cerca

La regina madre, Elizabeth Bowes-Lyon

Da sola ha forgiato la moderna monarchia massmediatica; assieme a Winston Churchill è a tutt’oggi il simbolo più amato del patriottismo britannico. Indubbiamente la Regina Madre è un concentrato di carisma. Forse perché ha sempre saputo calibrare le giuste dosi di inavvicinabile eleganza e di volgarità popolana, di stoica dedizione alla regale vocazione e di spudorato edonismo spendaccione. Ma soprattutto è sempre stata pronta a recitare la sua parte in una commedia che per lei dura da oltre un secolo. Lady, duchessa, regina, imperatrice e infine Regina Madre.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Da sola ha forgiato la moderna monarchia massmediatica; assieme a Winston Churchill è a tutt’oggi il simbolo più amato del patriottismo britannico. Indubbiamente la Regina Madre è un concentrato di carisma. Forse perché ha sempre saputo calibrare le giuste dosi di inavvicinabile eleganza e di volgarità popolana, di stoica dedizione alla regale vocazione e di spudorato edonismo spendaccione. Ma soprattutto è sempre stata pronta a recitare la sua parte in una commedia che per lei dura da oltre un secolo. Lady, duchessa, regina, imperatrice e infine Regina Madre. Ma ancor di più grande attrice, primadonna e instancabile mondana.

Fiero totem delle tradizioni imperiali e militari per la vecchia guardia nostalgica (è colonnello in capo onorario di decine di reggimenti), tribuno del popolo (la sua foto mentre tira una pinta di birra dietro al banco è da sempre la classica effigie che adorna le pareti di ogni pub di quartiere) e icona gay senza pari e ante litteram. La sua immagine è stata per decenni gestita da amici omosessuali: il sarto Norman Hartnell che ha inventato il suo implausibile e stravagante look, il suo fotografo ufficiale Cecil Beaton, il brillante drammaturgo Noel Coward, animatore di lunghissime nottate mondane.

La donna più amata dai britannici ha avuto (finora) solo quattro nemici. Due, le due rivali più pericolose, è riuscita a seppellirle: una fu la cognata Wallis Simpson, l’altra la moglie del nipote preferito, Lady Diana Spencer. Il terzo nemico, Winston Churchill, depose l’ascia di guerra dopo lunghi anni di liti quando Hitler li costrinse a far causa comune. Solo il genero Filippo d’Edimburgo riesce tuttora a tenerla a distanza. La sua tecnica per evitare i nemici? Parla sempre pochissimo e sorride sempre a tutti.

Comunicatrice naturale, la Queen Mother ha persino inventato un suo personalissimo stile di saluto regale (il gesto evoca quello di avvitare una lampadina posizionata poco sopra la testa), molto sbertucciato dai comici ma molto amato dal popolino. Soprattutto, non si è mai mostrata annoiata dalla gente. È stata lei, in occasione di un viaggio in America nel 1938, a inventare il “royal walkabout”, la tecnica ormai copiata anche da molti politici di creare empatia con la folla fingendo ogni tanto di individuare nella mischia una vecchia conoscenza (in realtà un perfetto estraneo) e lanciandosi in brevi ma efficaci battute di circostanza. Se sua figlia Elisabetta è paragonabile a papa Montini per il carattere austero e cauto, la Regina Madre è decisamente come Giovanni XXIII: solare e sorridente, amabile anche per i non credenti. Qualsiasi filippica antimonarchica, in Inghilterra, è destinata a spegnersi nel silenzio e nella generale riprovazione al solo nominare il suo nome: “Vabbe’, facciamo eccezione per la Queen Mum, lei sì che è diversa dagli altri”. E tutti le hanno sempre perdonato anche la quasi patologica gestione delle finanze, compresi il seguito di 45 inservienti e lacchè sparsi in cinque residenze private, i fiumi di champagne e di gin, le cene di gala, il guardaroba, la scuderia con gli splendidi cavalli da corsa.

Del resto, quando nacque il 4 agosto del 1900, erano altri tempi: la regina Vittoria stava ancora sul trono e tutte le nazioni europee, tranne la Francia e la Svizzera, erano monarchie. Anche se in quei giorni la stampa portava in prima pagina i particolari del regicidio di Umberto I avvenuto a Monza pochi giorni prima e la nascita di Elizabeth Bowes-Lyon, nona figlia del 14esimo duca di Strathmore, rimase relegata nelle brevi. Quando, nel 1923, dopo tre anni di ripetuti rifiuti, finalmente cedette alle ardenti ma impacciate proposte di matrimonio di Alberto duca di York, balbuziente e timidissimo secondogenito di Giorgio V, la sua esperienza di vita era quella di qualsiasi aristocratica scozzese di inizio secolo: un’educazione rigorosa e puritana, un certo sfavillante lusso e poche responsabilità. I seguenti tredici anni passano nella relativa penombra del ramo cadetto: dà alla luce due figlie, Elisabetta (1926) e Margaret Rose (1930). L’abdicazione nel 1936 del cognato David, dopo pochi mesi sul trono come Edoardo VIII, le sconvolge la vita. A causa delle trame di quell’impresentabile divorziata americana, Wallis Simpson, il suo amato Bertie è obbligato a salire sul trono. Senza avere la preparazione pratica né psicologica per il ruolo. Per la 36enne duchessa di York, l’imprevista promozione è invece una gradevolissima sfida. Sarà lei la grande suggeritrice di Giorgio VI, circondata da geniali maghi dell’immagine come Beaton e Hartnell: pochi mesi, e i sudditi imperiali hanno già dimenticato il trauma dell’abdicazione. Come sarà per Diana rispetto a Carlo, è lei il centro dell’attenzione; ma per il timido Bertie è tutto di guadagnato. Se l’odiata cognata americana le ha regalato la corona, Hitler le ha offerto un’inossidabile reputazione di eroismo e abnegazione durante i micidiali bombardamenti del 1941.

La guerra trasforma i pessimi rapporti con Churchill, si forma anzi un formidabile terzetto patriottico, composto dal timido ma coraggioso re e dai suoi due fidati mastini, la moglie e il premier. Se Churchill fu il cervello e la voce dello spirito britannico, Elisabetta ne fu la musa, l’anima. Scomparse le splendide toilette, Elisabetta si veste da donna qualunque. A Buckingham Palace regna la stessa austerity imposta ai vizi e virtù dei comuni mortali. Nel 1942 un’incredula Eleanor Roosevelt scoprì che la Casa reale viveva di razioni e si vestiva con i coupon. E che l’acqua nella vasca da bagno non poteva superare gli otto centimetri.

Invece di portare le principessine in campagna o in Canada, la regina rimane accanto al marito. “Le ragazze non possono partire senza di me; io non parto senza mio marito, e Sua Maestà non abbandonerebbe mai il suo posto”. Una frase scolpita nel mito della monarchia inglese. Tutti i giorni, tra i bombardamenti, la coppia reale si reca a portare solidarietà alle vittime: ogni sua apparizione è vissuta dai londinesi come un miracolo. Quando nel ’41 Buckingham Palace viene bombardato, ecco la frase destinata a renderla celebre e amata per sempre: “Now we can look the East End in the eyes”, “Ora anche noi possiamo guardare la East End (il quartiere dei poveri, il più colpito, ndr) negli occhi”. Fu Elisabetta ad animare e coordinare fra i compatrioti, già provatissimi, la grande campagna di solidarietà dell’Impero nei confronti dei cittadini di Stalingrad. Proprio lei, l’icona delle decadenti monarchie occidentali frivole e spendaccione, fu riverita e acclamata in Unione Sovietica per “il suo contributo alla solidarietà fra i popoli”.

Nel 1997 le è stata riconosciuta la cittadinanza onoraria di Volgograd. E in occasione dei suoi cent’anni, forse il più fervente messaggio di auguri da parte di un capo di Stato è stato quello di Vladimir Putin. Se il Dopoguerra ha segnato il definitivo declino dell’Impero e la vittoria delle socialdemocrazie, a guardare  Buckingham Palace o il castello di Windsor il ridimensionamento del Regno Unito non si notava granché. Avanzava il Welfare State, si allontanavano l’India e le colonie, ma la regina Elisabetta splendeva come prima, più di prima. Sua Maestà il re era sempre più malato, lei diventava sempre più influente a corte e nell’establishment.

La morte precoce del marito nel 1952, a 56 anni, secondo la consuetudine dinastica avrebbe dovuto segnare il suo ritiro a vita privata. Al trono sale la figlia 26enne, per il Regno Unito si chiude simbolicamente la lunga parentesi dell’austerità postbellica. In giro c’è voglia di allegria, di novità, di gioventù. Tutte le attenzioni sono spostate sulla nuova regina assai carina, dall’aria innocente ma decisa, sul suo bellissimo marito Filippo d’Edimburgo, biondo e atletico, e sui piccoli figli, Carlo e Anna. E per chi vuole glamour e basta, c’è la bella e irrequieta sorella, Margaret Rose, ancora nubile. Per l’ex sovrana, a soli 51 anni, poteva essere l’eclissi definitiva. Ma la madre della nuova regina non ha nessuna intenzione di lasciare, anzi vuole raddoppiare. Con straordinaria faccia tosta tratta subito con la corte per stabilire la sua nuova posizione costituzionale ed economica. Come aveva già dimostrato con Wallis Simpson, e come avrebbe fatto quarant’anni dopo con Diana, sa come si vince una battaglia a corte. Persino contro sua figlia.

Sul piano economico, le viene concesso tutto ciò che vuole: la aspettano altri cinquant’anni da vedova allegra. Ma è su quello del titolo che la vedova di Giorgio VI compie il suo capolavoro: diventa ufficialmente “Queen Elizabeth, the Queen Mother”, cioè regina due volte. Proprio come gli americani dicono di New York “New York City, New York”, per meglio esprimere la leggenda. In più, mantiene il diritto alla firma “Elizabeth R.” (R come regina), un’anomalia costituzionale stravagante. I suoi istinti e i suoi pregiudizi politici sono e restano quelli edoardiani, piuttosto persino reazionari. Si sussurra che sia classista, un po’ razzista, fieramente nemica dell’Europa unita.

Ha molto ammirato la Thatcher (in quanto icona neovittoriana, più che come paladino del neoliberalismo), detesta invece le pallide correttezze politiche di Tony Blair che tanto piacciono a sua figlia, donna di sensibilità vagamente socialdemocratica, come tutta la sua generazione. Durante le sue irrinunciabili uscite in pubblico, a piedi e negli ultimi anni più spesso a bordo di una “golf buggy” appositamente adattata per gli adorati bagni di folla, non ha mai detto una parola di troppo. Non ha perso il senso della misura nemmeno per quella fenomenale kermesse oceanica che è stata la parata popolare in onore dei suoi cent’anni, a Londra nel 2000. Le sono sfilati davanti migliaia di ammiratori, appartenenti alle diverse organizzazioni cui è legata, da presidente onorario o da semplice militante. Una scena surreale, che si è consumata per ore lungo il Mall, il viale trionfale che lega Trafalgar Square a Buckingham Palace, passando per casa sua, Clarence House. Reggimenti e bande militari, squadre di boy-scout e di girl-guide, casalinghe della Women’s Institute e veterani della British Legion, il sindacato degli agricoltori e il circolo delle ricamatrici, persino un drappello di punk in alta uniforme. Ogni gruppo era accompagnato da un apposito carro carnevalesco con tanto di tableau vivant in omaggio della benamata centenaria. Nessun altro essere vivente potrebbe mai attrarre un simile bagno di folla nella culla dello scetticismo britannico. Il suo centunesimo genetliaco, quest’anno, è stato invece accompagnato da molta preoccupazione per il suo ricovero in ospedale. I media erano pronti per speculare sulla sua eventuale mancanza all’appuntamento, ma la Queen Mum li ha fregati tutti. E il 4 agosto ha girato tra la folla fuori da Clarence House come se niente fosse.

In breve.
Elizabeth Bowes-Lyon, nona figlia del 14esimo duca di Strathmore, nasce il 4 agosto 1900. Nel 1923 sposa Alberto duca di York, figlio cadetto di Giorgio V. Nascono due figlie, Elisabetta (1926), attuale sovrana, e Margaret Rose (1930). Nel 1936, in seguito all’abdicazione di Edoardo VIII, Alberto sale al trono col nome di Giorgio VI. Durante la Seconda guerra mondiale Elisabetta si guadagna la stima e l’affetto imperituri dei suoi sudditi. Nel 1952, alla morte di Giorgio VI, assume il titolo di “Queen Elizabeth, the Queen Mother”.



(William Ward ha lavorato a Roma, vive a Londra. Collabora con giornali inglesi, col Foglio e Panorama)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi