cerca

Kadeer Rebiya

Aguardare e riguardare la foto, i tratti potrebbero anche evocare in qualche modo Osama bin Laden. Stesso sguardo intenso, stesso portamento con un nonsoché di aristocratico, stessa aria distaccata, che ha qualcosa di ascetico, ma dietro l’apparente gentilezza lascia indovinare un’anima dura, fredda e tagliente come l’acciaio. Stessa figura magra, longilinea. Stesso viso sottile, naso affilato.

di Siegmund Ginzberg

30 Novembre 1999 alle 00:00

Aguardare e riguardare la foto, i tratti potrebbero anche evocare in qualche modo Osama bin Laden. Stesso sguardo intenso, stesso portamento con un nonsoché di aristocratico, stessa aria distaccata, che ha qualcosa di ascetico, ma dietro l’apparente gentilezza lascia indovinare un’anima dura, fredda e tagliente come l’acciaio. Stessa figura magra, longilinea. Stesso viso sottile, naso affilato. Messo ancor più in risalto dal fazzoletto islamico che lo incornicia. Una grande fortuna finanziaria alle spalle, anche se non ereditata ma costruita con le proprie mani. Che hanno fatto sì che per anni fosse chiamata semplicemente “la miliardaria”. Analogo innato talento da leader, predisposizione naturale a farsi obbedire. Pressappoco la stessa età, diciamo quella che avrebbe la sorella immediatamente minore. E in effetti, per le autorità cinesi, la 58enne Rebiya Kadeer, madre di undici figli, è appena un po’ meno pericolosa di Osama, anche se non risulta che abbia mai predicato la violenza, non chiama alla guerra santa, non finanzia campi guerriglieri, non ha mai maneggiato armi, non ha a che fare con gente che costruisce bombe, dirotta aeroplani, decapita ostaggi. Avesse avuto a che vedere, anche lontanamente, con una sola di queste cose, avrebbero risolto da tempo la cosa con un colpo alla nuca, magari in uno stadio affollato.

Nessuno e niente li avrebbe dissuasi, certo non Amnesty International
o il timore di suscitare un’ondata di proteste internazionali, certo non quello di mettersi contro i propri musulmani, esasperare una minoranza etnica tra le più numerose, e da tempo sull’orlo di una crisi di nervi. Invece, dopo averla condannata a otto anni, le hanno persino ridotto di un anno la pena. Arrestata nel 1999, potrà tornare in libertà nell’agosto 2006. Sempre che nel frattempo non sopravvengano altre complicazioni. L’accusa in base a cui era stata condannata, dopo un processo a porte chiuse durato appena tre ore, con i difensori che avevano il diritto di essere presenti, non la facoltà di parlare, è di aver fornito “segreti di Stato” a stranieri. Nella fattispecie, avrebbe fatto ritagli di giornali locali, li avrebbe addirittura “sottolineati” con un evidenziatore, e li avrebbe inviati al marito che risiede negli Stati Uniti. Non è un’accusa da poco. Appena poco meno dello spionaggio, può comportare fino all’ergastolo. “Segreto di Stato”, per la giurisprudenza cinese, è qualsiasi cosa non sia esplicitamente autorizzata per la diffusione generale a qualsiasi pubblico. Formalmente quindi lo è anche una pubblicazione tirata in centinaia di migliaia di copie, ma ristretta a una circolazione limitata a specifiche categorie di lettori autorizzati, come continua a essere ad esempio il quotidiano delle Forze armate.

Lo sarebbe anche questo giornale, se venisse tradotto in una rassegna stampa non destinata al pubblico generale (non è un’esagerazione: per molto tempo, nella Cina di Mao e anche del dopo-Mao, la pubblicazione segreta per eccellenza, la più ambita e ricercata, il cui possesso clandestino è costato secoli di lavori forzati, era il Neibu Cankao, la rassegna stampa con articoli di pubblicazioni estere, riservata ai quadri di partito). Nell’era di Internet la cosa appare ridicola e anacronistica. Ma sugli anacronismi c’è poco da scherzare. Specie se, come nel caso di Rebiya, ci sono pesanti aggravanti. Un’ipotesi è che una delle principali aggravanti possa essere che la signora ha tradito le aspettative che sembravano fare di lei la personificazione di una success story femminile, rappresentativa del grande boom cinese di questi anni, e una predestinata alla cooptazione nella élite delle élite. Nata nel 1946 in Xinjiang, in pieno Far West islamico cinese, da un padre barbiere, di quelli che ancora oggi si vedono tosare i passanti su una sedia sistemata sul ciglio dei bazar, era riuscita ad affermarsi come una delle imprenditrici private di maggiore successo nella Cina dell’“arricchirsi è onorevole” dell’era di Deng Xiaoping.

Negli anni della Rivoluzione culturale aveva fatto la lavandaia
e si era limitata ad arrotondare con il piccolo contrabbando. Divenuta di moda e politicamente corretta l’intraprendenza in più grande stile, si era allargata al traffico di semi di girasole, pelli di coniglio, poi gioielleria e alimentari, fino a estendere l’attività all’importazione di tonnellate di acciaio dal vicino Kazakistan e al baratto e commercio di beni di ogni genere fin dalla Turchia e dall’Iran. Il primo negozio a Urumqi l’aveva aperto nel 1982. Dieci anni dopo aveva esteso le attività all’edilizia e aveva già finito di costruire il più grande centro commerciale nella capitale dello Xinjiang e, in quel momento, forse addirittura a Ovest di Pechino, con centinaia di dipendenti e 1.600 postazioni di vendita in affitto. A metà anni 90 era già una leggenda, e persino il patron della Microsoft Bill Gates, turista sulla via della seta, chiedeva di poterla incontrare. La rivista Forbes l’aveva inclusa nelle sua classifica dei maggiori patrimoni mondiali come una delle donne più ricche in Cina. Si fosse occupata di petrolio, sarebbe forse entrata nella cerchia degli intimi dei Bush, o di Dick Cheney, di giornali e tv, sarebbe certo diventata di casa dai Murdoch. Era diventata il modello della nuova Cina dinamica avviata al grande boom. Nel 1995 l’avevano chiamata a far parte dell’Assemblea consultiva nazionale, il Parlamento dei non comunisti doc, aveva debuttato e si era fatta notare come rappresentante cinese alla Conferenza mondiale delle donne a Pechino.

Era stata elogiata come fondatrice del Movimento delle mille madri di famiglia, volto a incoraggiare l’imprenditorialità femminile. Non avevano difficoltà a perdonarle la spregiudicatezza negli affari, né il fatto che, in piena severissima campagna per la limitazione delle nascite e di politica draconiana del “figlio unico” per il restante miliardo di cinesi, lei di figli ne avesse già undici. Le perdonavano anche di essere una uighur islamica praticante. I guai cominciarono quando le venne in mente di aprire una scuola islamica per bambini poveri a casa, in cui veniva insegnato il Corano e, peggio ancora, la lingua uighur (un dialetto turco), anziché il cinese. La accusarono di voler introdurre madrasse, potenziali scuole di terrorismo, come quelle dei wahabiti; l’accusarono di proselitismo religioso (che in Cina è proibito se diretto a minori di Ma forse le avrebbero passato anche questo, se il secondo marito, Sadik Rouzi, un intellettuale, professore di Storia all’università dello Xinjiang, con grilli di indipendentismo più che il pallino per gli affari, non avesse commesso l’imprudenza di mettersi a fare il militante del separatismo uighur e, dopo aver scritto un articolo infiammato di denuncia della repressione antiislamica su un giornale locale, non avesse riparato negli Stati Uniti, chiedendo asilo politico.

Era molto prima dell’11 settembre, glielo concessero,
lo invitarono al Congresso per testimoniare sulla repressione antireligiosa dei comunisti cinesi, lo assunsero nei servizi per le trasmissioni in cinese. Le autorità convocarono Rebiya. Le spiegarono che ce l’avevano con lui, non con lei. Cercarono di convincerla che non era il caso che rovinasse una carriera che avrebbe potuto portarla al vertice della nomenklatura cinese per colpa del marito. Le consigliarono di divorziare. Le ricordarono che non doveva essere una cosa poi così difficile per lei, che aveva divorziato già una volta, dal primo marito sposato appena sedicenne, perché lui, islamico ortodosso all’antica, voleva che lei stesse in casa e non si dedicasse all’attività, disdicevole per una donna musulmana, di far pubblicamente denaro. Lei rifiutò. Cinque degli undici figli avevano nel frattempo già raggiunto il padre in America. Cominciarono col ritirarle il passaporto. La misero agli arresti domiciliari ogni volta che dalle sue parti passava una delegazione di parlamentari americani o della commissione Diritti dell’uomo. Seguì l’arresto, il processo e la condanna, giusto poco prima dell’11 settembre. Il compito di amministrare il patrimonio familiare passò al più giovane dei figli, il 24enne Aleem, che si era laureato in Medicina legale e sognava di fare invece il poliziotto.

Da allora Congresso, stampa e opinione pubblica americana
hanno continuato a chiedere a Pechino la sua liberazione. E quelli a rispondere che non si vede perché ciascuno non possa occuparsi a modo suo dei propri “terroristi islamici”. La considerano una “terrorista”, nell’accezione molto vasta che questo termine ha in Cina: nel caso specifico come sostenitrice, se non proprio ispiratrice, di un movimento con l’intento di “spaccare l’unità nazionale”. Spiegano che non intendono correre il rischio che la loro provincia islamica, estesa come metà India e cinque volte l’Italia, con una popolazione islamica dello stesso ordine di grandezza di quella dell’Iraq, sia pure ormai “colonizzata” da un quasi pari numero di cinesi han, diventi la loro Cecenia. Quella del Turkestan cinese è un’acquisizione relativamente recente, il pieno controllo di Pechino si era realizzato solo nell’Ottocento. I manciù avevano dovuto reprimere ben 40 ribellioni di uighur tra ’700 e ’800. Mao aveva dovuto riconquistarlo nel 1949 dopo che, negli anni 30 e 40 gli uighur avevano proclamato ben due repubbliche indipendenti.

Vi aveva inviato come proconsole il generale Wang Enmao
, uno dei luogotenenti più fidi sin dai tempi della Lunga marcia. Gli uighur gli avevano ricordato che Mao aveva a suo tempo promesso di farne una repubblica indipendente federata con la Cina. Quello rispose che lo Xinjiang era stato parte “indivisibile” della Cina per due millenni e che una pretesa del genere rivelava “ostilità alla storia e al socialismo”. Per decenni il pugno di ferro fu giustificato dal fatto che quella era terra di confine con l’Urss. E ora ci passa il petrolio. Rebiya Kadeer non è indipendentista. Non è un’islamica integralista. Non è nemmeno sicuro che si sia mai occupata di politica. Non c’è un suo intervento, un suo scritto, una sua dichiarazione, un’intervista in cui parli di queste cose. Ma Pechino è riuscita a farne, agli occhi degli uighur, una figura leggendaria, un’eroina forse suo malgrado. Purché non finiscano per farne qualcosa di peggio.

di Siegmund Ginzberg

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi