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Lance Armstrong

Lance Armstrong dice basta. Per la seconda e ultima volta. Il trentanovenne corridore texano aveva annunciato nelle scorse settimane che il Tour Down Under in Australia sarebbe stata l'ultima corsa fuori dagli Stati Uniti, facendo intendere che avrebbe gareggiato ancora in patria. Ora il ripensamento e lo stop definitivo.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Lance Armstrong dice basta. Per la seconda e ultima volta. Il trentanovenne corridore texano aveva annunciato nelle scorse settimane che il Tour Down Under in Australia sarebbe stata l'ultima corsa fuori dagli Stati Uniti, facendo intendere che avrebbe gareggiato ancora in patria. Ora il ripensamento e lo stop definitivo. Tornato in sella nel 2009, a tre anni dal primo ritiro, Armstrong non è mai riuscito a tornare ai livelli che gli avevano consentito di vincere sette Tour de France e il miglior risultato ottenuto resta il terzo posto nella classifica generale della Grand Boucle 2009, dietro il compagno di squadra Contador.

Palla, spillo, passo carraio. “Ti chiederemo di ripetere queste parole”, disse l’infermiera. Lance Armstrong corre in bicicletta, è un passista, scalatore, veloce: vince le gare di un giorno, su strade piane; stacca in salita gli avversari; a cronometro è una moto lanciata a 50 all’ora. Trionfa anche nelle gare a tappe, al Tour de France. Per raccontare perché nella sua vita c’è un prima e un dopo quei 518 giorni in lotta con la malattia, Lance conclude la sua autobiografia raccontando una barzelletta. C’è un’inondazione. L’acqua e l’uomo, solo in casa, salgono sul tetto. In attesa dei soccorsi. Arriva un motoscafo: “Salta su”. “No grazie, il mio Signore mi salverà”. Sempre più acqua. Un aereo sorvola la casa, getta una fune. “No grazie, il mio Signore mi salverà”. Il fiume vince, l’uomo muore e in Paradiso di fronte a Dio chiede: “Mio Signore, perché non mi hai salvato?”. “Sei un idiota: ti ho mandato un’imbarcazione e un aeroplano”.

Armstrong non è stato un idiota. “Hai 50 possibilità di farcela”, gli aveva detto il medico. Lui le afferrò. Ha vinto prima, campione del mondo a 22 anni nel 1993 a Oslo, e dopo: due Tour de France (1999 e 2000). Oggi è il corridore più ricco del circuito con i suoi 18 miliardi di lire l’anno. Guadagni in buone mani perché Lance adora la finanza, investe on line, voleva diventare un broker. Ma non riusciva a non correre. Da piccolo nuotava nella piscina un po’ lontana da casa, a Plano, nel Texas. La bici era l’unico modo per raggiungere la palestra d’acqua. Mamma era al lavoro, da un posto di segretaria all’altro. A Dallas e dintorni, vicino al ranch di J.R., se non giocavi a football non eri nessuno. Lance preferiva correre. Nuoto, bici, corsa: il Triathlon. Diventò subito un vincente. Mamma Linda non se n’era accorta, ma sulla sua prima bicicletta Lance andava forte e fiero della maglietta con la scritta “I love my mum”. C’erano il lago, il Colorado River, le strade dove non passava nessuno: le piane del Texas sono senza fine. Mum mandava Lance a distrarsi con lo sport, da qualche parte doveva pur stare mentre lei sgobbava per portare a casa quello stipendio che per due può bastare. Papà se n’era andato. Certo poi si fece vivo, “padre orgoglioso”, quando il figlio fatto e dimenticato era diventato una star da copertina. Quando i giornali statunitensi titolavano sulla vittoria di Lance al Tour, e l’America scopriva la bicicletta. Lance non volle cambiare cognome, ma ci pensò. Perché il signor Terry Armstrong, nuovo marito di Linda, era uno stronzo che menava il ragazzo con un remo. Faceva male. Meglio l’ultimo compagno di mamma. Ma la famiglia erano loro due. A ogni gara importante, anche oggi, lei c’è. Come ai Mondiali in Norvegia: re Harald voleva conoscerlo. “La signora deve aspettare qui” disse uno della scorta reale. “Non lascio mia madre fuori dalla porta”, fecero dietrofront. Li richiamarono insieme. Lance voleva essere l’uomo di casa. Era affidabile, ma gli scherzi li fanno tutti gli adolescenti e uno dei sederi nudi fuori dal finestrino nella macchina che sfrecciava era il suo. Rock duro, Guns N’ Roses, qualche soldo con il Triathlon, a scuola si tira avanti e sempre più ciclismo. Ma che rabbia, contava soltanto il football, e i suoi successi nel Triathlon e la bici non se li filava ancora nessuno.

Oggi Armstrong è un patito della tecnologia, di macchine come la Porsche o le jeep e di quelle più sofisticate, con i chip che aiutano l’allenamento. Ha sempre l’ultimo modello di cellulare, il palmare e attrezzi come i cardiofrequenzimetri, quelli che controllano cuore e fatica e hanno nomi strani. Sa tutto di new economy. La passione per i computer ispira la sua tecnica di preparazione. Quando si allena dimentica birre, patatine e cene tex-mex. Pesa il cibo sulla bilancia, conta le pedalate al minuto, misura i battiti del cuore. Poi scrive puntiglioso sul sito www.lancearmstrong.com i chilometri percorsi e la velocità. Quando si tratta di preparare una vittoria diventa l’atleta più disciplinato del mondo. A sedici anni (ma l’età sul modulo di iscrizione alle gare era falsa, se no non poteva partecipare) non aveva il contachilometri. Linda cercava di fargli avere le migliori due ruote comprate dal ciclista all’angolo, un amico. Ma il contamiglia costava troppo. Per sapere quanto aveva pedalato, in quelle piane dove sembrava di correre sulla luna, ci pensava mamma: faceva in macchina il tragitto tra distese di erba marrone, campi di cotone e vento. Tanto vento. Dallas è la terza città più ventosa dello Stato. Correva senza testa: pronti via, era in fuga. Il suo coach lo strigliava: “Puoi diventare un campione, ma devi dosare la fatica, controllare la rabbia”. Molto spavaldo, soprannominato “brash”, impetuoso. Lance la bici non la indossa, non la corteggia, la monta alla cowboy. Correva così. Fino agli allenamenti con la squadra della federazione dei giovani ciclisti americani e con il primo piccolo team, quello del negozio all’angolo. Fino alla gara a Mosca per i Mondiali juniores. “Ero pura energia grezza”. Fece la corsa, come dicono i telecronisti, ma alla fine si staccò. Alla fine fu l’allenatore russo a dire: “Lance è il migliore”. Uno spaccone come lui, che vuole “morire a cent’anni, avvolto nella bandiera americana e con la stella del Texas sul casco, dopo aver percorso in bicicletta, urlando, una discesa alpina a 75 miglia all’ora”, non ha mai dimenticato quel complimento dell’avversario.

Diventò professionista e iniziò a studiare, a capire pian piano la “scienza per vincere”. Così la chiama. Bisogna conoscere l’avversario, la fatica, sapere tutto delle strade, delle salite, delle squadre, perché il ciclismo, non sembra, è sport di squadra. Grazie ai consigli di Bill Stapleton, manager di sempre, Chris Carmichael, coach della nazionale e consigliere di sempre, e Jim Ochowicz “Och”, il primo che gli offrì un contratto da professionista, patron di sempre, Lance percepì l’importanza della tattica e dell’attesa prima del colpo decisivo, la necessità di faticare di testa, cioè controllare la forza per conservarla e farla esplodere al momento giusto. Armstrong capì che per vincere, per arrivare in maglia gialla dopo 3.686,8 chilometri di Tour de France bisogna risparmiare energia. E a volte perdere, per far contento un compagno di sport che forse un giorno renderà il favore. Bastano piccole sconfitte. Magari non come alla sua prima corsa da prof, alla Clásica di San Sebastián. Pioveva, e Lance odia la pioggia. Su 111 corridori, 50 si ritirarono. Armstrong finì la gara, ultimo. All’aeroporto di Madrid aveva in mano un biglietto per l’America. Restò in Europa. Tre anni dopo tornò a San Sebastián e vinse.

Il cambiamento è avvenuto in quei 518 giorni. La diagnosi del male, le lastre che mostrano “palline da golf” scure, l’operazione per portar via il testicolo infetto, cinque cicli di chemioterapia, il sesso fatto in un bicchiere per depositare il seme dal quale nascerà il figlio Luke, in una bianca stanza d’ospedale in compagnia di tre riviste porno. Lo squallore e la sofferenza abbassano i toni spavaldi. Era la battaglia contro “il bastardo”, come Lance chiamava il male. Nella sua villa in stile mediterraneo ad Austin, con motoscafo e Harley Davidson, vicino a un lago che un po’ ricorda Como, Armstrong mostrava sempre ai giornalisti che andavano a trovarlo la fotografia, appesa nell’atrio, della sua vittoria di tappa al Tour del ’95, a Limonges. Era solo al traguardo e aveva le braccia alzate con due dita, una dritta e l’altra no, puntate verso l’alto, il sudore colava sugli avambracci e nel riflesso c’era più luce. Armstrong indicava lassù, per dedicare la vittoria al suo amico e compagno della Motorola Fabio Casartelli, morto qualche giorno prima in una caduta sulla discesa del Portet.

Durante la malattia non smise di pedalare. Ogni tanto Eddy Merckx volava in Texas: il grande campione belga del passato era il suo compagno di sgambate, anche in gare per non professionisti. Lance cambiò, il giovane spensierato si fece adulto saggio. Mutò anche il suo aspetto, prima era tosto, quasi un giocatore di football, il viso rotondo, i muscoli anche sul collo: un atleta potente. Poi più magro, il viso affilato, le guance scavate e le rughe, lo stesso luccichio furbo negli occhi, con un filo di strabismo, ma forse è soltanto concentrazione. E meno muscoli: un atleta agile. Sempre un po’ spaccone. All’inizio si rivolse al male così: “Hai scelto la persona sbagliata, non mi avrai”. Alla fine così: “È la migliore cosa che mi sia mai capitata. Perché dovrei voler dimenticare, anche per un giorno solo, l’evento più importante che ha cambiato la mia vita?”. Prima di quei 518 giorni, la vittoria al Tour de France era l’obiettivo principale, unica fonte di felicità. Dopo quei 518 giorni, quando vinse a Parigi, gli chiesero: “È il giorno più felice della tua vita?”. Rispose: “No, naturalmente no”. Perché Armstrong era tornato a correre per due semplici ragioni: dimostrare a se stesso che ce l’aveva fatta contro “il bastardo” e testimoniare che si può guarire. Tornò per vincere, per un’altra ragione molto semplice: uno spavaldo come lui vuole essere il migliore.

Trionfò, e la sua storia è stata raccontata a tutti, ha fatto il giro del mondo nel suo libro tradotto ovunque (40 settimane nei bestseller del New York Times). Lance pensava che la sua storia da film (il regista Bud Greenspan lo sta già preparando) avrebbe regalato speranza, perché era tornato per vincere il Tour de France. Anche se, nel 1999, non c’erano gli avversari più duri, Jan Ullrich, l’uomo della cronometro, e Marco Pantani, il pirata delle salite. L’impresa era comunque l’impresa, e Bill Clinton telefonò a Parigi, per congratularsi, dall’Air Force One di ritorno dal Marocco. Lance, da giovane clintoniano, ringraziò. Subito dopo chiamò anche George W. Bush, governatore ad Austin, la città degli Armstrong. Lance, commosso al telefonino, si scoprì più adulto e bushano. Da allora è un sostenitore del presidente repubblicano e i due sono diventati amici; dal ’99 in poi, i texani sono tornati di moda.

Il 2000 è l’anno della sfida vinta contro Marco Pantani, l’amico che durante la malattia di Lance chiamava Austin per incoraggiarlo. Dall’estate dell’anno prima, i due non si parlavano più e alla stampa, soprattutto francese, quella loro rivalità alla Coppi e Bartali piaceva da morire, come i sospetti di aiuti proibiti che nel ’99 avevano fermato la corsa di Marco al Giro d’Italia e l’anno dopo toccavano anche Lance. I due rispondevano spavaldi ai sospetti: controllate, fate. E litigavano tra di loro. Tutto nasce nella tappa del Ventoux. Pantani è in forma, Armstrong stacca gli altri e lo segue. Si guardano. Sull’ultima salita sono loro. Ecco il traguardo. Plateale, Lance molla all’ultimo scatto. Pantani vince, tanto ha un ritardo di 10 minuti in classifica rispetto al rivale. La stampa commenta: lo ha lasciato vincere perché ha imparato che ogni tanto è meglio perdere. Pantani si sente offeso. Tre giorni dopo, il Pirata si vendica. Alle 17 e 43 di domenica 16 luglio, Armstrong, che aveva umiliato Marco sui Pirenei e lo aveva provocato sul Ventoux, guarda la schiena del rivale che se ne va a vincere. Dirà Pantani: “Mi era rimasto sullo stomaco che mi fosse scattato in faccia, quando ero davanti. Anche se si è leader bisogna avere rispetto”. Armstrong reagisce: “Sono un tifoso deluso del Pirata”. Tra due campioni un po’ spacconi può capitare. I corridori girano l’Europa e imparano pezzi di italiano al Giro, spunti di francese al Tour, accenni di spagnolo alla Vuelta, poi mettono tutto assieme e provano a comunicare. Sul Ventoux Armstrong aveva gridato a Marco: “Vitesse, vitesse”, pedala, pedala. Una provocazione? No, dice Lance, volevo dire: “Vinci tu, vinci tu”.

Per far pace ci voleva un’occasione. Ai primi di questo mese, Marco e Lance sono in Spagna, dove ora vive la famiglia Armstrong, per alcune gare. Il texano si avvicina a un giornalista italiano, Pier Bergonzi della Gazzetta dello Sport: “Voglio chiarire tutto con Marco, questa rivalità fa gioco solo alla stampa”. Pantani accetta e questa volta c’è un buon traduttore. Bar dell’Hotel Rincon de Pepe, ad Archena. Tuta, maglia aperta sul torace e acqua con gas per Lance; cappellino, due orecchini e limonata per Marco. Stretta di mano. Amici fuori, spavaldi in corsa. Pronti per il nuovo Tour. L’8 ottobre 1996, alle 17 e 57, un’agenzia di stampa titolò: Armstrong si ritira per cancro. Pochi minuti dopo aveva dovuto rettificare: Armstrong operato di cancro. Era il primo intervento al testicolo. Ce ne fu un altro, al cervello. Al risveglio, Lance rispose: “Palla, spillo, passo carraio”.

In breve
È nato a Plano, in Texas, nel 1971. Nel 1993 diventa campione del mondo di ciclismo su strada a Oslo. Nel ’96 gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli. Si sottopone a due operazioni e a cinque cicli di chemioterapia. Torna a correre nel ’98. Nel ’99 vince il Tour de France, nel 2000 lo rivince. Vive tra la Spagna e Austin con il figlio Luke e la moglie Kristin. Con la Lance Armstrong Foundation aiuta i malati di cancro. Ogni anno organizza una gara con vecchi campioni per raccogliere fondi. Ha scritto un’autobiografia, “Non solo ciclismo”.

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