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Marlene Dietrich

“Ho detto che non ci sono!”. La voce di Marlene Dietrich al di là della porta era quella di una bambina con molto catarro. Avevo appena appoggiato il dito al pulsante e lei si era fatta sentire. “Andatevene!”. Poi con un tono più basso: “Farò tagliare i fili del campanello!”. Non aprì quel giorno e tutti i giorni successivi.

di Gino Nebiolo

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Ho detto che non ci sono!”. La voce di Marlene Dietrich al di là della porta era quella di una bambina con molto catarro. Avevo appena appoggiato il dito al pulsante e lei si era fatta sentire. “Andatevene!”. Poi con un tono più basso: “Farò tagliare i fili del campanello!”. Non aprì quel giorno e tutti i giorni successivi. Il portiere del palazzo al numero 12 di avenue Montaigne mi teneva informato sugli stati d’animo della diva: quando era giù di morale, quando aveva alzato il gomito, quando era furibonda con qualcuno o qualcosa, quando gli ufficiali giudiziari arrivavano con il camioncino dei sequestri, quando era allegra e spensierata. Ma non volle mai aprire né rispondere ai miei biglietti. Avevo anche tentato col critico letterario del Figaro, Alain Bosquet. Sua moglie Norma era stata assunta (senza stipendio) da Marlene come segretaria particolare fin dal giorno del trasloco definitivo a Parigi, nel 1977, ed egli era l’unico uomo al mondo a godere delle sue confidenze, limitate però alle sole conversazioni telefoniche. Nemmeno Alain l’aveva mai vista da vicino. Tutte le sere tardi Marlene lo chiamava per raccontare, lagnarsi, protestare, imprecare, ma persino a lui la porta di casa restava sbarrata. Eccettuati dunque Norma, il portiere, la donna a ore (due ore al pomeriggio) e una ricca vedova americana che si era offerta di rassettare le stanze, a partire dall’estate del 1985 la diva ormai ultraottantenne rifiutava di vedere chicchessia. Anche le visite d’affari erano faticose e bizzarre.

L’ultimo denaro glielo aveva elargito il produttore americano di una nuova vodka che voleva mettere l’autografo di Marlene sulle bottiglie. La trattativa con l’emissario dell’industriale incontrò serie difficoltà perché avveniva attraverso la porta chiusa della camera da letto. I due non si capivano, lei piuttosto sorda e lui irritato dall’umiliazione. Combinarono per 50 mila dollari, ma l’attrice avrebbe potuto spuntarne il doppio se avesse accettato di farsi vedere. “Ho un bisogno spaventoso di soldi” confidava ad Alain, come fosse una novità. “Per denaro io darei il mio nome a qualsiasi cosa. Tranne alle capotes”, che sono i preservativi. Non voleva che un estraneo vedesse come l’aveva ridotta la vecchiaia. Il declino e l’attesa della morte li visse senza mai uscire da quell’appartamento in cui si era reclusa, quattro stanze al quarto piano, con le finestre che davano sulle vetrine di Valentino. Ma gli avvolgibili erano sempre abbassati: ciò che accadeva sulla strada più elegante di Parigi, e più in là, a Parigi, e ancora più in là, nel mondo la lasciava indifferente. Abbandonata anche la lettura dei giornali scandalistici inglesi e americani che l’avevano sempre attratta, le restava la televisione ma soltanto quando andavano in onda certi suoi film (non l’“Angelo azzurro”, che aveva finito per odiare) e certi film delle sue rivali in arte, Greta Garbo soprattutto e Bette Davis, per rinnovare la verifica della loro inferiorità. Quando seppe che la Davis era stata insignita della Legion d’Onore, Marlene, alla quale la rosetta l’aveva appuntata il generale De Gaulle per meriti patriottici, afferrò il telefono, si fece passare il presidente Mitterrand e gli servì una scenataccia: “Non si vergogna? Lei dà la Legione a cani e porci. Restituirò la mia!”. Mitterrand cercò di riparare mandandole un cesto di rose e lei, che detestava i fiori recisi, le diede al portinaio. L’assillo che l’accompagnò fino alla tomba fu il denaro.

Era una spensierata scialacquatrice e appena metteva le mani su una mazzetta di banconote la polverizzava comperando di tutto, per sé ma anche per gli altri e in particolare per la figlia Maria, con la quale aveva un rapporto tempestoso: non la incontrava da anni, quando le parlava per telefono o le scriveva era per coprirla di contumelie, del resto ricambiate. “Maria mi esecra. Non mi perdona di essere stata la testimone della mia giovinezza incosciente, delle mie follie”. Diceva anche di amarla. “Non posso lasciarle soldi né immobili né altro. Ma le lascerò l’esclusiva dei miei eccessi. Potrei ricavare un sacco di quattrini dal racconto di quel mucchio di letame che ho sempre tenuto nascosto. Non lo faccio per lasciare questo boccone a Maria, che sa tutto e lo venderà al maggiore offerente. Se è furba potrà arricchirsi”. Diceva che la vita era stata con lei tanto generosa dopo il successo a Hollywood quanto avara negli anni di Berlino, della povertà, dei compromessi con la coscienza. “La vita mi ha insegnato a chiedere per prima cosa: quanto mi dai?”. Prendeva i soldi ma sapeva anche rifiutarli. Un’ammiratrice del Minnesota le offriva 15 mila dollari per scrivere sul frontespizio di un romanzo di Hemingway qualche frase che ricordasse il suo amore per lo scrittore. Rifiutò con sdegno come le chiedessero di violare un ricordo: “Vogliono che io metta a nudo il mio côté putain”, e rifiutò anche una intervista alla tv tedesca con la scusa di un viaggio in Giappone, impossibile a lei, quasi paralizzata in poltrona con una gamba rotta e un occhio cieco.

Sarebbe morta di fame per salvare almeno il mito.
Quelle offerte erano del 1986 ma quattro anni prima si era rassegnata a lasciarsi intervistare per le reti americane da Maximilian Schell contro il pagamento di 200 mila dollari. Non sopportava la boria di Schell, che riteneva un imbecille. Durante le numerose sedute avevano sempre litigato, Marlene lo accusava di porre domande indegne della sua leggenda e della sua intelligenza e lui, offeso, aveva abbandonato il set. “L’offesa è il lusso dei fannulloni e degli idioti” disse a Bosquet. “D’altronde questo lavoro non mi piace: mi prostituisco per dello sterco”. Quando Schell le annunciò che avrebbe proiettato l’intervista in anteprima al presidente Reagan e alla moglie Nancy, la vegliarda si attaccò al telefono, e supplicò la first lady di annullare con qualche scusa la visione. Nancy obbedì senza cercare di sapere il perché. Anch’io tentavo di intervistarla. Soltanto la sua voce destinata alla radio, certo, non le immagini. Alain si fece mediatore ma un po’ per togliermi dai piedi e un po’ perché proprio non le andava, Marlene mi chiese una somma spropositata e chiudemmo lì. Rimasi comunque all’erta con sfiducia. Non si poteva mai sapere. Anche perché gli uscieri l’assediavano. Il proprietario della casa era un barone belga che non vedeva un centesimo da anni. L’attrice cercò di sottrarsi al sequestro dei mobili mandando a New York i due pianoforti e un secrétaire.

Doveva anche una quantità di arretrati delle spese condominiali.
Tacitò il barone con un acconto che non ebbe seguito e l’usciere si ripresentò con i facchini. La Dietrich era sconvolta ma trovò la forza di ridergli in faccia: “Non possiedo più niente. Se vuole, si accomodi, sequestri pure queste”. Erano trenta scatole di kleenex. Quando il debito raggiunse i 150 mila franchi, il barone annunciò che sarebbe ricorso al tribunale. Toccò a Bosquet andare dall’ambasciatore del Belgio, Cahen, e minacciare uno scandalo: “Non si può mettere sul marciapiede Marlene Dietrich!”. Cahen intervenne, intervenne la famiglia reale belga e per il momento ogni azione fu sospesa. Marlene aveva conservato la dignità e la forza di difendere le apparenze. Respinse l’idea infelice di una colletta pubblica attraverso il Figaro e mandò un avvocato a vuotare la cassetta di sicurezza in banca. La cassetta conteneva soltanto gioielli di scarso valore. Mancava la collana più grande, che valeva una fortuna. “Me l’hanno rubata!”. piangeva dimenticando forse di averla venduta lei stessa. “Dite al mio legale di New York di portare subito da Christie’s il Renoir, l’Utrillo, gli altri quadri. E si dia da fare per liquidare anche l’appartamento di Park Avenue”. L’appartamento era gravato da ipoteche e invendibile. I quadri spariti, anche quelli probabilmente liquidati chissà quando.

Lei era convinta che glieli avessero sottratti gli avvocati, gli amministratori, la figlia.
La sua memoria non reggeva più. Cedette invece alla pressione di un mercante che serviva musei di provincia e cinefili arrabbiati. Dalla Germania chiedevano i vestiti che aveva indossato nell’Angelo Azzurro e nell’Imperatrice rossa. “Sono pazzi a pensare che io abbia conservato quella roba!”. Intascò 20 mila franchi per un abito lungo dell’ultima tournée in Inghilterra e in Australia, 15 mila per una camicia del film Gigolo. Frugava negli armadi e Norma Bosquet faceva partire guanti, scarpe, maglie. Rifiutava soltanto di vendere i reggiseni e le mutandine: “Me li chiede quella gente disturbata, quei piccoli pederasti per i quali io rimango il mito della mamma incestuosa”. Gli organizzatori di un’asta benefica a favore della danzatrice Katherine Graham, che viveva uguali tormenti, volevano il suo famoso cappello a tubino degli anni 30, ma era introvabile. Alain ne scovò uno più o meno simile al mercato delle pulci, Marlene lo mandò con una lettera affettuosa e fu felice alla notizia che aveva fruttato 100 mila dollari. Forse per scacciare i fantasmi si rifugiava in una Marlene di sua invenzione, scartando ciò che del passato la imbarazzava, e finiva per credere alle sue deformazioni. Nel primo periodo parigino, quando a qualcuno era ancora possibile avvicinarla, l’autoritratto in pubblico era quello di una donna normale, rimasta fedele al marito. Soltanto in privato, con Norma o Alain, ogni tanto le piaceva riandare indietro nel tempo senza infingimenti: ma aveva sempre bisogno di un aiuto. “Alain, come si chiamava quel generale americano che ha fatto la campagna d’Italia e che mi sono portata a letto?”. “Mark Clark. E con quali altri generali, Marlene?”. “MacAuliffe e Bagin. Erano giovani, belli e gloriosi”. “E Bradley?”. “Quello là era impotente”. “Patton?”. “Che orrore!”. “Eisenhower?”. “Segreto di Stato”. Raccontava di essersi innamorata di Ronald Reagan ai tempi di Hollywood.

A suo dire con lui non era successo nulla ma si consideravano amici. Nel 1981 Reagan partecipò a Versailles a un vertice di capi di Stato. Si ricordò della Dietrich, sapeva che era inferma, le telefonò. Voleva vederla, andare da lei. “Ron, it is too late”, rispose. Ad Alain confidò di avere avuto una gran voglia di fare l’amore con Raf Vallone. Accadeva poco dopo essersi trasferita a Parigi, quindi già vicina ai 75 anni. Saputo che l’attore italiano era sceso al Raphael lei vi aveva preso una suite e preparato il tranello per incontrarlo in ascensore o nella hall. L’incontro ci fu: uno scambio di saluti, di sorrisi e di frasi sul tempo piovoso. “Quell’animale non ha capito niente, posava da uomo d’affari, aveva fretta. Non badava alle mie avance. Avrei mangiato i fiori che mi mandò forse per farsi perdonare!”. I malanni non le impedivano di consumare la razione quotidiana di whisky e di accompagnare i pasti, se aveva il denaro, con Petrus riserva. Allora si trascinava dal letto al divano cantando una vecchia canzone militare che dice: “Stenderemo la nostra biancheria sulla linea Sigfrido”. La morte non la ossessionava quanto il terrore di non apparire, dopo, come la gente la ricordava.

Temeva che il portiere e la domestica vendessero ai giornali la notizia del decesso e che i fotografi si impadronissero del suo cadavere. Verso la fine cambiò canzone e passò a una ballata di un suo antico paroliere: “E quando morirò, non pagare il prete”. “La solitudine è una stanza buia in cui tutto si confonde”, dice a Norma nel giorno del novantesimo compleanno. Come si sa, Marlene Dietrich è morta di attacco cardiaco il marzo successivo. Non si era mai fidata dei medici. Il destino le diede ragione. Mezz’ora prima un famoso cardiologo l’aveva visitata complimentandosi: “Lei ha il cuore di una ragazza, Marlene”.

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