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Luciana Viviani

Sciaquariello, il temuto capocamorra del quartiere Mercato, ha dato l’ordine di accoglierla con un fascio di rose rosse, e soprattutto di lasciarla parlare, di non disturbarla. Lei, 29 anni, un metro e cinquanta per poco più di 40 chili, una medaglia di bronzo della Resistenza e una croce di guerra al merito nascoste a casa tra la biancheria, fa la sua parte.

di Francesca Mambro

30 Novembre 1999 alle 00:00

Sciaquariello, il temuto capocamorra del quartiere Mercato, ha dato l’ordine di accoglierla con un fascio di rose rosse, e soprattutto di lasciarla parlare, di non disturbarla. Lei, 29 anni, un metro e cinquanta per poco più di 40 chili, una medaglia di bronzo della Resistenza e una croce di guerra al merito nascoste a casa tra la biancheria, fa la sua parte. In piedi sui tavoli delle taverne, sui muretti dei vicoli, sulle sedie davanti agli androni, sporgendosi dai balconi con i panni stesi sotto come una bandiera, parla, arringa, grida. Ma la monarchia prende ugualmente l’85 per cento dei voti. Essere figlia del grande teatrante Raffaele Viviani, che per mezzo secolo ha raccontato la gente semplice, le ha fruttato un lasciapassare per i vicoli, ma niente di più. Luciana Viviani, giovane comunista di molte utopie e moltissime energie, non si capacita del perché dopo il disastro della guerra i poveri abbiano ancora il mito di quell’uomo di poco conto che è re Umberto, e le donne del popolo, stremate da tutto, private di tutto, patiscano per le sorti dei principini in esilio. Ma il rispetto per suo padre, e ora anche per lei, le garantirà una possibilità di rivincita. Già nel ’47 le cose vanno meglio: viene eletta consigliere comunale. Nel ’48, nel primo Parlamento della Repubblica ci sono solo quattro donne, e una è lei. Sarà riconfermata nel ’53, nel ’58, e nel ’63.

L’elezione del 1963 è il suo capolavoro. La ragazza ha 46 anni e non si è affatto placata. Sa parlare alla gente. È uno degli “usignoli” del partito, ossia uno di quei deputati particolarmente efficaci nei comizi che vengono chiamati nelle situazioni più difficili. Il Pci può anche avere mille difetti, ma sa ragionare di politica. Sa che se vuole prendere Napoli deve conquistare a ogni costo il quartiere di Forcella, ossia il collegio Napoli 4. Ma Napoli 4 è il feudo del potente, ricco e monarchico armatore Achille Lauro, che è stato sindaco con 300 mila preferenze, all’epoca praticamente l’intera città. I racconti popolari dicono che Lauro ottenga i voti regalando una scarpa destra prima del voto, e consegnando la sinistra solo a elezione avvenuta, oppure elargendo pacchi alimentari. Forse, più semplicemente, i napoletani sono da secoli rassegnati ad avere un re, e si considerano fortunati quando gliene capita uno senza troppi grilli per la testa. Comunque sia, il Pci ha deciso. E visto che i discorsi sul potere alle classi umili non superano il muro dello scetticismo napoletano, occorre la mediazione della camorra, quella di vecchio stampo, quella che si è strutturata negli anni come resistenza popolare ai dominatori stranieri, quella che non spaccia ancora l’eroina ma è cinghia di trasmissione tra i semplici e il potere. Occorre scendere a patti, ma nessuno dei dirigenti comunisti ha i titoli o il carisma per farlo. Nessuno tranne Luciana. Per sensibilità umana e per talento politico Luciana ha già seguito mille casi di donne sventurate.

Ora, in una lettera accorata, Concetta Muccardo le racconta di aver “campato la famiglia” vendendo sigarette di contrabbando per i vicoli, di essersi “buscata” una multa che non poteva pagare e che è stata tramutata in due anni di carcere. Finire a Pozzuoli (a Poggioreale non c’è la sezione femminile) voleva dire perdere la piccola attività illegale con cui sfamava i figli e il marito disoccupato. Quando i finanzieri vanno a prelevarla l’hanno trovata incinta. Ha scoperto che per legge non poteva essere arrestata in quelle condizioni, ha pensato bene di fare figli in continuazione. Ma arrivata a diciannove il suo corpo si è fermato. I finanzieri un paio di volte hanno fatto finta di non trovarla in casa, ma alla fine l’hanno portata a Pozzuoli. La donna chiede ora aiuto a Luciana, a quella piccola signora importante che ha visto spesso in giro per il quartiere. La Viviani capisce che c’è solo una strada: la grazia. Prepara la richiesta, la fa sottoscrivere da un gruppo di colleghi, organizza la campagna stampa. La trafila burocratica è percorsa in tempi straordinariamente rapidi.

Giovanni Gronchi firma il provvedimento. Il 22 gennaio del 1959
Concetta Muccardo varca in senso inverso lo sgraziato portone di ferro ricoperto da cento strati di vernice del carcere di Pozzuoli. Quattro anni dopo Sofia Loren, Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica racconteranno la storia in uno degli episodi di “Ieri, oggi e domani”. Assieme al film verranno le elezioni. Stavolta il comandante Lauro non ce la farà. Luciana Viviani è nata il 2 settembre del 1917, terza di quattro figli, in vico Cisterna dell’Olio, nel cuore della vecchia Napoli. Suo padre ha 29 anni, sua madre, Maria Di Majo 23. Lui è sempre in tournée, la moglie lo segue spesso, e i bambini vengono messi in un buon collegio. L’infanzia e l’adolescenza della figlia di un genio sono tutto sommato prevedibili: “Le sue apparizioni in famiglia erano fugaci. Le feste di Natale, che faceva coincidere con le recite della compagnia in un teatro napoletano, e il breve intervallo estivo tra una tournée e un’altra, periodo questo, che non destinava al riposo ma all’allestimento della nuova stagione teatrale”.

“Non avevamo il tempo per accorgerci dell’assenza del padre
perché l’artista riempiva tutti gli spazi necessari alla nostra crescita. Non vivevamo con lui, ma ci nutrivamo di lui. Siamo entrati nel mondo in compagnia di un mito. Nessuno dei figli ha seguito la sua strada perché lui non voleva: ‘Figlio mio, fa’ n’ata cosa, l’arta mia nun t’a ’mpara’, no pecche’ e’ difficultosa, ma p’o tuosseco che da’. La mia scelta di vita è fortemente debitrice dell’universo artistico di Viviani. I diseredati, gli oppressi, le vittime della miseria e dell’ingiustizia, la fatica del vivere dei personaggi che animano le sue commedie e le sue poesie me li sono trovati accanto in carne e ossa nella mia vicenda politica perché lì batteva il mio cuore”. Luciana si laurea in Lingue e letterature straniere all’Orientale di Napoli, inizia lentamente ma con decisione a diventare comunista. Si innamora di un bel compagno di cellula, Riccardo Longone, e scopre con lui tutto quello che di interessante c’è da scoprire. Scopre anche che deve sposarsi in fretta perché aspetta un bambino. L’8 settembre la porta a Roma, nel gruppo clandestino di Ponte Sisto. Dura due anni la Resistenza, senza che lei possa avere notizia del figlio, e senza che i Viviani possano avere notizie di lei.

Nel 1944 è tra le fondatrici dell’Unione donne italiane,
nel ’45 è a Milano per costituire le Commissioni Femminili del Pci, Nel 1948 è nel primo Parlamento della Repubblica. Nel 1950, il 22 marzo, dopo una lunga malattia, recitando con un filo di voce vecchi monologhi, nel letto di casa muore suo padre. Lo stesso giorno di 51 anni dopo nasce una bambina, Arianna, a cui Luciana per motivi un po’ segreti, come sono spesso inconoscibili i motivi delle persone che hanno visto molto, si lega fortemente. Nessun “riflusso nel privato” dopo la morte del padre. Deve andare alla Scuola Centrale delle Frattocchie, dove il partito forma i quadri dirigenti. Come nel film di Stanlio e Ollio sulla Legione Straniera, le tocca di spostare sassi. “Fui costretta, a solo scopo pedagogico, a trasportare a spalla un enorme mucchio di massi da un angolo all’altro. Gli allievi del corso precedente avevano fatto quella stessa fatica, ma nella direzione inversa, e quelli del successivo l’avrebbero fatta riportando quelle stesse pietre al punto in cui le avevamo spostate noi. Era il nostro esercizio di disciplina”. La sua storia d’amore torna di attualità. Il marito, inviato dall’Unità a seguire dal fronte la guerra di Corea, unico italiano in zona di operazioni, non trova altro modo per far filtrare le corrispondenze che travestirle da lettere d’amore alla diletta compagna.

L’epistolario bellico-sentimentale finisce integralmente su una apposita rubrica che ha uno strepitoso successo. Nel ’56 Longone lascia il Pci criticando l’invasione dell’Ungheria. Lei non lo segue, ma il matrimonio non ne risente molto. Nel 1968 il turnover parlamentare gestito dal partito la riconsegna a tempo pieno alla emancipazione femminile, ai collettivi, ai gruppi di autocoscienza e ai seminari dai titoli wertmulleriani: “Dalle donne in politica alla politica delle donne: appartenenza politica, appartenenza di genere. Dalla resistenza al neofemminismo”. Il prossimo 2 settembre Luciana compirà ottantacinque anni. Gode di discreta salute, è cinefila e cinofila, ma dopo la morte dell’ultimo cane tiene per casa solo una gatta, Michelina. Con il figlio, d’estate, divide una casa a Capri. Fino a poco tempo fa faceva il giro dei faraglioni a nuoto ogni giorno. Oggi copre distanze minori, ma non resta ferma sulla spiaggia. Il Natale scorso voleva andare alla messa di mezzanotte a San Pietro, ma dopo aver fatto mezz’ora di fila al gelo ha scoperto che bisognava prenotarsi e che tutte le prenotazioni erano in mano ai giapponesi. Usa il computer, l’automobile e grandi collane di sassi levigati dal mare.

Non ha il cellulare. Ha scritto “Rosso antico: come lottare per il comunismo senza perdere il senso dell’umorismo”, un libro sulle donne nella rivoluzione napoletana, e uno sull’Udi come laboratorio di politica delle donne. Per eclettismo non poteva mancare di affrontare i temi religiosi, rileggendo la Madonna in chiave politico-napoletana. In questo, come in alcune questioni private degli ultimi venti anni, si è fatta guidare da un’altra femminista storica, di un paio di generazioni successive alla sua, Rosetta Stella. Vivono insieme, alquanto serene, in un grande appartamento di Piazza Cavour a Roma, con le finestre su Castel Sant’Angelo. Nelle foto in bianco e nero alle pareti, la si vede scuotere il pugno durante chissà quale comizio improvvisato per i vicoli di Napoli, la si ritrova compunta accanto a Terracini, Nenni, Pertini, Togliatti, De Gasperi, Krusciov, Mao, Chou En Lai. O a Digino Giordani, un democristiano, a quanto pare dalle molte qualità, che lei è felice di aver frequentato. L’ultima stanza in fondo al corridoio ospita la cucina. Lì, dagli anni ’50, lavora indefessa una macchina a gas grande come due lavatrici, ancora perfettamente smaltata di bianco, la Bockhacker, che ha come logo un omino che brandisce un’ascia. “È tedesca, è perfetta. Molti me la chiedono, ma io non ho nessuna intenzione di cambiarla”.

di Francesca Mambro

Luciana Viviani • È nata il 2 settembre 1917, l’anno in cui il padre Raffaele, attore già affermato, esordisce come drammaturgo con “’O vico”. Si laurea in Lingue. Merita la croce di guerra per l’impegno nella Resistenza. Si iscrive al Pci. Lavora alla fondazione della Unione donne italiane. Partecipa alla campagna per il referendum istituzionale. Nel 1948 è eletta al Parlamento. È deputata per quattro legislature. Ha pubblicato tre libri tra cui “Rosso antico. Come lottare per il comunismo senza perdere il senso dell’umorismo” (1994).
Francesca Mambro è nata a Chieti. Ha trascorso 18 anni in carcere. Ora la sua pena è sospesa per maternità.

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