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Moro Simone

Simone Moro è un uomo a suo modo fortunato. Nel gennaio del ’96 – all’alba dei trent’anni e un solido curriculum alpinistico alle spalle – con un amico decide di scalare il Fitz Roy, una delle celebri torri di granito della Patagonia, non altissime, ma di estrema difficoltà. A 250 metri dalla vetta, dopo innumerevoli tiri di corda sulla via “Supercanaleta”, due chilometri e passa di purissimo granito verticale, vengono sorpresi dalla tempesta.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Simone Moro è un uomo a suo modo fortunato. Nel gennaio del ’96 – all’alba dei trent’anni e un solido curriculum alpinistico alle spalle – con un amico decide di scalare il Fitz Roy, una delle celebri torri di granito della Patagonia, non altissime, ma di estrema difficoltà. A 250 metri dalla vetta, dopo innumerevoli tiri di corda sulla via “Supercanaleta”, due chilometri e passa di purissimo granito verticale, vengono sorpresi dalla tempesta. Si infilano in un pertugio e aspettano con pazienza che passi la buriana. Dopo sei ore si apre uno squarcio di sereno, riattaccano la parete e raggiungono in fretta la cima. Scattano le foto di rito (indispensabili, se vuoi provare di essere arrivato) e si preparano al dietro-front. Hanno in mente di scendere per una via più facile, ma la visibilità è tornata a zero e nessuno dei due l’ha mai percorsa. Decidono allora di riprendere la “Supercanaleta”, ma è una discesa che non finisce mai. A poco a poco esauriscono chiodi, nut e friend (gli attrezzi da incastrare nelle fessure della roccia per ricavare ancoraggi) e sono solo a metà parete. Rimane un ultimo chiodo: sottile, a lama, di colore nero. Lo piantano, vi infilano la corda da cinquanta metri e cominciano a scendere. Simone sta calandosi per secondo, quando con un rumore secco il chiodo si sfila. In un attimo precipita verso l’abisso, ma incredibilmente riesce a planare su un terrazzino di neve; vi atterra a pancia in giù, cercando di attutire l’impatto, mentre la corda e il chiodo gli vengono dietro. Si risolleva spavaldo: “Che culo! Adesso abbiamo un chiodo in più”. Nel ’97 gli capita di peggio. Da pochi mesi è compagno di cordata di Anatolij Bukreev, alpinista kazako con il quale ha maturato in breve tempo un’affinità che va oltre i confini dell’impresa sportiva. Si sono conosciuti sul Shisha Pangma, il più basso degli ottomila. Nella primavera del ’97 tentano insieme la traversata dal Lhotse all’Everest, una delle performance più ardue dell’intero teatro himalayano, ma devono rinunciare per il maltempo dopo aver raggiunto la prima vetta. Non si sconfortano più di tanto e rilanciano subito con un progetto ambizioso: la salita invernale di un altro ottomila, l’Annapurna I, impresa fino a quel momento riuscita solo al formidabile polacco Jerzy Kukuczka (secondo dopo Messner a salire tutti e quattordici gli ottomila). Partono in compagnia di un altro kazako, Dimitri Sobolev. Hanno deciso di passare per l’Annapurna Fang, una cima satellite congiunta alla vetta principale da una cresta di neve indurita dal vento. Simone va avanti a battere la pista e a fissare le corde. A 6.300 metri aggira una grande roccia e all’improvviso si trova di fronte a un’enorme cornice di neve e ghiaccio che incombe minacciosa. La cornice cede di schianto e con un boato immenso comincia a precipitare a valle. Simone ha il tempo di urlare all’indirizzo di Anatolij, che qualche centinaio di metri più sotto arranca con Dimitri sulla pista tracciata, e di aggrapparsi alla corda quando viene travolto dalla valanga che lo trascina giù. Rotola, sbatte contro le rocce, rimbalza, precipita per ottocento interminabili metri. Poi il folle ruzzolone s’interrompe. È malconcio, ha le mani ustionate per l’attrito con la corda e ha perso tutta l’attrezzatura, ma l’ha scampata. I due kazaki, no.

Nell’istantanea che gli è stata scattata poche ore dopo la sciagura lo si vede disteso in una branda. Solleva la faccia verso l’obiettivo, ha il berretto calato sulla fronte, la bocca socchiusa e un occhio pesto, completamente chiuso come quello di un boxeur finito al tappeto. Ma l’altro occhio è spalancato, colmo del pericolo mortale al quale è appena sfuggito. Però vivo, inguaribilmente vivo. Una capigliatura rada di ciocche biondicce che scendono scomposte lungo il volto minuto, le guance rosse e la chiostra dei denti sghembi, Simone ha un fisico asciutto ed elastico e un modo di porsi diretto ma non grezzo. Emana risolutezza. Un bergamasco di città, evoluto, che lascia poco al caso. Divide la giornata a metà tra allenamenti e autopromozione, ha affittato un appartamento in una zona pratica sia per andare a correre nei boschi sia per prendere l’autostrada. Una delle stanze è adibita a palestra di roccia artificiale: un grande pannello di legno, fissato obliquamente tra il soffitto e il pavimento e coperto di numerosi appigli di forma e colore diversi, sul quale si arrampica come un gatto per simulare le situazioni in parete. Nel resto dell’abitazione, spicca solo una postazione multimediale nella quale si muove altrettanto a suo agio. Lo guardo con simpatia di coetaneo (è del ’67, sta entrando nell’età feconda dell’alpinista che giusto dai 35 ai 45 anni dà il meglio di sé per maturità psicologica e resistenza alle grandi fatiche), un po’ imbarazzato dalla feroce determinazione che trasuda. La voce stridula e arrochita non ne mortifica lo slancio, piuttosto lo rende concreto, tangibile. Alpinista di valore mondiale, tra i migliori della terza generazione (la prima era quella di Walter Bonatti, la seconda quella di Reinhold Messner), ha una laurea in Scienze motorie e collauda attrezzature per aziende sportive: la scarpa migliore, la giacca per condizioni meteo proibitive, la tenda che resiste ai venti degli ottomila. E poi la forma di comunicazione adeguata al prodotto, le strategie d’immagine (qualche tempo fa la Nike gli aveva offerto un posto da category marketing manager e, malgrado la qualifica fantozziana che i signori dello Swoosh volevano affibbiargli, sostiene che quando era sotto contratto non lo hanno mai trattato “come un cavallo da corsa”). Mastica cinque lingue, non ha un manager e firma da solo i contratti di sponsorizzazione di cui conosce i risvolti fiscali, tiene un sito internet poliglotta, ha studiato le tecniche di ripresa fotografica e cinematografica per poter vendere il materiale girato durante le spedizioni e di cui si serve nelle serate che tiene in giro per l’Italia. Legge, e ogni mattina fa la rassegna stampa, ci tiene a essere aggiornato: “Non mi piace fare il bonzo tibetano, tanto poi viviamo qui”. Il bildungsroman dell’Annapurna gli ha acceso la vena letteraria, ha scritto un libro sulla vicenda – che è anche una gustosa autobiografia – di cui rivendica la genuinità: “L’editing si è limitato a due verbi e un passaggio non tanto chiaro”.

Osservando Simone Moro, si intuisce che la lezione tecnica e culturale di Messner – solo spedizioni leggere con pochissimi componenti, minimo impatto ambientale e niente ossigeno in alta quota; l’avventura ma senza il racconto dell’avventura; la prolungata esplorazione dei propri limiti – è stata definitivamente assimilata. Perciò non viene da descriverlo come l’emblema dell’alpinismo ipertecnologico, senza alone romantico, asservito al culto della performance e ai voleri degli sponsor, sebbene le cronache epidermiche delle gazzette abbiano parlato di lui come di un prototipo curioso e dissacrante, quando nel ’94 dalla vetta del Lhotse telefonò alla mamma con un cellulare. (Se fosse per questo, bisognerebbe ricordare anche quella volta che salvò un alpinista inglese in difficoltà sull’Everest, rinunciando alla vetta; gesto che gli valse una medaglia dal presidente Ciampi). Quando parla di record dimostra un provvidenziale senso del ridicolo: “Non essendo la nostra una disciplina codificata, dove non c’è pubblico né tracciato prestabilito né giuria, di record se ne potrebbero realizzare un’infinità: il primo che va scalzo sul K2, il primo paralitico che sale sull’Everest, eccetera”. Ma poi lo spirito di campanile lo tira dentro il gioco: “Bergamo è l’unica città al mondo ad avere quattro salitori dell’Everest: Virginio Epis di Oltre il Colle e Mario Curnis, quindi Mario Merelli e il sottoscritto, che lo abbiamo scalato entrambi due volte”. Oggi le vie “normali” sulle montagne himalayane (e non) sono autostrade intasate dal traffico di sherpa e guide che portano in vetta mediocri escursionisti. “Sono solo delle grandi sfacchinate, ma non richiedono doti tecniche speciali. Delle circa 1.200 persone che sono salite sull’Everest, solo l’un per cento sa fare il sesto grado”. Lì, in effetti, di avventura non se ne trova più. Meglio puntare a un settemila: ce ne sono 250 tuttora inviolati. Altrimenti si studia un approccio diverso, minimale. Come fa Moro: una spedizione ristretta di due, tre persone, che espone a percentuali di riuscita molto basse (lui parla senza vergogna di “un quaranta per cento di insuccessi”) ma consente di riscoprire l’identità autentica dell’alpinista: un naufrago davanti alla montagna in balia delle sue forze ma con una voglia matta di sopravvivere. Niente imprese in solitaria: “Si rischia troppo la pelle e conosco modi meno dispendiosi per ammazzarmi”. In effetti, una spedizione all’Everest costa tra i cinquanta e i centomila euro e il bilancio di un alpinista professionista come lui, nella dozzina dei migliori sulla piazza, è di cento-duecentomila euro l’anno.

Budget comunque limitati rispetto a spedizioni paragovernative come quella recente sul K2, un pachiderma tronfio di retorica autocelebrativa e privo di idee nuove. Sulla seconda montagna della Terra ci sono ancora tre pareti inviolate, invece hanno deciso di ripetere pedissequamente la via classica cercando di portare più gente possibile in vetta a piantare bandierine. D’altronde con Agostino Da Polenza, regista della spedizione allestita per il cinquantenario della conquista della vetta da parte di Compagnoni e Lacedelli, si erano annusati tempo fa e non si erano piaciuti affatto. Troppo diversi. Anche la querelle tra Bonatti e i superstiti della spedizione Desio l’ha stufato. Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti, fa capire Moro. Lui ha altro in testa. Ama l’inverno, quando sull’Himalaya cala un silenzio di ghiaccio ed evaporano tutti i tentativi di renderla commestibile. Non a caso il K2 (Chogori, la Grande Montagna, nel dialetto locale) non è mai stato scalato d’inverno. Non a caso solo la metà degli ottomila è stata conquistata anche d’inverno. E nessun alpinista occidentale, finora, c’è riuscito. Ce l’hanno fatta solo alcuni polacchi, scuola alpinistica dell’Est: mentalità militare fatta di spirito d’abnegazione e forte senso del collettivo, certo, ma anche un senso della misura e una sobrietà di mezzi che in determinate circostanze fanno la differenza. Ma soprattutto, la filosofia del “pakoist”. Moro l’ha imparata dai suoi amici kazaki, ai tempi della tragica spedizione sull’Annapurna. Rintanati al campo base per giorni e giorni in attesa che la tormenta finisse, loro erano sempre di buon umore e scoppiavano spesso in fragorose risate. Simone, stupito di tanta ilarità, li guardava con aria interrogativa. “Vedi – gli rispose Dimitri – noi russi siamo tutti un po’ ‘pakoist’, cioè non ci preoccupiamo per cosa succederà domani o per cosa ci riserverà il futuro. Se oggi c’è brutto domani farà bello, se oggi non ho soldi qualcosa succederà ugualmente. In ogni caso oggi sono vivo e del resto non me ne importa”. Insomma “pakoist” (in russo è una parolaccia). Contrario all’epica, ma anche alla retorica futurista del no limits (“Estremo è una parola che toglierei dal vocabolario dell’alpinismo”) Moro vive di un’utopia ben temperata. Pochi mesi fa è tornato sull’Annapurna: “Mi sono fermato a ottanta metri dalla vetta, faceva troppo freddo e io e il mio compagno rischiavamo il congelamento. Ho un conto aperto con me stesso, non con la montagna. Quella vince sempre”. E lui è qui a raccontarlo.

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