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Henry Furst

Il lieve tintinnio del collarino e un arpeggio vellutato, come uno sgranarsi di zampette sul muro che accompagna la via maestra annunciavano che il gatto Malfusso ci era venuto incontro un buon tratto per guidarci alla casa di Erasmo, una sorta di maison du pendu bianca anche sul far della sera, col fico rugginoso addossato da una parte e pochi alberi antropomorfici ai quattro lati, dai quali venne poi sempre, all’ora del crepuscolo, il lugubre gluglu delle tortore in gabbia.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Il lieve tintinnio del collarino e un arpeggio vellutato, come uno sgranarsi di zampette sul muro che accompagna la via maestra annunciavano che il gatto Malfusso ci era venuto incontro un buon tratto per guidarci alla casa di Erasmo, una sorta di maison du pendu bianca anche sul far della sera, col fico rugginoso addossato da una parte e pochi alberi antropomorfici ai quattro lati, dai quali venne poi sempre, all’ora del crepuscolo, il lugubre gluglu delle tortore in gabbia. A sinistra e in basso il mare limaccioso e l’ammazzatoio. Ma di morti non c’erano che i topolini di nido, schiacciati con la scopa sullo spiazzo d’ingresso dalla fida Maria Vulpius. La casa era piena di libri, di tende di broccato, di armi e di diplomi in cornice; a spiare oltre il fitto reticolo di fil di ferro delle feritoie si scorgeva solo qualche spicchio di luce, una scaglia d’albero, uno svariare d’ombre; e i suoni non mutavano che di poco, passando dallo sfrigolio intermittente delle ultime cicale al fruscio più ampio e lontano del mare. Un mare sempre inquieto, gonfio ma non grosso, che non si vedeva quasi e non cambiava mai il respiro, incurante delle lunazioni. Si faceva tardi e Maria Vulpius, l’inarrivabile, tentava invano di accendere il fuoco a pianterreno e di prepararci il ciupìn di scorpene e moscardini; la casa era tutta fumo e l’ospite s’indugiava fino all’ultimo a massacrare l’angelica fiaba di Papageno sulla tastiera cariata di un vecchio pianoforte che dava un suono acido di spinetta. Tra il fumo i fregi dorati di alcune rilegature brillavano incuranti a sommergersi e il ritratto dell’Icaro caduto in fiamme resisteva ancora tra le bombe Sipe e le pistole automatiche.

Appoggiato allo spiovente stratificato di alcuni Webster
attendevo l’ora della cena e continuavo a ritardare l’ora della partenza. Se questi erano i pomeriggi, difficili a rammentarsi come un sogno, altrettanto brevi scorrevano le mattine, dopo che Erasmo si era lasciato cacciare dalla zanzariera nella quale dormiva sorridente e disumano come un Dio in una nuvola bianca. Seguivano curiosi riti, come il lancio delle oche in mare per il bagno quotidiano e l’omaggio al fenicottero giunto un giorno a volo e rimasto poi appollaiato per più di un mese su un comò, ad arrotarsi l’enorme becco a serbatoio che gli tirava in basso il collo sottile e la testina. Lo videro i ragazzi del paese e dissero senza sorpresa “oh, un perdigiorno”. Mangiava raramente, spesso di notte, con un rumore di ciabatte che faceva rabbrividire; poi un bel mattino seppi (lo seppi dopo) aprì le ali e con un volo fermo e dritto andò a trasferirsi in un convento di cappuccini a breve distanza. Del resto conviene dire che, in quella casa piena di grandi ombre, in quella riserva di caccia dell’ultima storia che conta, la più sconosciuta (che non tutto, non tutto andasse in pezzi come le olive stritolate lì dietro, a pochi passi, dal frantoio) la vita era alta, incorrotta, senza compromessi; e fu difficile e anche doloroso, dopo pochi giorni, rimettersi all’esistenza degli altri, storcere con un dito l’asticella della meridiana ferma per sempre sulla stessa ora e avviarsi lungo la scarpata prima della giornaliera apparizione del cardinale rosso porpora, con lo zucchetto in testa, le pantofole di marocchino e l’aquila d’oro al collo! Non avevo molte probabilità di svignarmela inosservato, mancava ancora una mezz’ora all’arrivo del diretto; ma prima di questo c’era un omnibus in gran ritardo, inatteso, al quale giunsi ad attaccarmi. Mi parve (ma fu certo un’illusione) di scorgere una fiamma rossa tra gli alberi e un gesto adirato, poi il treno imboccò un tunnel fuligginoso e dopo poco la loggia del Montorsoli si profilava contro un mare diverso, pieno di transatlantici.

“Il meglio di Henry Furst” di Eugenio Montale, Edizioni Longanesi

In breve

Nasce nel 1928. Di origine russa, cresce a Milano e a Parigi. Nel 1939 emigra con i genitori negli Stati Uniti. A Los Angeles frequenta il college e lavora in un laboratorio fotografico. A New York studia cinema alla New School for Social Research. Dal 1951 al 1952 fotografa per l’esercito. Nel 1953 entra alla Magnum. Gira il mondo pronto a cogliere soprattuto gli aspetti umoristici
della vita quotidiana. Nel 1965 pubblica “Eastern Europe”, il primo di una lunga serie di libri. Lavora molto per la pubblicità. Dal 1970 comincia a occuparsi di cinema, realizza numerosi film.
Nel 1973 vince una borsa di studio dall’American Film Institute. 

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