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Michael Portillo

La sera del primo maggio 1997 non la può dimenticare nessuno. La Gran Bretagna tutta restò sveglia per assistere alla storica caduta dei conservatori dopo i lunghissimi diciotto anni di governi non propriamente popolari. Dopo la mezzanotte molti iniziarono a stappare lo champagne a lungo tenuto a invecchiare in cantina, mentre i più ardimentosi e speranzosi avevano organizzato in anticipo feste a tema dal titolo “Siete invitati a casa nostra per veder cadere i tory – champagne a fiumi”.

30 Novembre 1999 alle 00:00

La sera del primo maggio 1997 non la può dimenticare nessuno. La Gran Bretagna tutta restò sveglia per assistere alla storica caduta dei conservatori dopo i lunghissimi diciotto anni di governi non propriamente popolari. Dopo la mezzanotte molti iniziarono a stappare lo champagne a lungo tenuto a invecchiare in cantina, mentre i più ardimentosi e speranzosi avevano organizzato in anticipo feste a tema dal titolo “Siete invitati a casa nostra per veder cadere i tory – champagne a fiumi”. Alle prime ore del mattino, una casa su due aveva le luci e il televisore accesi. C’erano euforia ed entusiasmo. Perfino gli elettori conservatori non ne potevano più e agognavano in un tripudio di perversione politica la sconfitta del loro partito naturale – l’innato senso della democrazia e dell’alternanza degli anglosassoni – e molti di loro, anche quelli che insistevano nel restare fedeli nel voto per i tory, non nascondevano le antipatie più o meno forti per alcuni personaggi particolarmente sgraditi, che in molti casi, a onor del vero, avevano veramente fatto di tutto per farsi odiare. Uno di questi, forse il più odiato di tutti, era un quarantenne dal bel portamento: Michael Portillo. Meglio noto come il beniamino di Margaret Thatcher, astro nascente sotto la di lei ala e poi con il successore John Major, due volte ministro, distintosi per antipatia, atteggiamenti reazionari, chiusura, ristrettezza di idee, prese di posizione fortemente destrorse, battaglie antigay da far impallidire Buttiglione, prese di posizione contro gli immigrati, contro l’Europa e così via. Stando ai giudizi non sempre scientifici ma quasi sempre efficaci del tabloid, Michael Portillo era forse il politico più detestato in assoluto in Gran Bretagna. Lance Price, reporter politico della Bbc per quelle elezioni, ha ricordato: “Alla fine risultò che la mia era stata la notizia più grossa di quella notte… Quando finalmente mi presentai in diretta su Bbc1 e annunciai che potevo anticipare quasi con certezza che Michael Portillo stava per perdere il suo seggio, provocai la più grande esplosione di esultanza di massa in Gran Bretagna, almeno dal tempo della vittoria della Coppa del Mondo di calcio nel 1966!”. Un po’ di civetteria giornalistica, certo. Ma è pur vero che la frase “Were you up for Portillo?” (“eri ancora in piedi per Portillo?”), divenne il tormentone del dopo-elezioni per chiedere a qualcuno se fosse stato alzato abbastanza da gustarsi quella notizia. Erano circa le tre di notte e nella mia via si udì un boato come non ho udito nemmeno quando nel 2003 l’Inghilterra vinse la Coppa del Mondo di rugby. E fu pure il momento in cui anche il cauto e politicamente riluttante Tony Blair, rassicurato che le elezioni erano vinte e la maggior parte del paese soddisfatta, se ne andò finalmente a letto, certo che ormai non ci potessero più essere sorprese. Perché se la circoscrizione di Portillo, Enfield Southgate, zona popolata da lettori del Daily Express, vale a dire piccolo borghese e molto tradizionalista, non solo non aveva votato per un tory, ma aveva eletto a suo rappresentante Alan Twigg, un giovane intellettuale laburista e apertamente gay, era proprio segno che la vittoria del New Labour sarebbe stata colossale. Ebbe infatti una maggioranza di 169 seggi, cosa assolutamente inaudita e praticamente irripetibile.

La sconfitta per i conservatori fu resa ancora più grave proprio dal fatto che Michael Portillo non era stato rieletto nel suo seggio, da tutti giudicato sicuro anche in caso di previsto tracollo conservatore. Poi c’è il senno di poi. Se Portillo fosse stato rieletto parlamentare, sarebbe quasi sicuramente divenuto il nuovo leader del partito, e né William Hague né Duncan Smith sarebbero mai ascesi a tale elevato rango, né, probabilmente, il partito sarebbe rimasto nello stato di declino in cui tuttora versa e da cui difficilmente si solleverà prima delle prossime elezioni. Specie dopo che dal dimenticatoio della storia, cosa rarissima nella prassi politica britannica, è stato riesumato nientemeno che Michael Howard, di thatcheriana memoria e di cui i maligni hanno subito rivangato gli antenati transilvani. Per Portillo, però, la solenne trombata elettorale del 1997 forse non fu del tutto un male. Anzi. Il duro sistema britannico dell’uninominale secco non consente rientri per il rotto della cuffia, con riporti, conteggi avulsi, quote proporzionali e altre diavolerie. O si perde o si vince. È un sistema, come si sa, di matrice rigidamente protestante: o paradiso o inferno, niente purgatorio. Michael Portillo quindi, bocciato dall’elettorato, si vide costretto a stare lontano dalla politica, il che gli diede l’opportunità di riflettere, di ripensare come Napoleone all’Elba alle cause della disfatta e, alla fine, di ricrearsi un’immagine e un personaggio del tutto nuovi. Non per opportunismo, come non pochi cinicamente credono, ma molto probabilmente per convinzione. Le batoste servono anche per schiarirsi le idee; quelle politiche, poi, per un uomo pubblico, possono essere molto salutari, e di certo sono l’essenza della democrazia. Sta di fatto che al nostro Michael servirono a riscoprire le proprie radici, la propria fede, la propria anima. E a ripresentarsi rinnovato e, a detta di molti, persino migliorato al pubblico che l’aveva respinto. Michael Denzil Xavier Portillo nasce in Inghilterra nel 1953 da un intellettuale spagnolo antifranchista profugo ed ex combattente repubblicano della guerra di Spagna. La madre è invece una scozzese liberale, che fino a poco tempo fa lavorava ancora come volontaria per Amnesty International, ed entrambi i genitori non hanno mai condiviso le scelte politiche del figlio. Anzi se ne vergognavano perfino. Almeno quanto erano invece stati orgogliosi del fatto che il figliolo avesse ottenuto un posto a Cambridge, nell’antico College di Peterhouse, da cui uscì con una laurea con lode in Storia e con una nomea che gli valse, specie negli anni in cui faceva il politico tory più duro, gli appellativi di ipocrita e traditore. Peterhouse, prima ancora che per l’eccellenza dei docenti e l’acume dei discenti, è noto infatti per il primato, pur in un posto come Cambridge, negli amori omosessuali, ovviamente maschili, e il giovane Michael ben si inserì in cotanta tradizione.

Tra le varie storie che furono rivelate in seguito, brilla un rapporto durato ben otto anni con un compagno di università, un certo Nigel Hart che con gran signorilità e discrezione mai ne tradì la fiducia, anche quando l’ex amante si orientò in direzione non solo politica opposta alla sua. Con i suoi strali antigay e le sue posizioni che sorpassavano a destra pure la Lady di Ferro, non stupisce che in quegli anni Portillo si sia conquistato da ogni lato gli odii che esplosero nel boato di esultanza nella famosa alba del 2 maggio 1997. Politica a parte, pareva facesse di tutto per risultare odioso a prima vista e a tutti. Quale sia la sua faccia più veritiera è però tutto da verificare. Nel momento in cui, come pugili sul ring, i candidati della sua circoscrizione ritti sul podio ascoltavano i risultati e lui, prendendo atto della sconfitta applaudiva il vincitore incredulo (poiché in realtà aveva accettato di presentarsi certo di non riuscire), una battuta di spirito pronunciata con un sorriso mai visto prima sul suo viso, fattosi di colpo molto ispanico, rivelarono una persona inaudita. Anzitutto si diede alla riscoperta, o meglio alla scoperta, delle proprie origini spagnole, compiendo un viaggio-pellegrinaggio nella terra dove aveva vissuto metà dei suoi avi. Che non erano stati tutti contro Franco, ovviamente, e nemmeno anticattolici. Contro Santa Romana Chiesa, in realtà, non era neppure il suo sovversivo padre se, pur avendo sposato una protestante scozzese, ha insistito per educarlo cattolico romano. Quali che fossero le sue convinzioni, c’è in ogni caso chi è pronto a giurare che Michael Portillo sia in tutto e per tutto solo un opportunista sensazionalista con forti dosi di protagonismo, tesi suffragata dal fatto che, in questa sua full immersion nella memoria e nella tradizione latina, si fece seguire dalle telecamere della Bbc. Ma come che sia, Portillo ne uscì come un personaggio nuovo, umano e piacevole, oltre che telegenico e divertente. L’avventura spiritual spettacolare culminò a Santiago di Compostela. Illuminato dal santo Matamoros, cambiò radicalmente come persona e anche come uomo politico, tanto da “uscire allo scoperto” come “ex gay”, cosa su cui erano sempre corse voci insistenti e circostanziate. Della qual cosa, in verità, c’è qualche dubbio che il santo patrono di Compostela possa essere contento. Subito fu contestato dai pignoli, che scontenti più di Santiago sostennero che la cosa non ha senso, e che esser gay non è malattia da cui si guarisce. Decisamente, però, la meno felice di tutti fu la legittima moglie, non propriamente entusiasta né del fatto in sé, né della scelta del marito di non averle anticipato la sua intenzione di “uscire allo scoperto”. Comunque, per uno che si era battuto come un leone contro l’estensione dell’età minima per i rapporti sessuali eterosessuali anche ai rapporti omosessuali, e che da ministro della Difesa del governo Major nel 1994 aveva fatto drasticamente bocciare le proposte di apertura della carriera militare ai gay – o la possibilità di rivelarsi omosessuale senza dover lasciare la divisa per chi, già nell’esercito, tale fosse – era un vero salto.

In questa nuova veste di riformato si presentò come candidato in uno dei seggi conservatori più sicuri al mondo, quello di Kensington and Chelsea e riuscì a convincere i membri del partito locale a designarlo, su duecento possibili scelte, come loro candidato, dopo la morte di un altro personaggio eccentrico, ma assolutamente di destra e impenitente, come Alan Clark. Ovviamente vinse, ma il suo intervento al successivo Congresso di partito, nell’autunno 1999, lasciò perplessi molti. Portillo parlò in spagnolo, descrisse la sua esperienza come umile barelliere di ospedale, si disse a favore del salario minimo, contro un abbassamento delle tasse, elogiò l’Europa, si dichiarò a favore di una ratificazione legale delle unioni omosessuali e della legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. Lui, che al tempo della Thatcher era stato ferocemente contrario alla concessione dell’asilo ai profughi politici (alla faccia del caro papà, arrivato esule e subito accolto in Inghilterra), esortò tutti quanti a diventare il partito “degli omosessuali e dei profughi”. I vecchi fedeli seguaci di Margaret Thatcher inorridirono, i membri della corrente riformista soft “One Nation Conservative” rimasero pure loro perplessi e non si fidarono. Imperterrito, dopo la nuova sconfitta conservatrice del 2001, Portillo entra in lizza per subentrare a William Hague come leader dello scalcagnato Partito conservatore. Intervengono contro di lui vecchi sostenitori e persino la sua antica madre-madrina politica, ora baronessa Thatcher, che lo liquida con un raggelante “il poveretto è confuso”, e Lord Tebbit che fa una dichiarazione di voto a favore di Ian Duncan Smith, definendolo un “normale uomo di famiglia con figli”. Come è risaputo, alla fine vince Duncan Smith, che pur essendo un “normale uomo di famiglia” non riesce a tirar su il partito dalla sua ormai lunga depressione. Michael perde, e come se non bastasse esce terzo, battuto pure da Kenneth Clarke, il che è interpretato da tutti, lui compreso, come un fatto decisamente umiliante. Per la cronaca, anche Portillo è sposato, fin dal 1982, con un’amica d’infanzia; ma non ha figli e in ogni caso tutti sanno che esistono anche i matrimoni di convenienza. Sicuramente durante la campagna non l’ha aiutato la notizia del fatto che l’ex amante Hart – che aveva chiarito di non esser stato né il primo né soprattutto l’ultimo nelle relazioni gay dell’ex ministro della Difesa – sia morto di Aids nel 2000. Voci di altro genere invece insinuano che abbia preso in considerazione l’idea di entrare nel Labour di Blair, ma per il momento non pare che la cosa decolli. Anzi, dato che di recente si è assunto la direzione di uno spettacolo televisivo in cui coordina, stimola, media e suscita domande controverse su un diverso tema politico una volta a settimana, intorno a un tavolo dove è imbandita una lauta cena a cui sono invitati storici, giornalisti, politici, è quasi certo che la politica attiva, come suole farsi in questi casi in Gran Bretagna, la metterà da parte per un altro po’. L’idea dei commensali è certamente originale, almeno per quanto riguarda la tv inglese, e ha molto di mediterraneo. È anche tornato sulle tracce della sua metà scozzese, di cui presto andranno in onda i risultati filmati. La cosa che però più di tutte ha suscitato l’interesse e il divertimento del grosso pubblico è stata la sua partecipazione a una puntata di uno spettacolo di reality tv molto particolare, in cui famosi personaggi politici sono costretti per una o due settimane a calarsi nei panni di comuni mortali. Scelto un personaggio reale della vita di ogni giorno, devono provare a calarsi nella sua quotidianità. Il Nostro scelse di fare la madre single con quattro figli in età scolare, un misero lavoro in un supermercato di alimentari popolare e, per uno che non ha esperienza in nessuna di queste cose, se l’è cavata piuttosto bene. Ne è uscito simpatico, attento al prossimo, entusiasta e quasi amabile! Lui che non ha esperienza come genitore si è comportato come se non avesse mai fatto altro in vita sua e sembrava del tutto a proprio agio nei panni di una umile proletaria di un quartiere periferico e derelitto di Birmingham. I ragazzini gli si sono affezionati e i telespettatori l’hanno trovato irresistibile.

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