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Henry Kissinger

Sono in attesa di un visitatore importante. Henry Kissinger mi farà da cavaliere a un grande ballo. Si è informato a Los Angeles per sapere chi fosse la persona più adatta per lui per “questo avvenimento dell’anno” da celebrarsi a Hollywood. Qualcuno ha fatto il mio nome e per un paio di giorni ho ricevuto telefonate dalla Casa Bianca. Oggi ha telefonato lui stesso.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 20 gennaio 2002

Sono in attesa di un visitatore importante. Henry Kissinger mi farà da cavaliere a un grande ballo. Si è informato a Los Angeles per sapere chi fosse la persona più adatta per lui per “questo avvenimento dell’anno” da celebrarsi a Hollywood. Qualcuno ha fatto il mio nome e per un paio di giorni ho ricevuto telefonate dalla Casa Bianca. Oggi ha telefonato lui stesso.

È l’anno della sua massima gloria, tutti desiderano incontrarlo. Sapremo in seguito che mancavano due giorni allo scoppio del caso Watergate… Si direbbe che tutti vogliano dividere con me l’incontro con Kissinger. Ho avvolto il telefono con cuscini e coperte per non sentirlo squillare. Un’amica norvegese fingerà di essere la mia segretaria privata. Ci affacciamo impazienti alla finestra cercando di indovinare quale delle macchine in fila davanti all’albergo è la sua. “Forse è così modesto che sta lui stesso al volante di quella piccola macchina rossa”, suggerisce la mia amica.

La guardo con indulgenza, le precauzioni di sicurezza necessarie nella vita politica non possono essere introdotte in una Volkswagen. Poiché questo con il signor Kissinger è il primo appuntamento con uno sconosciuto che io abbia mai avuto, ero un po’ confusa al telefono e ho dimenticato di domandargli quando sarebbe venuto a prendermi. Di conseguenza la “segretaria” e io siamo pronte e vestite da almeno tre ore. Da un certo dipartimento ministeriale norvegese ho ricevuto una lettera che parla di petrolio. Risulta che vorrebbero che io informassi il signor Kissinger di qualche cosa, ma non capisco bene che cosa. (Saprò, poi, che lui non sapeva neppure che avessimo trovato del petrolio).

Dalla Svezia ho ricevuto una nota del segretario di un uomo politico che mi prega di smentire dei commenti che il suo principale ha fatto su Kissinger. (Una settimana dopo la stessa persona ha ribadito quanto aveva detto durante una conferenza stampa). Nel cestino della carta straccia giacciono lettere anonime piene di minacce… Il telefono brontola sotto le coperte che lo avvolgono. So qual è il vino che preferisce. È stato messo in ghiaccio, ma ormai questo ghiaccio si è sciolto da alcune ore. Il mio appartamento è stato perquisito… Tutto questo appare molto strano a una persona che non ha mai avuto un appuntamento con uno sconosciuto, sono così agitata che cambio d’abito, e ne scelgo uno che è meno bello di quello che indossavo.

Un giornalista norvegese mi manda un biglietto nel quale domanda se gli permetto di travestirsi da maggiordomo. Ha fatto il viaggio da Oslo con questa speranza. Rispondiamo che il posto è già occupato. La “segretaria” e io ripassiamo nuovamente la parte: come dovrà servire il vino e, se possibile, accennare al petrolio, così, en passant; dovrà darsi un pochino da fare, riordinare delle carte. E poi starsene zitta. Qualcuno bussa alla porta. Ci precipitiamo entrambe, inciampando l’una nell’altra. Io le do uno spintone dicendo rabbiosa che ho cambiato idea. La porta la devo aprire io stessa.

Lui sorride ed è molto più piccolo di me. Mi rendo conto di aver scelto le scarpe sbagliate. Ci diamo la mano mentre lui fa un gesto rassicurante rivolto ad alcuni uomini dalla faccia scura che stanno nel corridoio. La ragazza, nel servire il vino, lo versa quasi tutto sui pantaloni dell’ospite. Febbrilmente cerchiamo tutti e tre di togliere la macchia e finisce che non la si vede quasi più. Soltanto nell’ascensore mi rendo conto che l’etichetta della tintoria è ancora attaccata all’abito che indosso e, a furia di dai e dai per toglierla, finisco per staccare anche un pezzo del vestito. La spallina è andata a finire sulla mia borsetta. Al mio ritorno, la “segretaria” afferma che lo si vedeva benissimo in televisione.

Mi infilo in un’automobile con i finestrini a prova di proiettile, seguita da uomini con piccoli microfoni nei quali parlano continuamente. Davvero, sono molto lontana da Trondheim. Tardi nella notte nel letto matrimoniale, con accanto la mia amica “segretaria” che è rimasta sveglia per aspettarmi. Ho mille cose da dirle, ma squilla il telefono. È il giornalista norvegese che parla dalla hall. Il viaggio gli è costato centinaia di dollari. Ha aspettato tutta notte e mi ricorda un favore che mi ha fatto una volta. Al termine di una lunga discussione, non priva di minacce, riesce a venir su. Col notes in mano, a fianco del mio letto, mi guarda fiducioso domandandomi che cosa ho detto a Kissinger e, cosa più importante, che cosa Kissinger ha detto a me.

Io taccio, ma la mia amica brontola qualcosa circa una luce che le è parsa di vedere intorno alla sua testa. Nel mio cuore la perdono perché è stata su da sola tutta la sera col desiderio di dire qualcosa. Inoltre ormai deve essere stanchissima. Il giorno seguente sulla stampa mondiale faccio la bella figura di una che ha detto: “È come se ci fosse un’aureola sul capo di Henry Kissinger".

di Liv Ullmann (“Cambiare”, Mondadori)

In breve
Figlia di un ingegnere norvegese,
Liv Ullmann è nata a Tokyo nel 1938, ma cresce tra il Canada e gli Stati Uniti. Studia recitazione, debutta in teatro a Oslo. Il successo cinematografico arriva nel 1966, quando Ingmar Bergman le offre il ruolo da protagonista in “Persona”. Col regista svedese, a lungo suo compagno di vita, realizzerà altri film importanti: “Sussurri e grida”, (1972) “Scene da un matrimonio” (1973), “L’immagine allo specchio” (1975). Ha continuato a lavorare per il teatro in patria e all’estero. Ha esordito nella regia con “Sofie” (’92). In seguito ha girato “Kristin Lavransdatter” (’95). Nel ’96 ha realizzato “Conversazioni private”, scritto da Ingmar Bergman.

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