cerca

Marilyn Monroe

Quando tornammo a Hollywood Willy Rizzo aveva fotografato tutte le star, meno Marilyn Monroe. Fu solo a due giorni dalla data fissata per la partenza per l’Europa che l’agente della diva chiese a Willy di aspettare la conferma dell’appuntamento per il giorno dopo. Rizzo aveva scelto il posto per il servizio fotografico.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Quando tornammo a Hollywood Willy Rizzo aveva fotografato tutte le star, meno Marilyn Monroe. Fu solo a due giorni dalla data fissata per la partenza per l’Europa che l’agente della diva chiese a Willy di aspettare la conferma dell’appuntamento per il giorno dopo. Rizzo aveva scelto il posto per il servizio fotografico: la casa di George Hamilton, nostro amico, in cima a una collina di Beverly Hills. Trovava la luce del tramonto la migliore per la Monroe, e aveva notato che in quel posto il tramonto durava almeno un paio d’ore. Alle cinque del pomeriggio del giorno seguente l’agente chiamò, scusandosi di dover rimandare l’appuntamento all’indomani, Marilyn era indisposta. Questa storia si ripeté per tre giorni. Rizzo era furioso, non voleva neanche più parlare con l’agente. Finalmente arrivò la telefonata. Marilyn si era preparata, pettinata, truccata e sarebbe arrivata alla villa alle sei. Non volevo mancare l’occasione di incontrarla, ma Willy fu categorico. “Non voglio nessuno, questo è l’accordo. Quello che puoi fare, se proprio vuoi vederla, è di nasconderti dietro un cespuglio”.

Così feci. Passò un quarto d’ora, mezz’ora. Di Marilyn neanche l’ombra. Rizzo andava su e giù. Urlava: “Se arriva e il sole non c’è più, l’ammazzo”. Il sole calava dietro le colline. In un’ora non ci sarebbe stata più luce. Serafica continuavo a dire: “Vedrai che adesso arriva”. Arrivò. Con un’ora di ritardo. L’agente si scusò. Marilyn, come se avesse conosciuto Willy da sempre, gli si buttò tra le braccia. Willy, gelido, disse: “Non hai l’orologio?”. E lei, con l’aria più candida del mondo, la voce dolce, infantile: “Willy, non solo non ho l’orologio, non ho niente”. Vidi Willy sconcertato da tanta tenerezza. Allora diventò gentile, quasi paterno. Lei aveva ancora i bigodini in testa, Willy le mostrò la toilette e aspettò ancora mezz’ora. Lo vedevo seduto a guardare l’acqua della piscina, ormai rassegnato. Il sole era sempre più basso, e quando Marilyn uscì dal bagno in camicia bianca e jeans, non sembrava una grande star ma una principiante. Rizzo la mise in posa in modo che gli ultimi raggi di sole le sfiorassero i capelli, la pelle bianco latte in controluce faceva risaltare i suoi grandi occhi blu. Lavorarono solo mezz’ora, fino a quando il sole sparì dietro le colline. Quando Rizzo disse: “Okay, è finita. Thank you, Marilyn”, sembrò delusa. Si era divertita con Willy che mentre la fotografava la riempiva di complimenti, la faceva ridere. Chiese: “È già finito?”. Le era sembrato un bel gioco e ora voleva continuare. Willy le spiegò che le foto erano perfette, mentre ora una luce così l’avrebbe imbruttita. Marilyn rise, abbracciò Willy e fino all’uscita della villa non fece che dire: “Scusami, scusami per il ritardo. I love you, I love you”.

Per un po’ non parlammo. Eravamo impressionati, e commossi, per come si mostrava indifesa questa donna, impressionati dal suo bisogno di essere compresa, coccolata. La sua non era una finzione. “L’immaginavi così?”, chiesi a Willy. “Non fino a questo punto”. Mi veniva in mente una conversazione con la mia amica Francis Stark, quando, qualche giorno prima, aveva dato una colazione d’addio nella sua casa. Mi aveva chiesto chi avrei amato incontrare e io dissi: “Marilyn Monroe”. “Non posso prometterti che venga. Io la chiamo sempre, ma lei o si dimentica o sta male e non avverte nessuno che non può venire. Molti qui a Hollywood non la invitano più. Alcuni di noi continuano a chiamarla perché non vorremmo avere sulla coscienza l’idea che se ne stia tutta sola, abbandonata da tutti in attesa di un colpo di telefono”. E infatti, quando la invitò per il pranzo in nostro onore, Marilyn era sembrata anche felice che qualcuno si fosse ricordato di lei, ma non venne.

Arrivammo a Roma a metà agosto… Avevamo bisogno di riposo, decidemmo di andare a Capri… Eravamo seduti in piazzetta al bar Vuotto quando ci giunse la notizia della morte di Marilyn Monroe. Era il 5 agosto del 1962. Stavamo soli al tavolo. Willy si prese la testa tra le mani e per la prima volta lo vidi piangere. Rizzo non poté fare a meno di chiamare la redazione di “Paris- Match”. I rullini delle foto di Marilyn erano in valigia, ancora da sviluppare. Si doveva mollare tutto, correre a Parigi per dare al giornale la possibilità di pubblicare subito, in esclusiva, le ultime foto della Monroe. Dall’aeroporto ci precipitammo allo studio e, senza neanche passare da casa, aspettammo i negativi per proiettarli e scegliere la copertina. Le foto erano straordinarie, la luce perfetta, tutto sembrava impeccabile, ma, via via che passavano sul grande schermo bianco, ci accorgevamo che nello sguardo di Marilyn c’era qualcosa che non andava. Stanco e insoddisfatto, Willy non riusciva a capire cosa fosse. Mi avvicinai al telone, mi accostai al viso della Monroe, in primo piano gigante, e solo a quel punto riuscii a capire cos’era successo. Nel primissimo piano, così come sarebbe dovuto apparire su Paris-Match, si vedeva benissimo che Marilyn aveva truccato alla perfezione un solo occhio. Non era il momento, né faceva parte dell’etica professionale di Rizzo, di sfruttare questo sia pur minimo ma terribile dettaglio sulle condizioni mentali di Marilyn Monroe. Distruggemmo tutte le foto che dimostravano che Marilyn aveva dimenticato di avere due occhi e Rizzo passò a “Paris-Match” l’unica immagine in cui il viso della diva era un po’ di tre quarti, e il difetto non si vedeva. Fu l’ultima foto di Marilyn Monroe.

di Elsa Martinelli (“Sono come sono”, Rusconi)

In breve
È nata a Grosseto nel 1935. Il suo primo lavoro è da commessa, ma presto diventa indossatrice, corteggiata a Firenze dalle grandi agenzie americane. L’occasione per il cinema arriva nel 1954, quando Kirk Douglas la vuole per “Il cacciatore di indiani”. È la stagione d’oro delle attrici italiane a Hollywood, e anche lei ottiene subito un buon successo. La sua carriera comprende una sessantina di film, tra cui qualche titolo prestigioso come “Hatari!” di Howard Hawks (1962), a fianco di John Wayne e “Il processo” di Orson Welles (1963). Con “Donatella” di Mario Monicelli vince nel 1956 l’Orso d’argento a Berlino come miglior attrice.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi