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Ibrahim Rugova

Le mie prime parole sono: sono felice di essere qui”. Disse proprio così Ibrahim Rugova, mettendo per la prima volta piede in Kosovo, dopo il breve esilio italiano. Quel tardo mattino di luglio indossava un abito scuro, dal taglio più elegante del solito, e soprattutto non portava al collo il piccolo foulard che era stato a lungo un elemento distintivo.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 16 luglio 2000

"Le mie prime parole sono: sono felice di essere qui”. Disse proprio così Ibrahim Rugova, mettendo per la prima volta piede in Kosovo, dopo il breve esilio italiano. Quel tardo mattino di luglio di un anno fa indossava un abito scuro, dal taglio più elegante del solito, e soprattutto non portava al collo il piccolo foulard che era stato a lungo un elemento distintivo, una bandiera singolare e dimessa, un vezzo inaspettato su giacche che cadevano male e camicie senza qualità. Solo a guardarlo bene, qualcuno avrebbe potuto pensare che Rugova, affidando nel giorno del ritorno l’immagine di sé all’assenza del particolare eccentrico, alla mancanza del dettaglio, stesse davvero rivelando se stesso: un uomo che sa adattarsi alle circostanze.

Ibrahim Rugova nacque già come un sopravvissuto, il 2 dicembre del 1944. Tutti i ritratti che i giornalisti tracciavano dopo essere saliti in pellegrinaggio a casa sua, sulla collina che domina Pristina, negli anni in cui era l’apostolo della non violenza in una regione dimenticata, citano un episodio. E’ facile immaginare che sia lui stesso a raccontarlo, come il dettaglio a tinte forti di una scarna biografia.

L’episodio è la morte del padre (aveva appena 27 anni) e del nonno, avvenuta per fucilazione, o forse in modo ancora più sbrigativo, ma il racconto è arido, quando Rugova aveva appena quattro settimane di vita. A ucciderli furono gli uomini dell’Ozna, la polizia partigiana della nascente Jugoslavia titoista. A dettarne la condanna, il sospetto di collaborazionismo con italiani e tedeschi. Si può arguire la lezione che Ibrahim maturò, in un’infanzia senza padre e senza nonno, e poco dopo senza due zii, uccisi allo stesso modo: non il rancore etnico, e neppure la vendetta rozza e lenta del codice d’onore albanese. Forse la lezione fu ancora più semplice: la giusta causa può costare la vita, e occorre essere prudenti. O addirittura più banale: era il Rugova sopravvissuto, e a lui spettava vendicare il destino, come se il Kosovo non potesse fare a meno dei Rugova, quella famiglia senza più uomini ma ancora la più ricca di Crnce, il paesino nel comune di Istok, nel Nord, ai piedi del canyon Rugova.

Dopo gli studi a Pec e dopo la laurea a Pristina, è una borsa di studio a consentire al giovane Rugova l’atto secondo della sua formazione. Il soggiorno a Parigi, tra il ’76 e il ’77, per un dottorato di ricerca alla Sorbona; un periodo che gli ha lasciato due cose: il francese e l’orgoglio di comunicare al mondo, di sfuggita, di essere stato allievo di Roland Barthes. Il 1980, nell’autobiografia di Rugova, è l’anno della morte del maestro strutturalista, prima di essere quello della morte di Tito. Da allora in poi, e per sempre, Rugova sarà uno scrittore. Un intellettuale chiamato dal destino alla politica, dopo aver diretto giornali studenteschi, insegnato, presieduto l’Associazione degli scrittori kosovari e scritto alcuni saggi dal titolo tanto suggestivo quanto enigmatico (“La strategia del senso”, 1980, “Il rifiuto estetico”, 1987), e dopo aver firmato un appello in favore dell’autonomia del Kosovo che gli vale l’espulsione dalla Lega dei comunisti (l’aveva, dunque, ma solo perché la si doveva avere).

Il mese di maggio del ’92, quando Rugova verrà nominato in elezioni clandestine primo presidente dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, è anche il mese in cui un assedio interminabile inizia a stringersi attorno a Sarajevo. Dirà Rugova: non possiamo farci trascinare in un conflitto che verrebbe perso da tutti. Sarà il cuore di una strategia non violenta, di istituzioni parallele, di scuole e ambulatori gestiti dai kosovari per i kosovari. Un apartheid alla rovescia, fondato su una convinzione: prima o poi, mosso dalla suggestione di questa strategia non violenta, l’Occidente sarebbe intervenuto. Una scelta rassegnata e di buon senso, più che di respiro profetico, ma basterà a guadagnargli la fama di Gandhi dei Balcani, lo farà entrare nella rosa dei candidati al Nobel per la Pace nel 1997, lo farà ricevere dal Papa e da Clinton.

Lo scenario che fa da sfondo alla fine del presidente ha un decoro appropriato: è l’estenuante conferenza di Rambouillet, nel castello alle porte della sua Parigi. Molti fra i suoi uomini l’hanno abbandonato, rivelandone l’intolleranza, l’indecisione, l’autoritarismo. Altri lo hanno lasciato nel modo peggiore: uccisi davanti alla porta di casa a Pristina, o assassinati a Tirana, come Ahmet Krasniqi. Era ministro della Difesa del governo in esilio, e venne sepolto con onori militari e accuse ai Servizi jugoslavi. Ma tutti sanno che la colpa di Krasniqi, uomo di Rugova, era l’aver cercato di metter in piedi le Fark, una formazione armata in concorrenza con l’Uck. A Rambouillet, diplomazie e redazioni scoprono nuovi nomi e nuovi leader. Rugova guarda in silenzio Femi Agani, Rexhep Qosja, Adem Demaci. Guarda più a lungo Hashim Thaqi, nome di guerra Serpente, un volto di bellezza tenebrosa, accentuata dalle tracce lievi di una scheggia di granata, laurea in Svizzera e buona conoscenza dei meandri più torbidi della società kosovara. Per la Albright, è il Gerry Adams del Kosovo. Rugova, in un angolo, sembra davvero una figura tragica: l’uomo che ha venduto ai kosovari un’illusione, come dirà uno dei suoi vecchi amici, è più melanconico che mai. Un personaggio il cui futuro potrebbe essere descritto, adesso, come quello di un uomo solo con le sue sigarette sottili, la rakia del paese natale e i suoi pochi whisky, i suoi libri e la famiglia non grande per i canoni kosovari: la moglie Fana, i tre figli.

Fosse dotato di umorismo, adesso, gli calzerebbe l’irriverente paragone che una giornalista si era lasciata scappare quando era ancora leale dissacrarlo: un Woody Allen col foulard. Ma la prova peggiore venne dopo quando i serbi lo tennero in una specie di limbo, mentre tutt’intorno era l’inferno. Chiuso nella villetta a tre piani sulla collina di Velnaja, agli arresti domiciliari, ma non trasformato in un martire. Anzi, distrutto da pochi minuti di immagini, girate nel palazzo sul colle di Dedinje: Rugova accanto a Milosevic, Rugova che firma un documento. Come se firmasse la sua fine politica, assieme alla salvezza sua e della sua famiglia. Rugova si adattò alla situazione, pensando in cuor suo di non farsene distruggere. La attraversò come si attraversa un deserto, ne uscì con circospezione e fatica, ma con l’animo sgombro. Fu generoso con se stesso, tanto da trasformare una disfatta civile e politica in una capitolazione umana, in un cedimento comprensibile. E perdonando lui oggi noi perdoniamo noi stessi. “Il perdente è ritornato”, fu il titolo del maggior quotidiano kosovaro, Koha Ditore, il giorno di luglio in cui Rugova tornò dal prolungato esilio. Hashim Thaqi fu più sarcastico: notò che Rugova si era portato dietro, da Roma, 14 chili di fusilli.

I pochi capelli sempre un po’ scarmigliati, il ferreo sognatore, l’uomo che conserva in casa le bandierine albanese e americana e le foto che documentano la sua familiarità con i grandi del mondo, e un campionario dei 22 minerali esistenti in Kosovo, e un pezzo di marmo del camino della casa del nonno, era a casa. A casa nel più strano dei paesi al mondo, governato come una città utopica da un governo mondiale: un francese come presidente, un inglese alle ferrovie, uno spagnolo alle Forze armate e un italiano capo dei vigili del fuoco. In questo vuoto rarefatto si sono consumati i nuovi miti, a cominciare da quello di Thaqi, mentre i silenzi di Rugova sembrano rassicurare la voglia di normalità di molti. Forse, col foulard ha perso l’aureola di Gandhi; forse non è più il Walesa del Kosovo. Forse è solo il dottor Rugova, come si firma. Ma mentre gli altri sono andati incontro a un rapido declino, adesso il perdente è davvero tornato, con la sua capacità di sopravvivere, con la caparbia e scostante fiducia in se stesso. I sondaggi lo danno vincitore alle elezioni, se mai si terranno: il tempo lavora per lui. O meglio, Rugova sa come sopravvivere al tempo.


In breve
Nasce a Crnce nel 1944. Famiglia di possidenti. Dopo la laurea in lettere, borsista a Parigi, segue i corsi di Roland Barthes. Presidente della Lega degli scrittori kosovari. Aderisce alla Lega dei comunisti, ma ne è espulso perché autonomista. Fonda la Lega democratica. Eletto nel 1992 presidente dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, è stretto nella morsa tra repressione serba e appello alle armi dell’Uck. Candidato al Nobel per la Pace, è rieletto presidente nel 1998. Dopo la guerra e il breve esilio, è tornato a guidare i moderati.


Toni Capuozzo, inviato del Tg5, esperto di Balcani, ha scritto per Lotta continua, Reporter e Panorama.  

 

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