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Marilyn Monroe

Non sono Norman Mailer, e parlerò di una persona che ho conosciuto. Non di un mito, non di un “poster”. Parlerò di una vicina di pianerottolo che aveva simpatia per la sua vicina di pianerottolo. Montand tornava dallo studio per primo, faceva la doccia e si scagliava con rabbia sul testo che doveva memorizzare per l’indomani.

di Simone Signoret

30 Novembre 1999 alle 00:00

Non sono Norman Mailer, e parlerò di una persona che ho conosciuto. Non di un mito, non di un “poster”. Parlerò di una vicina di pianerottolo che aveva simpatia per la sua vicina di pianerottolo. Montand tornava dallo studio per primo, faceva la doccia e si scagliava con rabbia sul testo che doveva memorizzare per l’indomani. Quando Marilyn arrivava a sua volta, trovava generalmente Arthur e me in casa sua o nella mia. Lei era ancora truccata, diceva: “Faccio il bagno e vengo”. Tornava con una vestaglietta di raion blu pervinca con pois bianchi. Struccata, priva delle ciglia finte, scalza, il che la rendeva un pochino tracagnotta, aveva la faccia e l’aspetto della più bella tra le contadine dell’Ile-de-France. La ciocca sulla fronte, rigida perché era stata pettinata dalla parrucchiera a contropelo, era scomparsa. Riappariva la punta. Era una puntina molto graziosa, ricciutella, che le divideva la fronte a metà o quasi. Lei la odiava, ne diffidava. Ne diffidava perché, stranamente, le radici di quei capelli, spumosi come quelli di un bimbetto, erano molto restie alla decolorazione platinata.

La bella ciocca che ricade sull’occhio, apparentemente casuale a forza di cotonature ripetute, era uno scudo contro la radice che tradisce nei primissimi piani. Sin dall’inizio della nostra vita di vicine di casa me l’aveva spiegato. Così come mi aveva anche detto: “Guarda, credono tutti che io abbia delle belle gambe lunghe; invece le ho storte e corte”. Come “Marilyn” l’ho vista solo tre volte in quattro mesi. Una volta per il cocktail gigantesco di Spyro Skouras, una per l’unica volta in cui siamo andati tutti e quattro a cenare in città; un’ultima volta quando si era preparata per andare a ricevere il Globo d’oro, unico omaggio artistico mai fattole da questa città. Per platinare i suoi capelli e far fuori la punta più scura, recalcitrante, faceva venire a proprie spese una vecchissima signora da San Diego. Questa vecchia signora era una decoloratrice della Metro-Goldwyn-Mayer in pensione. San Diego è presso il confine col Messico. Era stata lei a platinare Jean Harlow per tutta la sua breve carriera. Almeno così affermava. Ogni sabato mattina, la decoloratrice della compianta Jean Harlow prendeva il suo aereo a San Diego, atterrava a L.A.; la macchina di Marilyn l’attendeva all’aeroporto e la portava fino alla cucina, cioè alla cucinotta del bungalow n. 21.

Non appena il triangolino era stato trattato con serietà
e in silenzio, la vecchia signora, che punteggiava il suo discorso di “Deary”, “Sweetie”, “Sugar”, riprendeva il racconto nel punto in cui esso era stato sospeso. A sentirla, Jean Harlow si faceva certo decolorare ventiquattr’ore su ventiquattro, dal momento che la signora non era mai stata assente, neanche per un minuto, dalla vita quotidiana, amorosa, coniugale e perfino agonizzante della sua star. Mi faceva ridere essere stata decolorata dalla signora che pretendeva di essere la creatrice di un mito ampiamente esposto nei giornali della mia adolescenza. Non faceva ridere la mia compagna. Ci credeva. L’amava e la rispettava. Le pagava i viaggi di andata-ritorno dal confine messicano, le passeggiate nel macchinone, i tramezzini col caviale. Era una forma di associazione tramite interposta persona tra la “Bionda” del primo tipo e la “Bionda” che lei era diventata. Doveva anche essere (ma questa è una riflessione di oggi) la mano tesa a una persona dimenticata. Le cucinotte gemelle non servivano soltanto da saloni di pettinatrice. Capitava loro di fungere anche da cucine. Raramente, devo ammettere, però ci è pur capitato una volta o due di giocare a cucinare.

Ci fu in particolare un banchetto di pastasciutta confezionata con l’aiuto delle nostre due scienze, la sua acquisita nella famiglia Di Maggio, la mia da suocera e cognate, che ci procurò molti complimenti al momento della degustazione. Miller e Montand erano orgogliosi delle loro mogli. Dopo cena lavavamo i piatti e spartivamo la posateria, le stoviglie e i bicchieri che avevamo messi in comune per l’avvenimento. Avevamo giocato alla cenetta intima. Aveva anche un’altra vestaglia, un gran coso lungo di velluto cremisi. Era un regalo di Miller per il 1° gennaio 1960. Quando indossava questa vestaglia, si metteva anche intorno al collo, o a mo’ di diadema nei capelli, una collanina d’ambra grezza. È l’unico gioiello che io le abbia visto, oltre a un paio d’immensi pendagli di strass. Parlo di ciò che Marilyn indossava all’interno del bungalow n. 21, perché usciva dal bungalow n. 21 solo per andare a lavorare al mattino prestissimo, tornarci finito il lavoro, e non muoversene né al sabato né alla domenica. Usciva solo per fare un lavoro che ovviamente le piaceva poco. Questo perché nella sua vita si era avvicendata una moltitudine di persone per ficcarle in testa che era tutto tranne che un’attrice. Che senza di loro era incapace di dire “pioverà” in modo giusto. Aveva finito col crederci. Le costavano una fortuna, e lei pagava. Pagava anche per essere stata stellina in una città che aveva profuso un enorme capitale per farne una star.

Avevano trovato che la piccola Marilyn, stellina, era “cute”.
La odiavano per essere diventata la Monroe. Per questo lei preferiva rimanere in casa. Ma c’era anche dell’altro. E per questo, devo tornare alle chiacchiere davanti alle fiamme artificiali con il mio vicino, il nostro autore, suo marito, mio amico: Arthur Miller. Come raccontava bene il modo in cui lei l’aveva tratto fuori dalle catacombe antimaccartiste nel 1955! Come era giunta in incognito con lui a Washington, quando egli stava per passare davanti alla Commissione per le attività antiamericane. Come si era nascosta dal suo avvocato. Come la stampa aveva avuto sentore della presenza in città della “Bionda”, al punto da assediare la casa dell’avvocato. Come si era presa il tempo (le occorrevano tre ore: lo so, l’ho vissuto) per trasformarsi in “Marilyn”, e finalmente apparire così come l’aspettavano quei trecento pescecani, simile alla sua leggenda, smancerosa e sussurrante. Con smancerie e sussurri, davanti al portone dell’edificio, sul marciapiede di quella via di Washington, aveva chiesto loro in virtù di quale diritto si arrogassero il diritto di chiederle conto del suo amore per un uomo che amava.

Se lo amava, era perché lui era rispettabile, buono, onesto
– e di conseguenza perché e in nome di che cosa era costretto proprio in quell’istante a fare da accusato davanti a un tribunale di burattini fascistizzanti? In quel momento, aveva messo tutto sul piatto della bilancia. Potevano capitare due cose: la sua distruzione totale, oppure la riabilitazione nell’opinione pubblica di un uomo che, come diversi altri, non aveva più un passaporto, le cui opere non venivano più recitate né pubblicate. In effetti, fu l’inizio della prima morte di McCarthy. Mi ha anche rotto le tasche, Marilyn. Era un po’ fastidioso sentirla raccontare come era stata felice e ispirata durante i mesi in cui aveva fatto una serie di foto per Avedon. Era la serie, del resto notevole, in cui incarnava tutte le grandi dive degli anni Trenta. A sentirla, le uniche gioie di attrice che avesse mai provate si erano concretate nei travestimenti che la facevano essere ora Marlene, ora la Garbo, ora la Harlow. Non aveva altri buoni ricordi professionali. Nessuna di quelle storie di risate a crepapelle con gli amici, di mistificazioni a danno del bersaglio abituale, di baci sonori dopo una scena in cui si sente che si è recitato bene insieme. Tutto questo le era estraneo. Mi faceva raccontare le mie storie, che non erano né più originali né più comiche o sconvolgenti di quanto possano raccontare tutti gli attori, in tutti i paesi della terra; parlavano di meravigliosa complicità, come quella della scuola quando si è bambini.

È possibile che questa complicità l’abbia incontrata per la prima volta in vita sua girando con Montand, e questo spiegherebbe tante cose avvenute in seguito. Le raccontai una sera “Ai cavalli si spara”, consigliandole di affrettarsi a procurarsi i diritti del libro che conoscevo perfettamente per averlo interpretato alla radio nel 1946, quando ero incinta di Catherine. Fu quella sera, ascoltandomi, mentre Montand faticava nella camera in fondo sulle “sentences” dell’indomani, che ci imbastì uno scherzetto che fu messo in atto un’unica volta. Miller era in Irlanda, da Huston. Ci aveva affidato Marilyn. Si stava facendo tardi. Tardi per Hollywood. Troppo tardi per lei che si alzava alle cinque. Verso le undici, Yves cacciò la testa nel soggiorno e annunciò che andava a letto. Avevo finito di raccontare la mia storia, le consigliai di andare a letto anche lei. Ne voleva un’altra. Avevo proprio l’impressione di avere a che fare con un bambino che cerca di ritardare il momento in cui gli si spegnerà la luce. Finì con l’ubbidirmi, mi abbracciò e rientrò. L’indomani, verso le dieci, Montand mi telefonò dallo studio.

Lei non c’era, la macchina l’aveva aspettata dalle cinque e mezza, come ogni mattino, ai piedi della scala “cucina”, nella stradina, proprio davanti alla vecchia macchina-ufficio di Howard Hughes. Poi l’autista era salito, aveva bussato alla porta della cucina. Poi aveva fatto il giro ed era venuto a bussare alla porta dell’appartamento. Poi era andato a fare un giretto nel giardino, da dove poteva osservare le finestre. Finalmente era tornato alla Fox. Verso le otto, la Fox aveva cominciato a telefonare al Beverly Hills. La centralinista non otteneva risposta dal bungalow n. 21. Erano ormai le dieci. La Fox doveva aver tentato una ventina di volte: ancora nessuna risposta. A questo punto, la Fox era allarmata, tutta la squadra aveva paura. Andai a bussare dalla mia vicina. Prima a bussare, poi a picchiare contro la porta, un po’ come fanno la polizia o i pompieri. E poi la chiamai, e poi passai dal lato della cucina, e siccome non c’era alcun segno di vita, ora ero io ad avere paura. La mia amica del centralino mi rassicurò, il bungalow n. 21 effettivamente non rispondeva, ma il bungalow n. 21 aveva tuttavia chiesto una comunicazione. Richiamai Montand alla Fox. Tre quarti d’ora più tardi rientrava a casa. La giornata di lavoro era perduta se Marilyn continuava a non farsi viva.

Gli avrebbero telefonato se ci fosse stata qualche novità
, ma dal momento che era sul posto, sarebbe comunque stato il primo a essere informato. Allora, chiedendomi qualche consiglio di terminologia, Montand fabbricò un bigliettino che diceva all’incirca: “Puoi fare quello che vuoi a Spyro Skouras, alla Fox, a tutti i produttori di questa città se ce l’hai con loro. Ma quando fai le ore piccole ascoltando le storie che ti racconta mia moglie invece di andare a letto, perché hai già deciso di non alzarti il giorno dopo per andare in studio, dimmelo! E non lasciare che io lavori per ore su una scena che hai già deciso di non girare il giorno dopo. Io non sono un boia, ti sono amico, e i capricci da bambina non mi hanno mai divertito. Ciao”. Abbiamo aperto senza il minimo rumore la porta che dava sul pianerottolo, scalzi sulla spessa moquette, siamo andati a infilare il bigliettino sotto la porta di fronte, stando attenti a lasciarne sporgere metà dalla nostra parte. Non abbiamo richiuso la nostra porta. Abbiamo fatto la guardia in silenzio. Come nei western e nei gialli. Trascorse pochissimo tempo, e il messaggio passò per intero nell’interno del bungalow n. 21. Fu come al rallentatore, la parte visibile scompariva un millimetro alla volta, come se, dietro la porta, la persona a cui era indirizzato prendesse precauzioni come i portatori di nitroglicerina di “Vite vendute”. Allora abbiamo richiuso in silenzio la nostra porta, così come l’avevamo aperta. E abbiamo atteso la risposta.

di Simone Signoret, “Anche la nostalgia non è più quella di un tempo”, Einaudi

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