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Nick Tosches

La sua ultima lettera Michele Sindona l’ha scritta nel modo di sempre: con una vecchia portatile italiana, su carta trasparente per posta aerea, firmata Michele con la penna a sfera sopra il nome e il cognome per esteso. E nel solito modo è arrivata dal carcere di Voghera a un indirizzo del Greenwich Village, a Manhattan: fra la corrispondenza ordinaria, nella cassetta delle lettere del suo biografo, l’americano Nick Tosches.

30 Novembre 1999 alle 00:00

La sua ultima lettera Michele Sindona l’ha scritta nel modo di sempre: con una vecchia portatile italiana, su carta trasparente per posta aerea, firmata Michele con la penna a sfera sopra il nome e il cognome per esteso. E nel solito modo è arrivata dal carcere di Voghera a un indirizzo del Greenwich Village, a Manhattan: fra la corrispondenza ordinaria, nella cassetta delle lettere del suo biografo, l’americano Nick Tosches. Che quando la aprì capì che Sindona presentiva la fine imminente: “Tu mi conosci abbastanza per sapere che io non ho paura di morire: credo in Dio e nella vita eterna e attendo con serenità il trapasso; e quindi una eventuale azione violenta contro di me non mi preoccupa affatto”. Il rapporto tra Sindona e Tosches finiva con quella lettera, spedita il 18 marzo 1986, il giorno dopo la condanna all’ergastolo e il giorno prima dell’avvelenamento, e con una lettera era cominciato, due anni prima. Nick stava cercando allora, come sempre, qualcuno su cui scrivere, la cui superficie nascondesse quel mistero che fa scattare in lui l’attrazione: “Non scriverei mai un libro su qualcuno che ritengo soltanto ‘interessante’. Scrivo solo di coloro nei quali avverto un affratellamento nello spirito. Di Michele si diceva sedesse sul trono del male del mondo. Chi poteva intrigarmi di più?”. Così il prigioniero federale numero 00450054, in quel momento a New York in attesa di estradizione, riceve una lettera in cui Nick gli chiede un incontro. Poco tempo dopo, nella sala colloqui del carcere di Manhattan, un uomo dalla fronte alta e i capelli grigi tirati indietro, la tuta arancione e le scarpe da ginnastica, tende la mano a Tosches: “I am Sindona”. Gli editori americani ai quali Tosches propone quello che diventerà “Power on Earth”, la biografia del finanziere pubblicata in Italia da Sugarco nell’autunno 1986 con il titolo “Il mistero Sindona”, reagiscono dapprima con istintiva riluttanza. Presto però si fanno avanti in molti, finché Nick accetta i cinquanta mila dollari di anticipo offerti da Arbor House e, quando Sindona viene estradato, prosegue gli incontri con lui nel carcere di Voghera.

In quei pochi incontri, disseminati lungo un anno e due continenti, Nick compila una biografia che è divenuta un classico sotterraneo per la comunità finanziaria e per gli affiliati alla mafia, esaurito in Italia e in Germania (mai ripubblicato), passato sotto silenzio negli Stati Uniti, “perché la gente preferisce ‘Il Padrino’ alla realtà” e ritirato dal mercato in Gran Bretagna per ragioni legali: “Ma tutto quel che non ho potuto raccontare apertamente, ha trovato comunque la sua strada, sotto forma di finzione, nel mio romanzo ‘Triadi’ (in Italia da Longanesi, ndr). Sindona è stata la figura più straordinaria e affascinante che abbia mai conosciuto”. Perché Nick Tosches non tradisce chi gli affida una vita da raccontare. Di gemellaggio d’anime si nutre davvero e anche se la sua, di anima, reca i neri segni di un tempo allungato dall’alcol, dalle droghe e dagli antidepressivi, porta il cuore stampato in faccia, tra le pieghe rivolte all’ingiù del suo broncio alla Bogart. Affacciarsi sul precipizio Tosches significa prima di tutto aprire biografie dedicate agli allevati dai lupi, ai rischiatutto sognatori, agli eroi infetti e irredenti dello show business. Prima fu, nel 1982, “Hellfire” (da cui Scorsese avrebbe dovuto trarre un film), vita di Jerry Lee Lewis, “il Killer”, uno dei più teneri e brutali rock’n’roller della storia: spara per disgrazia al suo bassista, è arrestato per aver estratto la pistola davanti alla casa di Elvis e, delle sei mogli, la terza è sua cugina tredicenne, la quarta annega in piscina, la quinta viene trovata morta in casa per overdose. Nel 1992 fu “Dino” (in Italia da Baldini&Castoldi), vita bella di Dean Martin alias Dino Crocetti, da operaio a star del cinema amante del gioco, della bottiglia e della malavita. Anche da questo voluminoso tomo, il primo che Nick scrive a computer (il che nel suo caso aiuta, dato che scrive da sempre con un dito solo, l’indice della mano destra), Scorsese progetta da anni un film, Tom Hanks come Dino e John Travolta come Frank Sinatra. Nel 2000 venne “Night Train. The Devil and Sonny Liston” (che, finalmente, dovrebbe essere un film, anche se non diretto da Scorsese, in uscita nel 2005, con Ving Rhames nel ruolo di Liston), vita del più violento tra i campioni del mondo dei pesi massimi, venti fratelli, giovanissimo criminale, assoldato dalla mafia come picchiatore professionista, battuto da Cassius Clay nel 1964 nell’incontro più chiacchierato della storia della boxe e morto nel 1970 di overdose nella sua casa di Las Vegas.

L’ultima biografia su cui si è cimentato è datata 2001 ed è quella che gli è valsa la consacrazione a sommo archeologo della musica popolare americana, “When dead voices gather”, vita dell’oscuro vocalist country Emmett Miller, di cui fino al 1996, anno in cui la Sony rieditò venti pezzi suoi sotto il titolo “The Minstrel Man from Georgia”, solo i collezionisti di bootleg sapevano qualcosa. Risultato di un lavoro di ricerca portato avanti dal 1977, il libro, attraverso la figura del bianco Miller che negli anni Venti si dipingeva la faccia di nero e con la voce congestionata dai liquori (“ma aveva sempre la piega ai pantaloni e le scarpe lucidate”), intonava le sue ballate con lo stile degli afroamericani, esprime appieno la filosofia musicale di Nick: il cuore del sound americano, ovvero le forze della natura che scamparono alle logiche del profitto delle case discografiche, è stato seppellito, a parte poche eccezioni, nel tempo che precede Elvis, un tempo fatto di blues, jazz e country, di cui il rock è solo il figlio bastardo. L’ultima biografia, quella di Miller, se si escludono le “Confessions of an Opium Seeker”, tradotte in Francia, biografia dell’oppio mascherata da diario di viaggio asiatico alla ricerca delle ultime fumerie di chandoo, l’oppio incontaminato da gomma arabica o melassa, a volte invecchiato anche quindici anni in giare di porcellana sigillate con sughero e cera d’api. Come giornalista rock poi ha incontrato o ritratto Muddy Waters, Jim Morrison, Blondie, Bob Marley, Elvis Presley, Carly Simon, Miles Davis, Madonna e ha scavato nel privato dei suoi amici Patti Smith e Lenny Kaye (Nick: “Ti masturbi molto?”. Patti: “Solo quando lavoro. Un vero artista ha sempre la mano nei pantaloni”).

La gente spesso gli chiede come reperisca le sue fonti e come convinca i più duri ad aprirsi con lui: “Si tratta di riconoscere la saggezza dalla follia, le bugie dalla verità e di sapersi muovere in tutti gli ambienti: tra gli studiosi, i poliziotti fuori servizio, i poeti, gli assassini, i mafiosi e i preti. Le sfere sono spesso più simbiotiche e somiglianti di quanto ci si potrebbe aspettare”. Tosches inizia nel 1964, a quindici anni. Lavora da un anno come barista nel locale del padre, a Newark, New Jersey, ma ha già iniziato a scrivere “cose orribili” e a leggere, come un forsennato. Suo padre, figlio di un Filippo Tosches sbarcato a New York nel 1899 da Casalvecchio di Puglia dove ancora sopravvive questo antico cognome italoalbanese, e di un’abruzzese Laurina Cicchetti, naturalmente lo scoraggiava, perché i libri gli avrebbero “messo delle idee in testa”. E così Nick ruba, dai sonetti di Shakespeare a “Moby Dick”, che però non riesce a leggere, facendosene una colpa: “Come potevo diventare uno scrittore se non apprezzavo il grande romanzo americano?”. Ma quell’anno arriva il libro fatale, che lo libera da Melville: “Ultima fermata a Brooklyn”, di Hubert Selby jr. Quel romanzo, crudo ritratto dei bassifondi newyorchesi, processato per oscenità e poi riabilitato, fa capire a Nick che se si è nati in un quartiere “con pochi libri e molti allibratori”, dove esprimersi con onestà è il modo più sicuro per farsi bandire, l’unica maniera per comunicare i propri sentimenti “senza guardare nessuno negli occhi” è diventare scrittori. Lo Hubert’s Museum in West 42nd Street, che frequenta in quegli anni, sala giochi e covo di tossici al piano terra e freak show nel sotterraneo, sarà la surreale fonte di ispirazione, insieme all’amico Phil Verso, per il suo primo romanzo, “Cut numbers” (la storia si ripete, George Romero scrisse la sceneggiatura per un film mai realizzato).

Gli amici per Nick sono un altro capitolo di vita da firmare con il sangue, con cui condividere prima di tutto la scrittura e poi l’attonita disperazione per l’incapacità di trovare il confine netto che separa la santità dal crimine, i malavitosi dai saggi. Dopo Verso ci sono Richard Meltzer e Lester Bangs. Il trio, soprannominato “Noise Boys” è considerato, alla fine degli anni Settanta, il gotha della rock press. Ma il più grande amico è stato “Cubby” (nido), ovvero Hubert Selby jr, morto nell’aprile di quest’anno. Con Selby, Nick ha sempre condiviso i manoscritti e il perverso piacere dello spiazzamento sistematico delle regole dello show business: ad esempio, incisero nel 1997 un recital di poesia per cui Selby propose come titolo originario “Suck my dick and go home” e Tosches chiese in copertina la principessa Diana. Quando i due arrivarono a proporre la foto di Madre Teresa, il produttore del disco minacciò di ritirarsi dal progetto e il disco uscì con il poetico titolo “Blue Eyes and Exit Wounds”. Ed è digitando exitwounds.com che si può, entrando in rete, provare il piccolo brivido dell’ascolto della voce di Nick e comprendere perché i reading di poesia di Tosches siano divenuti leggenda a New York. Il primo assegno importante che Nick riceve per la scrittura lo stacca la rivista Rolling Stone nel 1971 per la recensione di un disco mai esistito. Lenny Kaye, che allora lavorava in un negozio di dischi, gli raccontava che il pezzo era così bello che i ragazzini entravano e chiedevano quell’album. Ma il vero pezzo d’esordio di Nick risale a due anni prima ed è un’intervista a un’altra figura centrale nella sua vita, il poeta Ed Sanders, intervista che venderà a Fusion.

Nel 1969 Sanders, che ha dieci anni più di lui e che vent’anni dopo vincerà l’American Book Award, è il leader della band The Fugs, oltre a gestire la libreria Peace Eye, in Avenue A. Il laureato Ed legge i poeti classici in lingua originale e decifra i geroglifici egizi, l’autodidatta Nick compita con difficoltà il greco grazie al Reading course in homeric greek sottratto a un seminarista qualche anno prima e leggiucchia il latino grazie ai rudimenti liceali e al dizionario Cassell rubato in biblioteca. Lo scambio tra i due sarà proficuo, al punto che un intero romanzo di Nick, “La mano di Dante” (Mondadori), scritto quasi tutto a mano sull’isola di Marettimo, è basato sulla sua conoscenza diretta del latino e del greco, oltre che della cabala ebraica, dell’italiano medievale e, naturalmente, della storia universale della mafia. La luce e l’ombra, l’ascesa e la caduta, l’inferno e ancora l’inferno: il 1969 non è stato per Nick soltanto l’inizio della sua vita di scrittore. “Il giorno in cui quei tizi atterrarono sulla luna, durante una delle storie meno significative e meno memorabili” della sua vita, ovvero il suo primo matrimonio con una splendida ventenne, verrà concepita, e da lui subito abbandonata, anche sua figlia. Sedici anni dopo, la ragazza verrà ritrovata uccisa nella boscaglia vicino alla Garden State Parkway, New Jersey. Lei e Nick si erano appena riavvicinati: “I periodi di lavoro si allungarono, le sbronze divennero meno frequenti e arrivammo a conoscerci e ad amarci. Non ero affatto riuscito a risalire completamente la china da quando l’avevo abbandonata nell’utero, ma avevo scritto tre libri. Non ero un ubriacone, non ero uno stramaledetto tossico; ero un fottutissimo genio della letteratura”.

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