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Hobbes Thomas

Quando era ragazzo gli piaceva abbastanza giocare, ma anche allora dava segni di una certa malinconia contemplativa; si metteva in un angolo e imparava la sua lezione a memoria, rapidamente. Aveva i capelli neri e i suoi compagni spesso lo chiamavano il Corvo. A quattordici anni, andò al Magdalen Hall di Oxford. Prima di andare all’Università aveva tradotto la Medea di Euripide dal greco, in versi giambici latini, versione di cui fece dono al suo maestro.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Quando era ragazzo gli piaceva abbastanza giocare, ma anche allora dava segni di una certa malinconia contemplativa; si metteva in un angolo e imparava la sua lezione a memoria, rapidamente. Aveva i capelli neri e i suoi compagni spesso lo chiamavano il Corvo. A quattordici anni, andò al Magdalen Hall di Oxford. Prima di andare all’Università aveva tradotto la Medea di Euripide dal greco, in versi giambici latini, versione di cui fece dono al suo maestro. Mr Hobbes mi ha detto che gli piacerebbe rileggerla, per vedere di che cosa era capace a quell’età. Più o meno venti anni fa ho cercato fra le carte del vecchio Mr Latimer, ma non sono riuscito a trovarla; la stufa se l’era divorata. A Oxford, soprattutto d’estate, Mr Thomas Hobbes era solito alzarsi molto presto al mattino, e spesso legava con una corda due gettoni di piombo, imbrattati di pania, e per esca metteva dei ritagli di formaggio, e le cornacchie vedevano il formaggio dall’aria, da molto lontano, talvolta fin dall’abbazia di Osney, e si precipitavano sull’esca, e allora lui tirava la corda e il peso dei piombi faceva sì che le ali dell’uccello rimanessero impigliate.

(Questo me lo raccontò lui un giorno che parlava di ottica, per fare un piccolo esempio dell’acutezza visuale di un occhio così piccolo). Non gli piaceva molto la logica, tuttavia la studiava e considerava se stesso un buon dialettico. Quando era lì gli piaceva molto visitare le botteghe dei librai, e rimaneva a bocca aperta a guardare le mappe. Una volta che ebbe il suo diploma in lettere, colui che era allora il direttore di Magdalen Hall (Sir James Hussee: un grande incoraggiatore di giovani promesse) lo raccomandò al suo giovane Lord (il conte di Devonshire) quando costui lasciò l’Università; il quale pensava che avrebbe tratto più profitto dai servizi di uno studente della sua età, che non dall’informazione di un grave dottore. Faceva il paggio di sua signoria, e andava con lui a caccia a cavallo e con il falco, gli teneva i conti. Questa vita che conduceva gli aveva fatto quasi dimenticare il suo latino. Quindi acquistò da una stamperia di Amsterdam dei libri che poteva portare il tasca (in special modo i “Commentari” di Cesare) e che poi leggeva nel vestibolo, o in anticamera, mentre sua signoria era in visita. Due anni si dedicò alla lettura di romanzi e di commedie, della qual cosa si è spesso pentito, e diceva che erano stati due anni perduti, per lui; ma può ben darsi che sbagliasse. Perché così imparava una quantità di vocaboli.

Al Lord Cancelliere Bacon piaceva conversare con lui.
Egli aiutò sua signoria a tradurre diversi suoi “Saggi” in latino; uno dei quali, se ben ricordo, è quello su “La grandezza delle città”; gli altri li ho dimenticati. Sua signoria era una persona molto contemplativa, era solito riflettere nei suoi deliziosi giardini di Gorhambery, e dettava a Mr Thomas Bushell, o a qualcun altro dei suoi attendenti, che lo seguivano con l’inchiostro e la carta pronti a trascrivere subito i suoi pensieri. Sua signoria diceva che a tutti gli altri preferiva Mr Hobbes, in questo compito. (...) Aveva quarant’anni quando si mise a studiare la geometria; il che accadde per caso. Siccome si trovava nella biblioteca di un signore, c’era lì aperto il libro degli elementi di Euclide, precisamente il “47 El. Libri I”. Egli lesse la proposizione. “Per Dio...” disse (di quando in quando inseriva qualche bestemmia per dare più enfasi al discorso), “questo è impossibile!”. Quindi legge la dimostrazione, che lo riporta a una precedente proposizione: legge pure questa. La quale lo riporta a un’altra proposizione, e anche questa legge. “Et sic deinceps” in modo che alla fine, per via dimostrativa, rimase convinto della verità in questione.

Questo lo fece innamorare della geometria.
Ho sentito raccontare a Mr Hobbes che era solito tracciarsi delle linee sulla coscia e sulle lenzuola, quando era a letto, e anche in questo modo moltiplicava e divideva. (...) Dopo che si mise a riflettere sugli interessi del re di Inghilterra, per quel che riguardava i suoi affari con il Parlamento, per ben dieci anni i suoi pensieri furono distolti in grande misura, o quasi completamente, dalle matematiche. (...) Quando nell’aprile del 1640 iniziarono le sedute del Parlamento che venne sciolto nel maggio successivo, nel corso delle quali furono discussi e negati molti aspetti del Potere Regale, che erano necessari alla pace del regno e alla sicurezza della persona di sua maestà, Mr Hobbes scrisse un breve trattato in inglese, nel quale esponeva e dimostrava che i suddetti poteri e diritti erano inseparabilmente impliciti nella sovranità, la quale sovranità costoro non discutevano allora al re; ma sembra che non abbiano capito, o non abbiano voluto capire, quella inseparabilità. Di questo trattato, sebbene non stampato, molti cavalieri possedevano una copia, il che fece molto parlare dell’autore; e se sua maestà non avesse sciolto il Parlamento, la sua vita avrebbe corso pericolo.

Camminava molto e rifletteva, e portava nel pomo del suo bastone una penna e un calamaio, e in tasca aveva sempre un taccuino, e non appena gli passava per la testa un’idea, la scriveva subito nel suo taccuino, altrimenti l’avrebbe potuta perdere. Aveva predisposto il libro in capitoli, in modo che già sapeva dove andava inserita. (...) Scrisse e pubblicò il “Leviatano” assolutamente senza intenzione di recare svantaggio a sua maestà, o di adulare Oliver (il quale non fu nominato Protettore sino a tre o quattro anni dopo), bensì per facilitare il suo ritorno; perché quasi non c’è una pagina nel libro che non gli rimproveri qualcosa. Sua maestà rimase dispiaciuta con lui (a Parigi) per un poco, ma non a lungo, soprattutto perché qualcuno si era lagnato e aveva capito male questo scritto. Ma sua maestà aveva eccellente opinione di lui, e lo disse in pubblico. Disse che pensava che Mr Hobbes non aveva mai avuto l’intenzione di offenderlo.

di John Aubrey
, “Vite brevi di uomini eminenti”, edizioni Adelphi
 

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