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Omar Sharif

A Uraz, un giovanotto afghano dai baffi fieri, il papà concede di partecipare al bouzkashi del re che si svolgerà a Kabul. In caso di sconfitta, Uraz sa che meriterà il disprezzo paterno (tanto più che ha avuto in dono dal genitore il miglior cavallo della tribù). A Kabul si batte come un leone in quel gioco pastorale e violento che vede decine di cavalieri contendersi una carcassa di capra: cade, risorge, volteggia, precipita di nuovo, acchiappa la bestia che gli viene strappata, ma infine è battuto.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 4 novembre 2001

A Uraz, un giovanotto afghano dai baffi fieri, il papà concede di partecipare al bouzkashi del re che si svolgerà a Kabul. In caso di sconfitta, Uraz sa che meriterà il disprezzo paterno (tanto più che ha avuto in dono dal genitore il miglior cavallo della tribù). A Kabul si batte come un leone in quel gioco pastorale e violento che vede decine di cavalieri contendersi una carcassa di capra: cade, risorge, volteggia, precipita di nuovo, acchiappa la bestia che gli viene strappata, ma infine è battuto. Uraz si sveglia all’ospedale con una frattura alla gamba sinistra, un nonnulla a paragone del disonore. Rabbioso e frustrato strappa il gesso, monta a cavallo, prende la strada impervia delle montagne, incontra una bella ragazza di facili costumi, scommette in una lotta tra montoni e vince un mucchio di soldi, affronta la tempesta di neve, si fa amputare la gamba in cancrena e arriva infine a casa, dove papà lo accoglie a braccia aperte e lo consola: “Volevi dimostrare di saper vincere”. Bravo, gli dice, sei un buon figlio, forte e degno. Noi siamo uomini di una razza diversa, “siamo uomini concepiti nella solitudine e nella desolazione. Noi corteggiamo la morte…”.

Una lezione di filosofia e antropologia racchiusa in poche parole pronunciate con enfasi: “Uno deve poter capire la splendida, rabbiosa volontà di fare della morte la propria baldracca, alla quale anche la più piccola sconfitta può portare gli uomini come te e come me”. Il giovane afghano ha il volto di Omar Sharif, il padre quello di Jack Palance. Il film è “Cavalieri selvaggi” di John Frankenheimer. L’anno è il 1971. E l’Afghanistan è sempre quello, un paese di maschi fieri e rissosi. Al cinema, di storie tanto celebrative della virilità non se ne vedono più, sepolte col secolo Ventesimo. Di bei maschi baffuti, neri e muscolosi che vanno per le spicce e maltrattano le femmine se ne vedono ancora meno. E così anche Omar Sharif si lamenta perché è senza lavoro. È vero che l’età, 69 anni, gli ha tolto la principale risorsa della sua carriera da stella del cinema, cioè quell’aspetto da seduttore esotico che ha incantato le platee femminili planetarie per un trentennio.

Uno spietato intervistatore del Daily Telegraph che lo ha incontrato circa un anno fa, offre dell’attore egiziano una descrizione senza sfumature benevole: il famoso sorriso dagli incisivi separati è diventato giallastro per le troppe sigarette, i baffi hanno smarrito l’antico colore corvino, il cuore indomito è agevolato da un bypass, il femore sostenuto da una ricostruzione chirurgica. Più che l’intervista a un uomo, pare la visita turistica alle rovine di Omar Sharif, con il rispetto che si tributa di solito a un sito archeologico. Sembra che il tempo abbia debellato anche il vizio del gioco d’azzardo. E con quello anche l’ultimo brandello di una gloriosa reputazione da sultano di set e casino. Ma in fondo, quale è stata la sua reputazione? “Lei crede che mi importi di tutta quella spazzatura che è stata scritta su di me nel corso degli anni? Non c’è niente di vero. Quell’immagine da playboy! Chi è quello là? Non sono io”.

Ma poi ammette “tre o quattro” amori, oltre a quello per la moglie Faten Hamama, sposata nel 1955 e da cui ha divorziato dopo trentun anni. E la sua bravura di attore? E la sua fama mondiale? Confessa l’anziano signore dai denti gialli: ho fatto un film dopo l’altro, anche mediocri, anche stupidi, soltanto per pagare i debiti di gioco. Insomma, forse il nostro eroe era soltanto un debole, vittima dei peggiori vizi. Non vogliamo crederci. In fondo, anche Uraz è mutilato eppure coraggiosamente lascia la casa paterna per affrontare altri (e forse vittoriosi) bouzkashi. E anche Jurij Zivago è un malato, tanto che il cuore gli cede mentre insegue Lara intravista sul tram. Il fatto è che anche Omar Sharif ha subito le batoste della vita, come tutti. Però ha regalato al pubblico di un paio di generazioni tanti personaggi e tanto diversi da meritarsi non soltanto un posto nell’olimpo degli attori di cassetta, ma anche una palma come sagace interprete di “opposti estremismi”. Non quelli politici, beninteso, quelli di spettacolo. E non si tratta di una cosa da poco. Michel Shaoub – questo il suo vero nome – nasce nel 1932 ad Alessandria d’Egitto da una famiglia di origini libanesi, commercianti in legname. Studia alla scuola britannica e, una volta diplomato, si inserisce nella ditta paterna. Ma non ne è felice. Per la sua vita di giovane brillante, Michel si aspetta qualcosa di meglio e di più avventuroso. E quel qualcosa arriva come dal cielo nell’anno 1953.

C’è un giovane regista di belle speranze, alessandrino di origini libanesi pure lui. Si chiama Youssef Chahine, di sei anni più anziano. Lo arruola per “Siraa Fil Wadi”, “Il sole fiammeggiante”, prodotto della prospera cinematografia egiziana dell’epoca, capace di produrre decine di pellicole l’anno. Va tutto bene, il migliore dei debutti. Ora il giovane Michel ha trovato la sua strada: continuerà a fare cinema. Per strada ha dimenticato anche le origini libanesi, il nome e la fede cristiana e si è convertito all’islam, assumendo il nome di Omar el Sharif. Non un islam cupo e intransigente, ma quello che si respirava nell’Egitto della decandenza di re Faruk, poco prima che Nasser imponesse la sua svolta laica. Nel 1955 sposa la bella Faten Hamama, che ha intrapreso a nove anni la carriera cinematografica ed è l’attrice più popolare del paese. Nel 1957 nasce Tareq, a  tutt’oggi l’unico maschio legittimo della stirpe Shaoub-Sharif. La carriera di Sharif sembra così avviata a prosperare tra i quieti confini della Hollywood sul Nilo.

Ma all’inizio degli anni Sessanta, Sharif si imbatte nel cinema occidentale. David Lean sta mettendo in cantiere il kolossal “Lawrence d’Arabia” e gli assegna la parte di Ali, ispirata a uno dei personaggi autentici dei “Sette pilastri della saggezza” di Thomas Edward Lawrence. Colorito di avventure, emozioni e personaggi, il film ottiene un vasto e duraturo successo. Omar Sharif penetra nelle profondità della memoria collettiva come quel puntino nero in mezzo allo schermo ocra del deserto che via via si ingrandisce fino a diventare un’alta sagoma gotica, lo sceicco avvolto nel mantello nero appollaiato sulle gambe esili del dromedario. L’incontro al pozzo tra Lawrence, anglosassone biondo dagli occhi blu che veste di bianco, e Ali, nero dalle pupille ai baffi, dal mantello alla kefiah, è raffigurato come una metafora del dialogo tra due mondi che si sono fatti e si faranno la guerra ma che sono irresistibilmente attirati l’uno dall’altro. L’arroganza britannica del tenente coloniale finisce per assorbire qualche cosa dal fatalismo arabo di Ali, che a sua volta esce mitigato dall’immaginazione audace dell’amico. Un po’ schematico, ma efficace.

Quando il film esce nelle sale, nel 1962, del cristiano Michel, educato in un liceo inglese, non resta più molto. Omar è diventatato un simbolo del patriottismo e della dignità araba. L’impatto di quel fascino esotico, gli occhi di carbone e il sorriso imperfetto inducono produttori e registi a tirare le conclusioni più semplici: quest’uomo è adatto ai kolossal, alle terre lontane, rappresenta forza virile e tenerezza di sentimenti. Detto e fatto. Quando è ora di scegliere la figura e il volto di Jurij Zivago, dottore e poeta scaturito dalla fantasia di Boris Pasternak, premio Nobel perseguitato dal comunismo e bestseller mondiale, l’onore tocca proprio al levantino Omar Sharif. Ai fini intelletti che hanno letto il romanzo, fa un po’ buffo che lo sceicco Ali, “rozzo, barbaro e crudele” (epiteti del tenente Lawrence) diventi Zivago, che un attore egiziano si trasformi in russo, ma milioni di spettatori (e spettatrici) hanno il groppo in gola davanti allo spettacolo dell’amore infelice e dell’esilio del medico poeta.

Quella di fare il russo diventa poi una specialità di Sharif: nel “Seme del tamarindo” di Blake Edwards (1974), è Fiodor Sverdlov, un diplomatico sovietico che passa all’Occidente, non senza essersi innamorato di Julie Andrews, muore dopo essere stato tradito dalla solita spia inglese omosessuale, e infine risorge dopo essere (solo apparentemente) bruciato in un attentato. Anche quella di fare il figlio in conflitto col padre diventa una specialità dell’attore. Così, nel 1969, altra latitudine e altro universo culturale. Sharif proverà ad essere Rodolfo, il pensoso e liberale rampollo di Francesco Giuseppe e Elisabetta, che mette fine alla vita sua e a quella di Maria Vetsera (Catherine Deneuve) nel castello di Mayerling (titolo del film). Tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta è uno degli attori più richiesti e più frequentemente presenti sugli schermi.

Guardando al passato, è lui stesso a raccontare una versione riveduta e corretta dei fasti trascorsi: accettava qualsiasi parte, era pronto a recitare in ogni pellicola, e altrettanto pronto a incassare il cachet per pagare le perdite al gioco: “Ho vissuto per anni come un nomade, tra alberghi e casino”. Un vagabondaggio lussuoso e volontario, forse un antico retaggio dell’anima araba. E dire che le case, a Omar Sharif, non sono mai mancate. Al culmine della popolarità, nel 1968 (quando girava “Funny Girl” con Barbra Streisand), acquista un appartamento parigino, nella zona chic del Bois de Boulogne, e ne fa una residenza di sublimi piaceri – il bagno è corredato di piscina – e di gradevole riservatezza: una porticina sul retro consente alle signore di andare e venire senza incappare nel classico “Cielo mio marito!”. Ma ne gode per poco: lo perde al gioco. Così quando, nel 1969, gli capita di dover interpretare l’avido cacciatore d’oro in “L’oro di MacKenna”, e di fronteggiare da cattivo il buon Gregory Peck su e giù per i canyon del Far West, Omar sa perfettamente che cosa significhi veder luccicare un mucchio di denaro e in un batter d’occhio vederlo svanire.

Nel 1991, quando già non erano più i produttori e i registi a cercarlo, ma lui a dover sollecitare il proprio agente per trovargli una qualche parte, lascia sul tavolo della roulette più di un miliardo in una sola sera. Per fortuna gli resta un’abitazione al Cairo, che è la sua vera casa. Con almeno un brandello di famiglia: divorziato da Faten dopo una lunga unione (se così si può chiamare quella tra una moglie stanziale e un marito girovago nel corpo e nello spirito), Omar rimane legato a Tareq, che ora ha quarantacinque anni. Ma non ha alcun contatto con l’altro maschio, il trentenne Ruben, figlio della giornalista Paola De Luca. “Quel ragazzo mi assomiglia molto”, ammette il presunto genitore che tuttavia non lo ha riconosciuto legalmente, non lo vede, non se ne è mai occupato. Canaglia o anima nobile, principe o povero, innamorato fedele o marito inaffidabile, Omar Sharif è un modello mascolino capace di provocare ancora emozioni forti. Un tipo umano del tutto sconosciuto alle nuove generazioni. 

di Marta Boneschi

In breve
È nato ad Alessandria d’Egitto nel 1932 da una famiglia di commercianti di origine libanese cristiana. Il suo vero nome è Michel Shaoub. Si converte all’islam in gioventù. Debutta nel cinema nel 1953 grazie a Youssef Chahine, che lo vuole in “Il sole fiammeggiante”. Sarà però David Lean a fare la sua fortuna, prima chiamandolo per “Lawrence d’Arabia” e poi offrendogli il ruolo del protagonista nel “Dottor Zivago”. Tra gli anni 60 e 70 Sharif è una delle star più ricercate. Alla carriera artistica affianca un’intensa vita mondana.

Marta Boneschi
ha pubblicato vari libri, (“Poveri ma belli”, “Senso”) in cui ha raccontato la società del ’900.

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