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Gianni Berengo Gardin

Nanà non sa arretrare. Sa arretrare Olivia. Ma Olivia è adulta. Nanà ha solo quattro mesi, non ha ancora appreso l’arte che ogni terrier deve possedere se vuole uscire dalla tana del tasso, della volpe. Olivia si aggira agitata. Nanà è una bassottina a pelo lungo in difficoltà. Si è cacciata su un muretto di un giardino a valle, a un metro e mezzo dal ciglio della strada della Mortola, che da San Rocco scende a San Fruttuoso, lungo la costa della baia di Camogli. Berengo con un piede di qua, con un piede di là del baratro, la soccorre.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Nanà non sa arretrare. Sa arretrare Olivia. Ma Olivia è adulta. Nanà ha solo quattro mesi, non ha ancora appreso l’arte che ogni terrier deve possedere se vuole uscire dalla tana del tasso, della volpe. Olivia si aggira agitata. Nanà è una bassottina a pelo lungo in difficoltà. Si è cacciata su un muretto di un giardino a valle, a un metro e mezzo dal ciglio della strada della Mortola, che da San Rocco scende a San Fruttuoso, lungo la costa della baia di Camogli. Berengo con un piede di qua, con un piede di là del baratro, la soccorre. Nanà non sa arretrare, ma è avventurosa, ostinata. Dopo pochi secondi è di nuovo sul muretto, di nuovo in difficoltà. Berengo è di nuovo in bilico, a gambe divaricate, soccorrevole. Non è il momento di parlare di fotografia, di parlare della professione. Superata l’emergenza, è gradevole parlare delle prodezze delle cagnette, delle curiose piante con le foglie a stella che vivono sul tronco di altre piante, è gradevole parlare della benedizione del sole di gennaio sul mare. Non è mai il momento di parlare di fotografia con Berengo. Un gentiluomo non parla degli amori, del lavoro. Per fortuna anche i gentiluomini hanno le loro debolezze. Per fortuna Berengo ha appena pubblicato un libretto sugli amori della sua vita. Si chiama “Leica e le altre”. È un nome tedesco, non russo come quello della cagnetta astronauta. Non è il nome di una donna. È il nome di una macchina fotografica. Gianni Berengo ama le macchine fotografiche. Di un amore possessivo. Quando era agli inizi e poteva comperarsene una nuova la portava a letto con sé. La metteva sul cuscino tra di lui e la sua donna. Con le sue macchine si fa fotografare, dagli amici fotografi, dagli amici laici. Si fa fotografare anche nei momenti difficili. Come a Roma nel 1986, con lo sguardo indurito dal dolore e dalla rabbia, con la camicia lacerata, con una Nikon F impugnata con decisione, l’indice sinistro infilato bravamente nella tasca dei jeans. La didascalia dice “Subito dopo essere stato rapinato di due Leica”.

Le altre fotografie raccontano storie più gioiose.
La prima forse è un fotomontaggio. In primo piano c’è una vecchia macchina a soffietto, una Ica Hallow, per gli amanti della precisione. In secondo piano il bambino Berengo è con la mamma. È il 1942, deve essere un’occasione solenne. Poiché ha avuto il regalo che desiderava, Berengo è felice, anche se indossa una giacca grigia di buon taglio, anche se all’occhiello porta un piccolo garofano bianco. Sarà difficile rivederlo in abiti così formali. La madre è svizzera, il padre è veneziano, Berengo è nato all’Hotel Imperiale di Santa Margherita. Vive in Liguria, vive in Svizzera. Vive con una nuova macchina, una Weltini II, vive scanzonato in jeans con il risvolto. Nel 1947 si fa fotografare in uno di quegli atteggiamenti fessi con cui i giovani di allora cercavano di dimenticare le durezze della ricostruzione, cercavano di esorcizzare le ansie di una lotta politica che non accennava a quietarsi, cercavano di imitare l’ottimismo caricato che altri ragazzi in divisa che venivano di là dal mare avevano cercato di comunicare. Fatalmente il suo nome, le sue ascendenze lo riportano a Venezia. Si impiega nel negozio delle zie, long established house, altestes Venezianisches Spezialgeschäft, vieille maison che si fa un vanto di non vendere che perle e vetri di Murano. Tra le luminescenze dei vetri veneziani e gli obiettivi che catturano le immagini ci sono rispondenze intime. Berengo indossa il duffle coat cui il generale Montgomery ha legato in Italia il suo nome. Annoda con maestria una cravatta tartan, esibisce una Retina IA con la quale coglie a Venezia le immagini che sfuggono ai turisti in un’Italia che sta cambiando. Manda le sue foto di gente comune ai concorsi. Vince. Lavora.

Per i cataloghi delle vetrerie fissa le trasparenze
prodotte dagli artigiani di Murano che sono in un momento di grazia. Egli stesso si dice, si dirà sempre artigiano. Da buon artigiano, se può, costruisce da sé gli strumenti del suo lavoro, costruisce da sé un ingranditore. Lavora a lungo in camera oscura per rendere anche nella forma perfette le immagini che l’intelligenza istantanea degli occhi gli ha fatto fermare. In un documento del 1951 due modelli di Retina sono posati, abbandonati in primo piano. Berengo non compare. In secondo piano c’è la prua di una nave. La prua punta a Venezia. Sembra un arrivo, è un presagio di partenza. Nei Cinquanta, se si parte, si parte per Parigi. Per Berengo Parigi non è solo Saint-Germain- des-Près, non è solo le caves degli esistenzialisti in disarmo. Ha un’attrazione in più. È la città del fotografo che considera un maestro, di cui ammira ogni scatto, dal quale saprà farsi ammirare per consonanza di sensibilità. È la città di Henri Cartier-Bresson, dell’uomo della Leica, del signore compassato che appoggia rapidamente il mirino all’occhio per cogliere il momento di una vita che non vuole modificare, turbare, più di quanto è inevitabile, con la sua presenza. È la città dello spigoloso Cartier-Bresson, che ha fondato la Magnum, la più vitale, la più prestigiosa agenzia di fotogiornalismo del mondo. Sul Mondo di Mario Pannunzio appaiono le fotografie scattate da Berengo, che intanto a Parigi ha l’aria di chi si diverte. Una fotografia lo coglie con l’autoscatto di spalle a una finestra aperta sui tetti di Parigi. Un’altra mentre distrae l’occhio dall’obiettivo di fronte a due bellezze discinte nel retroscena di un varietà. Le macchine non sono Leica. Non sono Leica neppure le macchine che pendono dal collo di Berengo mentre passeggia con le mani in tasca su un quai della Senna, mentre gli occhi gli si fanno fessura, come un diaframma chiuso al massimo per aumentare l’incisione dell’immagine.

Non è ancora una Leica la macchina appoggiata a un cartellone
sul quale è incollata una serie di biglietti. Su uno campeggia l’anno. È il 1954. Prendiamo una lente per leggere i caratteri in piccolo. È un ingresso al Grand Palais degli Champs-Elysées. Chissà per quale mostra. Un altro è per una crociera da cinquecento franchi sul Bateau Mouche. Un altro è un ingresso al cimitero dei cani di Asnières, alcuni sono biglietti di cinema. I più grandi, i più vistosi sono dell’Olympia, del casinò de Paris, di altri locali allegri. Tutti posti dove avremmo voluto passare nel 1954. La Leica compare per la prima volta a Venezia nel 1958. Nel 1958 compare anche l’altro amore, Caterina Stiffoni. Nel 1960 Berengo si fa fotografare davanti a un telo bianco nel soggiorno di casa. Indossa un doppiopetto scuro, inalbera una bombetta, segno che nei sogni italiani Londra insidia ormai il primato di Parigi. Ai suoi piedi Caterina, che è sua moglie, che sarà fotografa, stringe tra le mani un piccolo bouquet di fiori. Accanto, dal collo di un manichino da sarto, pendono macchine fotografiche ed esposimetri. Le Leica sono tre. Berengo comincia una collaborazione, che dura ancora, con il Touring Club Italiano. Touring Club significa turismo. Turismo e fotografia, coscritti all’anagrafe, mantengono un rapporto intimo, incestuoso, esiziale. Nessuna delle fotografie che Berengo Gardin scatta per il Touring ha il sapore dolciastro del turismo. Nel 1964 con la sua Leica M3 Berengo è a Milano. Londra ha vinto. Giacca e panciotto di tweed a quadretti, cravatta tinta unita di lana, barba curata, Berengo guarda soddisfatto in macchina. Ne ha di che. Gli fanno allegra corona quattro fanciulle sorridenti in cui gli esperti potrebbero riconoscere alcune delle modelle più famose di quegli anni. A Milano lo ha chiamato Rolly Marchi.

Berengo non ha saputo resistere alle lusinghe.
Non saprà resistere alla routine del lavoro in studio. Quando “Blow-up” di Michelangelo Antonioni avrà reso popolare il modello del fotografo swinging, Berengo si sarà già appartato, avrà già pubblicato il suo “Venise des Saisons” con testi di Mario Soldati e di Giorgio Bassani, avrà già pubblicato il suo “Viaggio in Toscana” in cui proponeva un’immagine dura, pietrosa di una regione svilita dai luoghi comuni. Avrà già espresso un suo giudizio accorato sull’uomo nelle immagini di un carnevale a Monaco di Baviera. Il Sessantotto lo sorprende con una Leica e una Nikon mentre in Piazza San Marco fotografa un episodio della contestazione della Biennale veneziana. I fotografi soffrono spesso di anonimato, pochi comperano gli album costosi, molti godono delle loro opere sui giornali senza chiedersi chi sia l’autore. Gianni Berengo Gardin diviene celebre all’improvviso nel 1969. Con Carla Cerati produce le fotografie per un volumetto in edizione economica pubblicato da Laterza. Il titolo è “Morire di classe”, il testo è di Franco Basaglia, psichiatra. Le fotografie di internate in camicione, con la testa rasata, con gli occhi inchiodati al suolo, con l’espressione lontana, con la presenza accusatrice, servono a minare l’istituzione del manicomio più di mille discorsi. Mentre il suo nome diventa familiare, mentre sono in molti a sostenere che sia il maggiore fotografo italiano, Berengo continua a viaggiare per il Touring, si dedica a fotografare per l’Olivetti gli esempi di archeologia industriale che nel 1983 illustreranno un libro famoso e precoce. L’architetto Renzo Piano lo vuole come fotografo di scena, a documentare il progresso dei suoi cantieri nel mondo. In un cantiere in Giappone Berengo tradisce la Leica. Con in testa l’elmetto di plastica di rigore porta al collo una Nikon. Per gli amanti della precisione una Nikon FE2. Con la stessa macchina si fa fotografare mentre fotografa lo studio spartano di Giorgio Morandi a Bologna.

Nessun libro sulla società italiana degli ultimi cinquant’anni può ormai fare a meno delle sue immagini asciutte. Mentre la figlia Susanna riordina l’archivio prezioso che un lavoro costante alimenta di continuo, Berengo indugia talvolta a contemplare le macchine fotografiche che, di volta in volta, ha tradito, ma che raramente ha abbandonato, si dedica ad arricchire la collezione di modelli di velieri che ha raccolto con l’amore e l’esperienza del figlio di due repubbliche marinare. Si impegna a evitare con cortesia molte occasioni sociali, per dedicare il tempo del riposo alla contemplazione del mare dalla finestra di casa o dai sentieri del monte che si affaccia sul Golfo Paradiso.

In breve
Gianni Berengo Gardin • È nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo aver vissuto in Svizzera, a Roma e a Parigi si stabilisce a Milano. Nel 1954 inizia una lunga collaborazione con il Mondo di Mario Pannunzio. Nel 1972 è annoverato tra i 32 migliori fotografi del mondo. Nel 1975 Cecil Beaton lo inserisce nel libro “The Magic Image”. Ernst Gombrich lo cita, unico fotografo, in “The Image and the Eye”. Lo scorso anno Henri Cartier-Bresson ha scelto due sue immagini per “Les choix d’Henri Cartier-Bresson”, una mostra dedicata alle fotografie da lui più amate. Ha pubblicato oltre 180 volumi, ha tenuto circa 70 mostre, in Italia e all’estero.

 

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