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Milingo Emmanuel

All’inizio è suono martellante di tamburi. Nella grande sala dello Sheraton di Roma trecento persone si alzano all’unisono voltandosi verso l’ingresso.

di Andrea Tornielli

30 Novembre 1999 alle 00:00

All’inizio è suono martellante di tamburi. Nella grande sala dello Sheraton di Roma trecento persone si alzano all’unisono voltandosi verso l’ingresso. Hanno tutti qualcosa in mano: un rosario, la foto di un parente malato, il fazzoletto di un amico in difficoltà. Qualcuno è inchiodato alla carrozzella, un signore di mezza età inizia a dimenarsi sotto lo sguardo un po’ torvo del servizio d’ordine in doppiopetto grigio. Nell’aria si percepisce una strana atmosfera di eccitazione. Lui, il vescovo stregone, l’esorcista scacciademoni con fama di guaritore, l’unico prelato della Chiesa cattolica ad aver inciso un cd da cantautore, fa il suo ingresso sorridendo dietro a un grande paio di occhiali. Milingo porta la mitra sul capo. È il grande nemico di Satana e delle malattie dell’anima. Con la mano sinistra regge un pastorale argentato mentre sulla destra spicca un grosso anello d’oro massiccio infilato a fatica, si intuisce, sull’anulare ugualmente massiccio. Il vescovo è preceduto da una processione di giovani religiose danzanti. Indossano i tipici costumi africani, lunghi fino ai piedi.

Appartengono all’Unione delle figlie del Buon Pastore
, ordine fondato dallo stesso Milingo: una di queste, suor Anna Alì, da oltre un decennio sostiene di vedere Gesù e di averlo pure fotografato (l’uomo della Polaroid, secondo gli scettici, assomiglierebbe un po’ troppo a un noto ritratto di Cristo di un pittore ottocentesco). La processione avanza, lentamente. Salti e balli ritmati sono attutiti dalla moquette beige del pavimento. Non c’è molta differenza tra questo corteo liturgico e tanti altri che si svolgono in Africa, o anche a San Pietro, durante cerimonie dedicate alla Chiesa del Continente nero. Eppure nessun alto ecclesiastico come monsignor Emmanuel Milingo, arcivescovo emerito di Lusaka esiliato a Roma nel 1983 a causa delle proteste dei confratelli, segretamente dimissionato un anno fa dall’incarico (di facciata) che la Santa Sede gli aveva affidato, è guardato con tanto sospetto da tanti vescovi. Soprattutto in Italia, dove ha dovuto incassare i divieti di cardinali del calibro di Carlo Maria Martini e Camillo Ruini. Troppo fanatismo tra i suoi seguaci, che sostano perennemente persino sulle scale del suo appartamento in via di Porta Angelica, di fronte alle mura vaticane, per chiedere grazie e guarigioni.

Troppe liturgie folkloristiche. Troppe speranze accese nei malati ansiosi di assistere a un miracolo. Troppi duelli all’ultimo sangue con il Maligno, che per Milingo si nasconde persino nei sottoscala dei palazzi vaticani. Ma se le porte di tante diocesi gli si chiudono in faccia, altrettante gli vengono aperte: il vescovo nero continua ad abitare a Roma e a dire messa in privato nella diocesi del Papa. Ha una casa-convento a Zagarolo, celebra affollatissime liturgie a Erbusco, in quel di Brescia, e privatissimi ritiri a Desio, nel territorio che ricade sotto la giurisdizione del cardinal Martini, il quale, dopo i divieti di cinque anni fa, sembra ora più propenso a chiudere un occhio. La messa ha finalmente inizio. Milingo parla nel suo italiano un po’ stentato. Al momento della preghiera dei fedeli, il vescovo esorcista intona un inno allo Spirito Santo. Tutti si alzano in piedi, protendendo le mani al cielo. Al termine della funzione, monsignore – così lo chiamano amici e seguaci – legge a voce alta le preghiere di guarigione. Testi perfettamente ortodossi, contenuti nei voluminosi benedizionali approvati dall’Autorità ecclesiastica, ma un po’ dimenticati. Scatenano una misteriosa frenesia tra la gente. Una donna vestita di rosso comincia a singhiozzare mentre cerca di attirare lo sguardo di Milingo sulla foto di un bambino. L’uomo di mezza età che all’inizio della messa si era dimenato, ricomincia a tremare in preda alle convulsioni. Non bastano i parenti a trattenerlo, interviene il servizio d’ordine. Disturbato psichico o indemoniato ve- ro? Il corpulento prelato africano non se lo chiede e benedice, tanto l’invocazione della misericordia divina fa bene sempre e comunque. La preghiera ha qualche effetto, almeno per il momento, e l’uomo ritorna in sé.

Quando monsignore scende gli scalini per ripercorrere il corridoio
centrale, i fedeli che fino ad allora erano rimasti fermi al loro posto, rompono le righe e cercano di avvicinarsi. Neanche gli uomini della sicurezza riescono a trattenerli. Milingo benedice, prega, impone le mani, accarezza i bambini. Sembra quasi di vedere il Papa. Sarà anche per questo che la giornalista Anna Maria Turi ha scritto un romanzo che ha per protagonista un Papa nero molto simile a Milingo, e che in copertina presenta un fotomontaggio: il corpo avvolto nel piviale pontificio è quello di Karol Wojtyla, la faccia, inconfondibile, è quella dell’arcivescovo emerito di Lusaka. La messa è finita. Milingo viene scortato dal servizio d’ordine in una saletta attigua. Qui riceve uno a uno i fedeli che hanno chiesto e ottenuto udienza. Ci sono anche molti vip, tra i seguaci di monsignore. A loro è concesso il privilegio di incontri riservati, in casa di amici. Qualche volta il ricorso al vescovo guaritore è l’ultima spiaggia di casi disperati, com’è accaduto per Gino Bramieri e Giovannino Agnelli. “Il più delle volte monsignore non ottiene guarigioni fisiche – dice un collaboratore – ma spirituali. Dopo averlo incontrato le persone accettano la sofferenza e muoiono più serene”.

Nato il 13 giugno di settant’anni fa nel villaggio di Mnukwa dello Zambia, fino all’età di dodici anni il futuro vescovo scacciademoni fa il mandriano, vive nella savana tra mucche e bestie feroci ed è completamente analfabeta. Ama la danza e la musica, partecipa con entusiasmo alle gare di canto del villaggio. Un giorno del 1942, mentre sta andando a caccia di topi, scopre che i missionari francesi hanno aperto una scuola vicino a Fort Jameson (oggi Chipata). Entra in seminario, diventa prete. Ha il carisma della comunicazione. Si occupa della radio cattolica di Lusaka. Magro come un chiodo, con la veste talare sembra un liceale vestito da carnevale. Nel 1969, a soli 39 anni, Paolo VI lo nomina arcivescovo di Lusaka, il primo di colore. Ma dopo quattordici anni, a causa delle proteste degli altri vescovi dello Zambia che mal sopportano i suoi esorcismi e la sua fama di stregone, è costretto all’esilio.

Papa Wojtyla lo accoglie a Roma e, dopo un periodo di clausura
, gli affida l’incarico fantomatico di Delegato speciale per la Pastorale dei migranti e degli itineranti. Che cosa è accaduto? Perché un brillante prelato in carriera, stimato dal Vaticano, si è trasformato in qualcuno da guardare con sospetto? La svolta avviene nel ’73, quando Milingo avverte una strana inquietudine interiore: “Mi pareva di essere fuori posto, mi sentivo più un manager che un discepolo di Cristo”. Decide così di prendersi un periodo di riflessione. Le parole di Gesù “andate, predicate il Vangelo, guarite gli ammalati e scacciate i demoni” lo assillano come un tarlo. Quando ritorna è un uomo cambiato: “Avevo cominciato a credere a quelle parole. Gesù non aveva detto ‘Provate a guarire’, ma ‘Guarite’. E inoltre, mettendo vicino malattia e disturbo diabolico, aveva fatto intendere che spesso la disarmonia fisica, la malattia appunto, poteva essere provocata dal nemico acerrimo dell’uomo, Satana”. Il Male personificato, che per molti teologi moderni è soltanto una fantasia o un simbolo, per Milingo diventa il Grande Avversario da combattere in ogni modo e con ogni mezzo.

Racconta di impressionanti lotte contro Satana
, di uomini e donne che davanti a lui si trasformano in esseri bestiali e lo aggrediscono. Racconta di guarigioni miracolose e di diagnosi soprannaturali. Ricorda la data del suo primo vero esorcismo, il 13 aprile 1973 su una giovane donna che tutti credevano malata di mente. Una donna intenzionata a uccidere il proprio bambino che da qualche tempo considerava un animale o un extraterrestre. “Le diedi la benedizione – racconta – con il segno della croce e improvvisamente sentii come una voce dentro di me che diceva: ‘Guardala tre volte intensamente negli occhi e chiedile di guardare tre volte intensamente nei tuoi. La terza volta, dille di chiudere gli occhi e ordinale di dormire. Poi parla alla sua anima, dopo averla segnata con il segno della croce’. Eseguii alla lettera. La donna fu pervasa immediatamente dalla potenza di Dio. Si rilassò dolcemente e così fui in grado di raggiungere la sua anima. Pregai intensamente. Poi la svegliai. Si sentiva bene”. Da allora non ha più smesso di esorcizzare, benedire e, forse, di guarire.

Circondato da almeno tre cordate rivali di collaboratori
che si contendono l’esclusiva nella gestione delle sue attività, Milingo vive in Italia dall’83 ma continua a comportarsi da africano. Non si fida troppo dei bianchi, vive alla giornata, senza agenda né telefonino, praticamente da nomade. Ha scritto almeno una cinquantina di libri, senza mai vedere una lira dei diritti d’autore. Ha inciso un cd con l’aiuto di Lucio Dalla, senza mai sapere quanto ha venduto. A spaventare i vescovi, più che la fama stregonesca che lo precede, sono alcune persone del suo entourage. È accaduto anche a un altro carismatico considerato un po’ troppo santone, Padre Pio da Pietrelcina.

di Andrea Tornielli

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