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Gino Nebiolo

Non c’è un luogo dove immagini di vivere per sempre. Adesso è Venice. Ma la casa è un po’ all’interno, non sulla spiaggia. Sotto le finestre non passano ragazzi in skate. Prima era Santa Monica, prima un altro posto ancora. Per Gloria un posto resta home, resta casa per un paio di anni, in media. Adesso Venice è home, ma i due anni stanno scadendo.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Non c’è un luogo dove immagini di vivere per sempre. Adesso è Venice. Ma la casa è un po’ all’interno, non sulla spiaggia. Sotto le finestre non passano ragazzi in skate. Prima era Santa Monica, prima un altro posto ancora. Per Gloria un posto resta home, resta casa per un paio di anni, in media. Adesso Venice è home, ma i due anni stanno scadendo. Non è Gloria che cambia, è Venice che sta cambiando. I neri se ne stanno andando perché il costo delle case sale, in proporzione alla notorietà del posto. Intanto, per il momento, c’è ancora un po’ del vecchio sapore di un tempo, ci sono ancora gli scrittori e gli intellettuali. Domani chissà dove sarà la casa di Gloria. Probabilmente sempre in California. Gloria Mattioni è troppo giovane per avere subito il vecchio mito della California dei beat, delle City Light Books e di Arthur Miller, degli hippie e di California Dreaming. La sua California non è quella ormai antica di Big Sur e degli eremi collettivi a Nord di San Francisco, tra Mendocino e Bolinas, dove si sono stabiliti i vecchi hippie a impastare vasi alla maniera degli indiani, a insegnare la musica monocorde di flauti di canna, a tessere arazzi o a inventare tecniche sincretistiche di massaggi e ginnastiche, a fingere di non accorgersi che il tempo se ne va in lunghe chiacchiere solitarie negli hottub di legno fuori di case di legno in bilico sulla faglia di Sant’Andrea, mentre i continenti vanno lentamente, ma inesorabilmente alla deriva. Gloria ritiene che la libertà non comporti l’obbligo di isolarsi, di rifiutare il progresso, di considerarlo il nemico della creatività. Nella sua educazione sentimentale isola due episodi. Quando a undici anni ascoltò per la prima volta “Born to Be Wild” (Get your motor runnin’/ Head out on this highway/ Lookin’ for adventure/ and wathever comes our way). Quando a vent’anni le bastò un pensiero per farla innamorare di Karen Blixen. Quel pensiero diceva che l’essenza della gioventù è la convinzione di essere invincibili.

L’infanzia e la giovinezza di Gloria furono a Milano
, l’infanzia e la giovinezza di una bambina e di una ragazza borghese. Ebbe le sue barbie e i suoi crucci, ebbe le sue rivolte e le sue acquiescenze, ebbe molto giovane un figlio e un marito, ebbe un lavoro in riviste femminili, ebbe un inizio di carriera nella stampa femminile. Lavorò con donne che stimava come Maddalena Sisto e Chicca Menoni, lavorò con donne e uomini che non stimava di cui non fa il nome. Poiché era giovane e aveva scoperto di essere invincibile, decise di non farsi vincere dall’ansia del lavoro, dai legacci della famiglia, dalle leggi implacabili del benessere e del bon ton borghese. Divorziò e partì con il figlioletto per la California, sulla traccia di donne che avevano deciso di realizzare a tutti i costi i loro sogni, donne che come le leonesse erano nate per essere libere. Per mantenersi, per allevare il figlio, Gloria continuò a fare la giornalista. Nella qualifica di free lance c’era una radice che sottolineava il suo sogno di libertà. La sua ricerca la portò in giro per un’America minore e più grande che sfuggiva agli Europei, ma che meglio assecondava i sogni di libertà dalle convenzioni di Gloria. Viaggiò dall’Alaska all’Oklahoma, dal Maryland al Nord della California, da Las Vegas allo Stato di Washington. Appena scopriva l’esistenza di una donna che si dedicava a un’impresa impossibile si metteva in viaggio. Quando nella contea di Humbold si arrampicò su una sequoia alta sessanta metri (un palazzo di venti piani, per intenderci) non era la prima giornalista a intervistare Julia Hill, detta Butterfly. Né Julia Butterfly Hill era la prima militante ad arrampicarsi su Luna, la più alta delle sequoie della foresta. Ma era la più carina e la più determinata. Era l’incarnazione stessa della donna che Gloria aveva sognato di essere da ragazza, forte e sicura come il più forte e sicuro degli uomini, dolce e amorevole come la più dolce e amorevole delle donne.

Sulla sequoia, Butterfly, che aveva ereditato la tenacia e la dedizione dal padre pastore protestante, si era arrampicata per salvare dalla cupidigia di una società privata che commerciava in legname l’ultima foresta di sequoie millenarie che ancora esisteva sulla faccia della terra. Da un anno se ne stava appollaiata sul suo nido in cima a Luna. Ci sarebbe rimasta ancora per un anno. L’intervista di Gloria non fu inutile all’esito vittorioso della battaglia. La battaglia di Lisa Distefano era al momento contro i Makah, una tribù di nativi americani che vivono sulla costa dello Stato di Washington. Da secoli quella nazione indiana viveva della caccia alla balena. Il trattato per la difesa dei cetacei aveva riconosciuto alla nazione il diritto di cacciare un esemplare all’anno. I capi della comunità sostenevano che la caccia alla balena era essenziale alla sopravvivenza delle tradizioni culturali della nazione. Ma vegliavano i pirati. Con due vascelli che inalberavano la bandiera nera della filibusta, Paul Wartson e la sua compagna Lisa Distefano vegliavano perché gli indiani non potessero esercitare il loro diritto. Fedeli a una posizione biocentrica mettevano il diritto della natura prima di ogni diritto dell’umanità. Quello che a Gloria piaceva della Distefano non erano forse le posizioni estremistiche, ma l’impegno estremo con cui la guerriera conduceva la sua battaglia. A commuoverla era la tenerezza con cui i due pirati si osservavano con il binocolo giorno dopo giorno dai rispettivi vascelli, senza incontrarsi mai. Più a Nord c’era Libby Riddles. Libby era nata e cresciuta nel Minnesota. A sedici anni aveva il fisico flessuoso di una modella destinata alle passerelle internazionali, a sedici anni si innamorò. Accompagnò il boyfriend in un viaggio in Alaska. Si innamorò di nuovo, degli spazi aperti e incontaminati. Ammirò i branchi di foche distese sul pack, spiò con ansia l’incedere caracollante degli orsi, si intenerì per i rapporti affettuosi tra i lupi e le lupe nei branchi. Imparò soprattutto ad amare i cani da slitta, la loro forza e la loro fedeltà. Imparò ad apprezzare la semplicità e la schiettezza degli eschimesi. Non avrebbe mai potuto tornare a impersonare la figura della più bella e della più corteggiata del liceo. Rimase in Alaska tra husky e eschimesi, imparò a guidare un traino di cani attaccati alla slitta. Quando si sentì pronta si iscrisse alla Itarod, una corsa di cani e di slitte che si snoda per mille miglia tra la neve e i ghiacci. Alla forza che aveva acquistato con l’esercizio unì la sensibilità e l’astuzia femminile. Cucì scarpette di pelle per proteggere dal gelo le zampe dei cani, inventò un sistema di sveglia silenziosa che le permise di uscire dal sacco a pelo e partire prima dei concorrenti che avevano passato la notte nel suo stesso rifugio.

Fu la prima donna a vincere una gara
che per cento anni era stata dominio assoluto dei maschi. Ma Gloria, che pure personalmente amava l’esercizio fisico e amava cavalcare sulla tavola da surf le onde dell’Oceano, non era attratta solo da queste forme estreme di ecologismo, di adesione alla natura. Quando seppe di Gevin Fax volle conoscerla. Gevin Fax amava fin da piccola le Harley Davidson. Amava le tute di pelle e i caschi a elmetto, ma non amava, come le donne dei biker, il sedile posteriore della moto. Quando a ventinove anni riuscì ad acquistare l’Harley dei suoi sogni scoprì che stava per diventare la promettente manager di una società telefonica; che avrebbe passato i prossimi trent’anni a estinguere il mutuo per una casetta suburbana. Lasciò tutto, per partire sulla sua Harley, per diventare un’artista sempre affamata. Le donne che Gloria ha raggiunto, ha intervistato, ha conosciuto, sono diventate le protagoniste di una galleria di ritratti femminili che compongono un suo libro. Ma Gloria non si è persa sulle strade d’America, sulle strade dell’eccentricità. Insegue ancora in giro per l’America i personaggi curiosi, Non si sottrae ai rischi, ma suo figlio insegna ormai antropologia all’Ucla e lei due volte all’anno torna a Milano a trovare la famiglia. L’ultima volta è ripartita per la California con la nonna arzilla, che non conosce una parola d’inglese, ma vuole girare l’America “proprio come Thelma e Louise”. 

In breve
Gino Nebiolo • È nato ottanta anni fa a Moncalvo, nel Monferrato. Ha studiato a Torino, dove ha iniziato la carriera giornalistica alla Gazzetta del Popolo. Da lì è passato alla Stampa, di cui è stato a lungo inviato speciale e corrispondente dalla Cina. Approdato in Rai a metà degli anni 60, è stato inviato e corrispondente da diverse capitali: Il Cairo, Madrid, Montevideo, Parigi. Per quasi quarant’anni è stato testimone dei maggiori avvenimenti internazionali dalla guerra civile in Libano alla rivoluzione dei garofani in Portogallo. Ha scritto numerosi libri, tra cui “I fumetti di Mao” (1971) e “La seconda vita” (1993), una biografia romanzata di Evita Perón.
 

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