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Mullah Omar

Muhammad Omar Akhund non si è mai lasciato fotografare. Non riceve infedeli. Parla poco. E quando lo fa in genere si affida ai portavoce. Non risulta che abbia scritto libri. Non si sa se ne abbia mai letti. Si dice che sappia a memoria il Corano, da quando aveva nove anni.

di Siegmund Ginzberg 

30 Novembre 1999 alle 00:00

E' nato nel 1959 nel villaggio di Nodeh, in una famiglia di contadini della tribù Hotak, del ramo Ghilzai dell’etnia pashtun (patani). Professione mullah, aveva aperto una madrassa (scuola coranica) nel villaggio di Singesar. Ha perso un occhio in battaglia nell’89. A metà degli anni 90 è divenuto, per meriti piuttosto misteriosi, il leader dei talebani. Non si muove quasi mai dalla sua casa a Kandahar. E' il capo supremo (“emiro”)dell’Afghanistan. Lo hanno candidato al ruolo di califfo di tutti i musulmani. Siegmund Ginzberg è nato a Istanbul nel 1948, ha scritto corrispondenze da Teheran, Pechino, Tokyo, New York.

Muhammad Omar Akhund non si è mai lasciato fotografare. Non riceve infedeli. Parla poco. E quando lo fa in genere si affida ai portavoce. Non risulta che abbia scritto libri. Non si sa se ne abbia mai letti. Si dice che sappia a memoria il Corano, da quando aveva nove anni. Lo recita in arabo. Ma non risulta che sappia l’arabo. Né nessuna altra lingua straniera. Come per molti altri suoi seguaci, i versetti sacri sono soprattutto suoni. Non compare in tv, i suoi discorsi non sono trasmessi nemmeno alla radio. Non esce quasi mai di casa. E quando lo fa, in una jeep dai vetri abbrunati, non si allontana da Kandahar. Va in moschea, al mercato, qualche volta ad assistere a incontri di lottatori.

L’uomo che i talebani chiamano emiro dell’Afghanistan o amir-ul-muminim, “comandante supremo dei fedeli”, non ha mai valicato i confini del suo paese. Mai è andato, si dice, nemmeno a Kabul, se non un paio di volte. Il primo diplomatico straniero, il rappresentante di Kofi Annan, l’ha visto solo quattro anni dopo che i talebani avevano preso il potere, ottobre 1998. Il culto della personalità è affidato all’immaginazione. Il suo è insomma il carisma di un fantasma. A prima vista, l’esatto contrario di Osama bin Laden, intervistatissimo e fotografatissimo, colto e poetico, loquacissimo tramite messaggi e fatwa via fax e Internet. L’uno sarà anche introvabile, ma vive di pubblicità. L’altro non lascia la sua stanza a Kandahar, ma vive di ombra, impalpabilità, mistero. Probabilmente, in qualche modo, sono anche in competizione tra loro. Su Internet si trova un sito (www.ummah.net/) in cui si invitano i musulmani a indicare il candidato al ruolo di califfo, rappresentante di Allah in terra. La nomination si incentrava su due nomi: quello di mullah Omar e quello di Osama bin Laden, col primo in netto vantaggio per numero di voti sul secondo. Supremazia riconosciuta, non si sa quanto per convinzione e quanto per opportunità, dallo stesso bin Laden, che a Omar si è riferito come “il vero amir-ul-muminim, il legittimo capo che governa con la sharia di Allah”.

Alto, magro, barbuto,
la testa sempre coperta da un turbante nerissimo come la barba, mullah Omar non brilla per prestanza fisica. Ha perso l’occhio destro, colpito da una scheggia di razzo nel 1989. Così come senza un occhio sono il suo ministro della Giustizia, Nuruddin Turabi e l’ex ministro degli Esteri, Mohammed Ghaus. Ha nominato governatore di Kandahar il mullah Mohammed Hassan Rehmani, che ha una gamba di legno tutta ammaccata, con la vernice scrostata ormai da tempo, ma rifiuta le protesi moderne che vengono offerte dalle organizzazioni umanitarie. Molti dei suoi luogotenenti, e persino comandanti militari sono ugualmente amputati: la leadership dei talebani è quella che conta il maggior numero di handicappati al mondo. Non è un trascinatore di folle. Non ha talento di oratore. Lo dicono schivo, quasi timido. In genere non interviene nemmeno nelle shura, le assemblee islamiche. Ascolta, raramente dice la sua. Governa un paese di 20 milioni di abitanti da una stanzetta del municipio di Kandahar, dove vive con le tre mogli (la più giovane si dice sia parente di Osama) e i cinque figli. Un tempo si sedeva, come gli altri, sul pavimento di cemento. Ora lo fanno sedere su un letto, mentre gli altri stanno per terra. Comunica decisioni e ordini per iscritto, su “chits”, pezzetti di carta straccia o, talvolta, pacchetti di sigarette. Si dice che solo di recente gli abbiano fornito dei block-notes, e uno stuolo di scrivani. Non ha neppure l’autorità religiosa o dottrinale di un Khomeini o di uno sceicco Yassin, il capo di Hamas. Si fa chiamare “akhond”, prete: è un semplice mullah di campagna, non un raffinato teologo.

La scorsa primavera disse che la fatwa con cui bin Laden invitava a “uccidere gli americani” era nulla, perché “solo i muftì possono emettere fatwa” e si diventa muftì solo dopo vent’anni di studi coranici. Lui, nato nel 1959, non solo non ha alle spalle vent’anni di studi, ma ha dovuto interrompere per due volte anche l’istruzione basilare, prima per l’invasione sovietica, poi perché diventato capo dei talebani. Quel poco che si sa di quanto dice non lascia a bocca aperta per profondità teorica. Ma colpisce proprio per la quasi infantile semplicità. Voice of America gli ha appena fatto un’intervista di 12 minuti, poi non trasmessa perché la Casa Bianca era contraria. Ne abbiamo visto la trascrizione. Perché non espellete bin Laden, gli chiedono. “La questione non è bin Laden. In gioco è il prestigio dell’islam e la tradizione dell’Afghanistan”. Lo sa che l’America ha dichiarato guerra al terrorismo? “Io prendo in considerazione due promesse. Una è la promessa di Allah. L’altra è la promessa di Bush. La promessa di Allah è che la mia terra è vasta… La promessa di Bush è che non c’è posto sulla terra dove non ti possano colpire. Vedremo quale delle due verrà mantenuta”. Non è preoccupato? “Siamo tutti preoccupati. Si preparano grandi cose. Ma noi dipendiamo dalla clemenza di Allah. L’America ha preso l’islam in ostaggio. Ma non per questo riescono a impedire cose come quelle che sono successe, perché i popoli islamici sono disperati”. Cosa intende dire per islam preso in ostaggio? “L’America controlla i governi dei paesi islamici. Il popolo chiede che si segua l’islam, ma i governi non gli danno ascolto perché sono in mano agli Stati Uniti.

Se qualcuno segue la via dell’islam, il governo lo arresta, lo tortura o lo uccide. Questo è quel che fa l’America. Se cessassero di sostenere questi governi, certe cose non succederebbero. È stata l’America a creare il male che la attacca. E questo male non scomparirà anche se dovessi morire io, dovessero morire Osama e altri”. Il suo braccio destro Wakil Ahmad ha detto al giornalista Ahmed Rashid: “Vogliamo vivere come il Profeta viveva 1400 anni fa. Vogliamo ricreare i tempi del Profeta”. È un giovanissimo discepolo, proviene dalla tribù Kakar. Gli sta sempre accanto, funge da portavoce, segretario, interprete, stenografo, autista e persino assaggiatore, per assicurare che nessuno abbia avvelenato i cibi. Lo chiamano “l’occhio e l’orecchio” dell’emiro. Di questo mistero che sconfina con la materia delle leggende è fatto anche il racconto di come il figlio allora poco più che trentenne di un contadino povero del distretto di Mewand, orfano in tenera età, sia diventato, quasi da un giorno all’altro, il leader dei talebani (plurale di talib, studente coranico, contrapposto a mullah, che invece è docente), e di come i talebani si siano impadroniti di quasi tutto l’Afghanistan. Come in tutte le grandi favole, c’è uno sfondo sessuale, in questo caso esplicito. Nell’anarchia seguita alla cacciata dei sovietici, col paese travolto dallo scontro tra bande e signori della guerra rivali, i vicini di casa di mullah Omar a Singesar si sarebbero rivolti a lui raccontandogli, trafelati, che due giovani del villaggio erano state rapite dal capo di una delle locali bande di mujaheddin. Erano state spogliate, picchiate, rapate per dileggio e ripetutamente violentate. Omar, si racconta, raccolse una trentina di uomini, suoi studenti alla madrassa (scuola coranica) da lui fondata, armati con appena 16 fucili.

Assalirono l’accampamento della banda, liberarono le ragazze, impiccarono il comandante lussurioso e i suoi luogotenenti sul cannone di un carro armato. Un’altra leggenda racconta che, pochi mesi dopo questa prima impresa, ci fu nei pressi di Kandahar una feroce battaglia tra due bande rivali i cui rispettivi comandanti litigavano su un ragazzino che entrambi avrebbero voluto sodomizzare. Ancora una volta intervenne Omar, che liberò il ragazzo e punì i due comandanti. Da qui si sarebbe diffuso il mito di mullah Omar-Robin Hood, difensore in nome dell’islam dei poveracci contro la rapacità dei signori della guerra. L’impresa successiva fu alle frontiere col Pakistan, dove nell’avamposto di Spin Baldak, passaggio obbligato in mezzo al deserto, le bande di Gulbuddin Hekmatyar intercettavano i convogli di aiuti umanitari e il combustibile destinati alla popolazione. I duecento talebani che avevano attaccato la guarnigione di Hekmatyar la conquistarono perdendo un solo uomo. L’azione consentì di impadronirsi del più importante deposito di armi nella regione: 18 mila kalashnikov, centinaia di razzi, decine di cannoni, tonnellate di munizioni. Il formarsi delle alleanze attorno al nuovo esercito, i finanziamenti dei signori dell’oppio e del contrabbando, l’aiuto dei Servizi segreti pakistani avrebbero fatto il resto. Non risulta che mullah Omar sia un genio militare. Non ha la stoffa del defunto “leone del Panshir”, Ahmad Shah Massud, e nemmeno del (forse pure defunto) “generale” uzbeko Rashid Dostum. Non pare fosse sul campo a dirigere l’assalto a Kabul nel settembre 1996. Il successo più che altro per una fortuita combinazione di fattori. I talebani approfittarono del fatto che il tagiko Massud non era riuscito a portare dalla sua Dostum e gli sciiti.

Ora sembra che mullah Omar ce l’abbia con l’America e il resto del mondo. Ma non era affatto così all’inizio: ce l’aveva soprattutto con altri islamici, altri afghani. “Stiamo combattendo contro musulmani che hanno imboccato la strada sbagliata. Come avremmo potuto starcene tranquilli nel vedere i crimini che venivano commessi contro le donne e i poveri? Abbiamo preso le armi per salvare il nostro popolo da ulteriori sofferenze inflitte dai cosiddetti mujaheddin”, disse tempo fa a Rahimullah Yusufzai, uno dei pochissimi, se non l’unico giornalista che sia mai riuscito a intervistarlo di persona. A consolidare in modo decisivo i talebani non fu tanto la presa di Kabul, quanto quello che fecero una volta presa Kabul. Per prima cosa riempirono il moderno stadio della capitale, costruito con aiuti internazionali, per una dimostrazione della sharia: la fucilazione di massa di coloro che turbavano l’ordine pubblico e si erano dati ai saccheggi e agli stupri. Si eressero a purificatori dei costumi. Applicarono alla lettera la legge islamica mozzando le mani ai ladri, i piedi ai recidivi. Imposero alla donne di coprirsi non solo la testa ma anche il volto. Vietarono musica e danza, tv, radio. Per molti afghani fu però una liberazione da anni di intollerabile anarchia. William Vollman, un giornalista americano, si è dato la pena di raccogliere testimonianze tra la gente di Kabul. Un tassista gli ha raccontato di quando non si poteva girare senza che a ogni posto di blocco miliziani armati pretendessero un pedaggio e rapinassero i clienti: “Se ora si può andare in giro più sicuri non mi importa nulla che non mi facciano più ascoltare la radio”. Per chi ha vissuto all’inferno, anche mullah Omar può essere il Messia.  

di Siegmund Ginzberg 

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