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Michèle Morgan

 “Lei mi piace molto”, dico, “perché ha l’aria di un capretto”. Dal fondo del divano rosso imperatore, un occhio chiaro mi guarda: Michèle Morgan. Porta alto il suo viso marino, umido di spruzzi d’acqua di mare, profumato d’alga. I suoi zigomi, ben disegnati, delineano occhi che interrogano. Qualcosa come un fuoco fatuo non smette di spegnersi e accendersi volta a volta, sotto l’architettura cadenzata di questo viso stupendo.

di Georges Beaume

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Lei mi piace molto”, dico, “perché ha l’aria di un capretto”. Dal fondo del divano rosso imperatore, un occhio chiaro mi guarda: Michèle Morgan. Porta alto il suo viso marino, umido di spruzzi d’acqua di mare, profumato d’alga. I suoi zigomi, ben disegnati, delineano occhi che interrogano. Qualcosa come un fuoco fatuo non smette di spegnersi e accendersi volta a volta, sotto l’architettura cadenzata di questo viso stupendo. Mi ascolta, il viso ora fra le sue mani lisce, da principessa bizantina; mi capisce? È qui e, lo sento, non è qui. Qualche istante, lo sguardo posato su una tela di Vlaminck, che le piace, e mi dimentica, senza fare attenzione. Esita a trovarmi simpatico. Lontano da me, si rannicchia nel suo divano: il suo rifugio. Ed eccoci entrambi impacciati per ciò che sappiamo l’uno dell’altra, come in vestiti troppo stretti. Ci guardiamo dall’alto in basso: come dei fidanzati che i genitori abbandonano discretamente dopo i liquori, e che non trovano niente da dirsi. Perché hanno troppo da dirsi, forse. Ho per prima cosa parlato di abbondanza; per niente, per dare aria alla bocca. Tutto nel genere “noia elegante”. Ora, contemplo Michèle Morgan, mentre bevo d’un fiato il mio Armagnac. Infine, non resistendo più: “Suvvia, lo ammetta, tutto questo l’annoia tanto quanto annoia me”, dico. “Non ha assolutamente voglia di frenarsi né di pavoneggiarsi, per permettermi in seguito di scrivere su di lei un articolo lusinghiero, e in quanto a me, non mi direbbe ciò che mi interessa…”.

Michèle Morgan sbatte rapidamente le ciglia.
Si illumina di un sorriso; si scuote, scrolla la testa: come una cerva a cui viene data una bracciata di avena. “Devo essere una pessima attrice”, dice, “dato che sono incapace di simulare ciò che non sento. Nulla mi fa paura come dover recitare non so quale personaggio, col pretesto che bisogna sedurre un giornalista, un produttore, un autore. Non amo per nulla uscire, vedere la gente. La compagnia di persone che mi piace mi basta ampiamente. Con loro, mi contento di essere me stessa…”. “E questo le va molto bene”, dico. “Ebbene, credo che abbiamo rotto il Michèle Morgan, una principessa bizantina incapace di mentire Georges Beaume ghiaccio. Se me lo permette, riprenderei volentieri da questo armagnac…” Nell’ombra soffice di questo appartamento degli Invalides, Michèle Morgan è raggiante come una domenica di Pasqua. “La servo”, dice. Indossa un vestito nero, molto semplice, come si dice. Di quella semplicità che sanno ricostituire solo gli stilisti più grandi: in questo modo non sono veramente semplici, nella vita, che i personaggi eccezionali.

Riempito il mio bicchiere, Michèle Morgan mi indica un posto accanto a lei, sul divano. Il suo gesto abbassa tra noi un ponte levatoio immaginario. “Sta rannicchiato là in fondo… Le faccio paura?”. “Un po’”, dico. “Confidenza per confidenza: era reciproco!”, dice. Ridiamo entrambi. L’armagnac e questa bella giovane donna radiosa mi danno un po’ alla testa. Gli amori del college sono morti, le rose di tante estati sono sfiorite. Michèle Morgan? Ricordate! Era il 1937, la belle époque, eccome! Quando comparve quella esile sfinge in trench, alla fine di uno di quei lungofiumi immersi nella nebbia in cui indugiava il cinema francese, mozzò a tutti il fiato. Un semplice berretto nero sull’orecchio (più conturbante, quel berretto, delle pettinature paradisiache delle divoratrici di uomini alla moda), il suo bello sguardo limpido rasente l’anima, Michèle Morgan ha avuto accesso al primo colpo alla nostra piccola mitologia portatile. I nostri padri poetavano a proposito di Marlene, le sue cosce da cavallerizza, la sua insolenza sfrontata, le sue occhiate. Noi rispondiamo loro: Morgan, venuta da chissà dove, prende al laccio la feroce debolezza. “Lei si chiamava Simone Roussel”, dico, come recitando la lezione. “È nata a Neuilly, come tutti. I suoi due fratelli, Pierre e Paul, le tiravano le trecce. Lei, faceva loro la linguaccia. A sedici anni (l’età in cui Giulietta muore!) faceva la comparsa.

Ha scelto di chiamarsi Michèle Morgan: un nome che si sarebbe scritto facilmente sui neon di Hollywood”. “Lei si dimentica di dire che ero innamorata di Robert Taylor”, dice Michèle Morgan. E questa confessione non sembra dispiacerle. “Ha fatto un po’ di teatro…”. “Poco, e male: meglio non parlarne”. “Infine, venne Marc Allégret”. Il provino per “Il caso del giurato Morestan”, la gloria dei quotidiani: Michèle Morgan era nata. Aveva diciassette anni. La sua carriera, a cominciare da là, prosegue con un’andatura da palmarès: “Il porto delle nebbie”, “Melodie celesti”, “La legge del Nord”, “Tempesta”, “Sinfonia pastorale”, “Con gli occhi del ricordo”, “Le Château de verre”: altrettanti primi premi per Morgan (Michèle). E poi Carné, Duvivier, Delannoy. “Quel che si dice frequentare buone compagnie, no?”. “André Gide mi ha detto che non lo avevo tradito, quando ho interpretato la Gertrude di ‘Sinfonia pastorale’. Eccola qua, la mia vera croce d’onore”. Poi, pacatamente, in un tono di chi sa ciò che vuole: “Ciò che mi interessa”, dice, “è il futuro”. “Come lo vede?”. “Non ho mai più girato con Marcel Carné dopo ‘Il porto delle nebbie’. Mi piacerebbe, vede, ritrovarlo un giorno. C’è sempre ‘La principessa di Clèves’, un ruolo meraviglioso, e la gioia di lavorare con Jean Cocteau e Jean Delannoy; ma il film dovrebbe essere girato in Technicolor e il preventivo è astronomico”.

Per quel che riguarda il teatro?”. “Ho una fifa blu del teatro. E perciò, ci penso spesso. Ma non sono sicura che l’esperienza che ho acquisito sul set mi possa essere di grande aiuto sul palcoscenico. Sono due mestieri diversi. E sono spaventata a priori da tutto ciò che so che ho ancora da imparare. Non è che la tentazione non sia forte. Ho perfino progettato di fare una tournée, l’anno prossimo, per tastare il terreno…”. Si siede sul tappeto color granato, spinge via un divano giallo acido, che le dà fastidio; da un comò stile Impero prende un cassetto colmo di foto, e rovescia il tutto. Ondate di Michèle Morgan (brune, bionde, felici, tristi, vere, false) si increspano attorno a lei. Va alla pesca, all’improvviso ne brandisce una fotografia, me la tende: “Sa che Mike flirta già con le ragazzine? Promette bene…”. Mike appare come un ragazzino deciso, nove anni, credo, e che non finisce di somigliare a sua madre. Michèle Morgan me lo mostra vestito da cowboy, vicino alla sua piscina di Hollywood, nella sua camera. Prende una pila di fogli variopinti, colorati in modo infantile e delizioso. “Guardi che bei disegni che mi manda, il mio piccolo ometto!”.

Una fosforescenza, una luminosità, che trasformano Michèle Morgan, davanti ai miei occhi, in una giovane donna felice, raggiante, non la stessa di prima, ma nemmeno un’altra; non è questa, la felicità? “Non ci attardiamo”, dice alzandosi. Con una pacca della mano, toglie le pieghe dal suo abito. In tutto il viso, palpita solo la sua narice dionisiaca. Non l’ho mai vista così bella.

di Georges Beaume, “Vedettes sans maquillage”, La Table Ronde

Michèle Morgan
Nasce Simone Roussel a Neuilly-sur-Seine, in Francia, nel 1920. Qualche comparsata già a 15 anni e poi, nel 1937, la notorietà raggiunta accanto a Charles Boyer in “Delirio”. L’anno dopo
è con Jean Gabin in “Il porto delle nebbie”. Lavora con tutti i maggiori registi francesi: Carné, Duvivier, Delannoy. Allo scoppio della guerra si trasferisce a Hollywood, gira tre film senza particolare successo. Tornata in patria dopo la guerra, ha il ruolo da protagonista in “Sinfonia pastorale” (1946), che le fa ottenere a Cannes il premio quale migliore attrice. Nel 1963 è in “Landru” di Chabrol, nel 1990 compare in “Stanno tutti bene” di Tornatore.

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