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Ibn Saud, il monarca assoluto che sotto le stelle del deserto parlava con trasporto della democrazia

Ibn Saud, col suo metro e novanta di statura, torreggiava su tutti noi quando si alzò per stringerci la mano. Barba folta, lunghe vesti fluenti, movimenti aggraziati, era una figura veramente maestosa. L’imponenza della prima impressione era dovuta in parte allo sguardo, che sembrava fisso su un punto remoto dietro le vostre spalle: illusione che presto si rivelava dovuta a un lieve strabismo dell’occhio sinistro.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 4 gosto 2002

Ibn Saud, col suo metro e novanta di statura, torreggiava su tutti noi quando si alzò per stringerci la mano. Barba folta, lunghe vesti fluenti, movimenti aggraziati, era una figura veramente maestosa. L’imponenza della prima impressione era dovuta in parte allo sguardo, che sembrava fisso su un punto remoto dietro le vostre spalle: illusione che presto si rivelava dovuta a un lieve strabismo dell’occhio sinistro. Non occorre adesso soffermarci sulla conversazione: formule di cortesia, frasi generiche, scambio di complimenti reciproci. Alla fine fummo guidati ai nostri alloggi dal principe ereditario. Questi ci aveva assegnato una parte del suo palazzo, che s’affacciava sulla piscina e sul serraglio: attraverso le cui grate i congressisti, seguiti da presso dal loro addetto stampa, gettavano periodicamente occhiate speranzose.

Dato che non ci trovavamo in un film di Cecil B. De Mille, c’era un’estrema scarsezza di brune e languide ninfe che facevano il bagno. Per tutto il tempo che fummo nel palazzo non vedemmo una sola donna araba, e le poche femmine incontrate nei vicoli polverosi erano incappucciate e tutte avvolte in lunghe vesti nere. Ali Alirezeh mi chiarì le idee sulla poligamia di Ibn Saud. Negò che il re avesse mai avuto piú di quattro mogli, che è il limite legale e morale consentito a ogni pio mussulmano. Quattro, cioè, alla volta. Naturalmente i mussulmani autorizzano il divorzio, quando il marito lo trova conveniente; Ibn Saud si era limitato a far uso generoso di questo istituto. Il suo harem era consistito per solito di tre mogli soltanto, da una delle quali il re si affrettava a divorziare ogni volta che prendeva una nuova vergine in sposa. Secondo Ali, Ibn Saud aveva avuto, nel suo mezzo secolo di virilità, una successione di oltre duecento mogli; una media di non piú di quattro divorzi all’anno.

L’amore aveva a che fare meno della politica. Gli sceicchi tribali che donavano al re nuove spose si sarebbero sentiti offesi se queste fossero state rifiutate. La prole dava loro vincoli di sangue col trono: i matrimoni non facevano che rinnovare o suggellare alleanze politiche. Dato che il re manteneva presso di sé i figli maschi, c’era un miglioramento rispetto al vecchio sistema di tenere i figli dei capi in ostaggio. Le mogli spodestate di solito continuavano a vivere nel palazzo per badare alla loro prole. All’epoca in cui lo incontrai, Ibn Saud aveva trentanove figli, che andavano dal principe ereditario a un bel bambino di tre anni, ultimogenito. Sopravvivevano anche un certo numero di figlie regali, ma Ibn Saud non era assolutamente in grado di ricordare quante. Il re ci illustrò questo punto con un aneddoto.

Un giorno una giovane entrò nell’harem con la sorella del re, e lo abbracciò con trasporto. Seccato da queste effusioni, il re non disse nulla finché quella non se ne fu andata; poi domandò chi fosse. Seppi così, concluse il sovrano, che era una delle mie figlie piú giovani, che avevo dato in moglie a qualcuno e che non vedevo da anni. Mi capita abbastanza spesso di non ricordare il nome di una figlia, ma questa volta ne avevo dimenticato addirittura la faccia. Non potei fare a meno di chiedermi cosa avrebbe pensato Freud di tutto questo. Dato che l’immagine paterna qui era remota come quella di Babbo Natale, presumibilmente il bambino accetta come normale, dalla prima infanzia, quella che in una società cristiana si chiamerebbe una famiglia in frantumi.

Tuttavia per il beduino medio che non può permettersi piú di una moglie, il sistema non fa che privarlo del piacere della compagnia mista. Dove le donne sono beni mobili e schiave, sono schiavi anche gli uomini. La “libertà” degli arabi era strettamente limitata, a parte l’immediata cerchia familiare, a una società di soli maschi. Ibn Saud era orgoglioso dei suoi successi paterni, e orgoglioso della sua spada: la legge del deserto era la violenza; chi perdeva veniva mangiato, e il vincitore portava le ali dell’aquila.

Re Saud ci raccontò con molto brio come si era impadronito di Riyad, alla vigilia della fine del secolo, con quaranta seguaci soltanto. Gli ci era voluto fino al 1926 per conquistare la Mecca e lo Hegiaz, rovesciare re Hussein (sostenuto dagli alleati della Prima guerra mondiale), e ripristinare finalmente il potere wahabita. Su una terrazza illuminata dalle stelle, con una splendente Croce del Sud impressa nel cielo che rosseggiava sulla maestà del deserto, il re ci fece sedere a una gran tavola a forma di U su cui stavano due dozzine di teneri agnelli arrostiti interi, e circondati da enormi alveari di riso pilaf. Cataste di volatili, pesci, verdure, frutta e datteri freschi scintillavano sotto le torce. Il re staccò un cosciotto d’agnello col pugno, offrendolo a Mr Mundt. Trenta principi ci sedevano accanto per assisterci. Alla fine, rimpinzati come anatre pechinesi, fummo guidati a una vasta terrazza tutta cosparsa di tappeti, dove si teneva corte.

Il capo caffettiere del re, Ibn Abdul Wahid, andava attorno con movenze da ballerino, il pugnale scintillante, la cuccuma d’ottone che lampeggiava fra le tazze come un serpente. Una tazza tiene appena un ditale dell’infuso denso come melassa che bevono gli arabi. Per metà erano fondi, che Abdul con un gran gesto svolazzante buttò ripetutamente sui costosi tappeti orientali. Dietro Abdul veniva il reale incensiere, seguito dal real profumiere; e a chiudere la fila c’era il portatore della coppa personale del re di acqua della Mecca e di un’enorme coppa d’argento di crema di latte, leccornia questa riservata ai fedeli e felicemente risparmiata agli ospiti.

Il monarca arabo chiacchierava della condizione dell’uomo quale appariva da dove lui stava. Uno dei sovrani assoluti del mondo, signore, legislatore e giudice indiscusso di tutti coloro su cui sopraintendeva, il vecchio guerriero del deserto parlò con caldi elogi della “democrazia”, e della “nostra causa comune in guerra” (guerra in cui era riuscito a rimanere neutrale fin proprio all’ultimo). Non occorre dire che nella sua terra c’era ben poco di ciò che un americano avrebbe chiamato “libera iniziativa”. Il re e la sua aristocrazia tribale erano proprietari, semplicemente, della terra e di tutte le ricchezze che vi si trovavano sopra e sotto. Anche i tributi della Mecca erano roba sua, e il Corano gli forniva la legge per proteggerli: vita per vita, occhio per occhio, e la mano mozzata ai ladri.

Con un codice severo immutato da mille anni, e l’abile manipolazione della politica tribale, Ibn Saud teneva insieme questa nazione di sei milioni all’incirca di turbolenti nomadi analfabeti, i cui antenati un tempo avevano messo a soqquadro l’Europa cristiana e l’Asia con la spada conquistatrice del Profeta. Tuttora quasi completamente isolata dalla scienza e dal mondo industriale, questa gente stava adesso per esserne investita, finalmente, con risultati rivoluzionari che nessuno poteva allora prevedere. Ancora qualche anno, alcuni miliardi di dollari americani, e le Cadillac, e la vecchia fratellanza tribale sarebbe stata lacerata e non sarebbe mai piú tornata quella di prima. Adesso il re continuava a parlare di fascismo, nazismo e comunismo. Per lui erano tutte dottrine atee, che non avevano “niente a che fare con noi democrazie”.

Un paese governato da una democrazia non l’aveva mai visto, eppure quando parlò del suo incontro con Roosevelt sul Mar Rosso, nel 1944, non recitava una parte. Il presidente, quale capo tribale suo collega, gli aveva fatto un’impressione profonda. Con le lacrime agli occhi disse che aveva messo il palazzo a lutto per una settimana quando era giunta la notizia della morte di Roosevelt. Per quanto commosso da questa manifestazione di sensibilità araba, non ero sicuro che i repubblicani presenti, che il re apparentemente considerava come addetti in qualche modo alla corte del presidente, apprezzassero appieno i suoi sentimenti quando egli disse con tenerezza: diedi ordine che la sua fotografia fosse voltata verso il muro; non potevo guardarla senza piangere.

Moralmente obbligato a non parlare per discrezione dei discorsi del re di natura “riservata”, quello che adesso posso rivelare non è, a dire il vero, sconvolgente. Il succo delle “franche parole” di Ibn Saud fu che egli si trovava sull’orlo della bancarotta. La guerra aveva troncato le rendite e le donazioni dei pellegrinaggi alla Mecca; i suoi pozzi petroliferi non avevano ancora cominciato a fare di lui il monarca piú ricco del mondo. “Mi trovo in una situazione imbarazzante”, disse spalancando gli occhi. “Noi siamo in realtà un paese ricchissimo, ma è tutto petrolio, e sta ancora sottoterra. La compagnia mi versa una percentuale sul petrolio che estrae, ma la produzione è troppo bassa. Noi abbiamo bisogno di soldi oggi, non domani”. Quel giorno ogni membro del nostro gruppo aveva ricevuto in dono una tunica e un burnus, guarniti del filo d’oro reale, oltre a un orologio d’oro e a un pugnale ingioiellato. Adesso ci muovemmo a disagio sulle sedie dorate. I doni di Stato, spiegò Ibn Saud, assorbivano una grossa parte del bilancio reale.

di Edgar Snow (“La mia vita di giornalista”, Einaudi)
 

In breve
Edgar Snow
Nacque nel 1905, da una famiglia che si era insediata nel Kentucky alla fine del Settecento. Lesse Jack London, decise di fare il giornalista. Nel 1927 si recò per la prima volta in Cina come inviato speciale. Nel 1936 riuscì a raggiungere Mao Tse-Tung nello Shensi settentrionale. Simpatizzò con la causa comunista. Sulla sua esperienza con Mao scrisse un libro destinato ad avere un grande successo internazionale: “Stella rossa sulla Cina”. La Seconda guerra mondiale lo vide corrispondente da molti dei fronti europei. Scrisse dalla Russia, dalla Germania, dall’Italia. Si raccontò in “La mia vita di giornalista”. È morto nel 1972.

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