quando per fortunata combinazione una lettera di Giovanna gli è recapitata dagli uscieri della Camera, poco prima che abbia a cominciare un discorso, allora il suo spirito depresso si rinfranca, diviene anche più sicuro di sé, più battagliero e mordace. Egli, che detestò sempre le donne politiche (a cui, anche se cingessero corona, non risparmiò i suoi fieri corrucci), intendeva appunto così la donna: come ispiratrice soave, confidente discreta, consigliera serena dell’uomo.

Prima di diventar presidente dei ministri, Bismarck, la cui fortuna era stata assottigliata dalle sue prodigalità giovanili, non poteva, se non con sacrificio, condur seco la moglie nella vita dispendiosa delle capitali: riguardi economici gli imponevano perciò lunghe e frequenti assenze dal focolare domestico, e fuori di questo piccolo regno si sentiva a disagio, provava una invincibile nostalgia, da cui non sapeva liberarsi neppure fra i più gravi negozi diplomatici. Diciotto anni dopo il suo matrimonio, trovandosi ad Ischl con Re Guglielmo, confessa alla moglie di non aver sentito nulla di quanto il suo signore gli diceva, perché stava pensando all’onomastico della sua figliuola.

Il vecchio Metternich nel 1851 l’aveva invitato nel suo castello; gli tenne lunghi interminabili discorsi su tutta la sua carriera dal principio del secolo sino al 1848; gli diè ad assaggiare tutti i vini più prelibati delle sue famose cantine, e Bismarck lo lascia dire, distratto, ruminando (come scrive alla moglie) sulle cause del silenzio di lei, da cui aspetta lettere. Trattative con l’Austria lo riportano più volte a Vienna e in altri luoghi visitati con la sua Giovanna nel viaggio di nozze: e Bismarck si compiace nell’evocare quei ricordi e istituire dei confronti con la sua situazione attuale. “Ti rammenti – le dice una volta – della visita che facevamo al parco imperiale di Schönbrunn, cercando di penetrar di soppiatto – con tutta la voluttà con cui si assapora il frutto proibito – più oltre che non fosse permesso? Ebbene, io ho voluto stasera ripetere a tutto mio agio, al chiaro di luna, quella furtiva passeggiata d’allora”

di Alessandro Luzio (“Profili biografici”, Cogliati)

In breve

Nacque il 1° aprile 1815. Fu deputato e diplomatico. Nel 1862 fu nominato cancelliere e ministro degli Esteri da Guglielmo I, re di Prussia. Realizzò l’egemonia prussiana sulla Germania, costruì con pazienza e astuzia l’Impero tedesco, avviò la politica coloniale tedesca in Africa sudoccidentale e orientale, adottò con il Kulturkampf una politica anticlericale, avviò una legislazione sociale moderna, represse il movimento socialista. Concentrò su di sé contemporaneamente gli odi dei clericali, dei socialdemocratici, degli industriali, dei militari. L’ostilità di Guglielmo II lo costrinse nel 1890 alle dimissioni. È morto nel 1898.

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