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Gianfranco Zola

Quando, nel 1997, il sottosegretario allo Sport Tony Banks propose di convocare Gianfranco Zola nella Nazionale inglese, molti in Italia se la presero.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 28 marzo 2004

Quando, nel 1997, il sottosegretario allo Sport Tony Banks propose di convocare Gianfranco Zola nella Nazionale inglese, molti in Italia se la presero. Cesare Maldini calciò una pallonata in tribuna durante l’allenamento e si produsse in una lunga tirata: “Non sta né in cielo né in terra, prima di parlare bisogna pensare”. Zola, invece, non aprì bocca. Un po’ per la solita misura, un po’ perché, nei pochi mesi che erano passati dal suo arrivo nel campionato inglese, doveva essersi abituato alle lodi sperticate. God-Zola, lo avevano soprannominato – ma anche Trick Box, Little Magician, oltre all’inevitabile Gorgon-Zola – e intanto compravano a migliaia le magliette con il suo nome nel megastore del Chelsea, incidevano cd dedicati a lui, si inginocchiavano davanti alla sua Mercedes dopo le partite, esplodevano in boati clamorosi a ogni suo assist, punizione o veronica. La proposta di Banks era uno scherzo, ma interpretava il pensiero di molti tifosi dei Blues.

Qualche mese prima, a Wembley, Zola aveva regalato all’Italia la vittoria contro gli inglesi, segnando un gol che aveva creato qualche dilemma nei loro animi, divisi tra l’orgoglio nazionale e il culto recente, ma già radicato, per quel sardo minuscolo, fantasioso e schivo che in pochi mesi si era conquistato l’affetto di tutti per il suo talento e i modi da gentleman, oltre al titolo di miglior giocatore della Premier League. Non disse niente, Zola. Ma è probabile che l’uscita di Banks, così come i tributi continui dei tifosi, siano stati un balsamo per le amarezze raccolte in Italia nel corso di una carriera fatta non solo di fiori. “Ho tanta rabbia dentro perché ho fatto molta anticamera”, disse molti anni fa, in uno dei suoi rari sfoghi. Gli esordi furono facili. A Oliena, nella Barbagia dove è nato, fu eletto miglior giocatore in un torneo locale che aveva appena nove anni. A 16 esordì nella Corrasi, la squadra del paese, e diventò famoso tra tutti gli allievi della Sardegna. Ma dovette aspettare di averne quasi 18 per entrare nella Nuorese, squadra di C2. Troppo piccolo, gli dicevano. Bravo, ma così piccolino. Il problema non era solo la statura. Uno dei suoi primi allenatori, un professore innamorato del calcio, disse che “a ogni minima situazione negativa andava a cercare l’appoggio del padre”. Strana contraddizione per il ragazzo di carattere che, l’anno dopo, scese in campo nonostante la mononucleosi, rischiò di farsi saltare la milza e segnò una rete memorabile contro l’Alghero: un pallonetto che infilò in porta dopo aver saltato in dribbling due avversari.

Forse è stato proprio quel dualismo, quella contraddizione che l’ha accompagnato in tutta la carriera, a dettare le sorti professionali di Zola. Un misto di cocciutaggine e paura, di determinazione e tendenza a bloccarsi. Anche quando, alla Torres, cominciarono a chiamarlo Zoladona, per via delle sue punizioni micidiali. E i soprannomi sono destini. Da tutta Italia arrivarono gli osservatori. Guardavano ammirati quel folletto agilissimo, si sperticavano in lodi. Però alla fine fu solo Luciano Moggi a volerlo davvero, l’unico a vederci chiaro in quell’aspetto sparagnino, in quella statura modesta. Quando arrivò a Napoli aveva 23 anni, molta umiltà e un compito proibitivo: diventare la controfigura di Maradona. Quando lo vide a pochi metri, si emozionò come poche volte è capitato a quel ragazzo di Barbagia. Diventano amici. “Maradona è stata una delle persone più importanti della mia vita”, dice oggi Zola. “Ho rubato continuamente con gli occhi qualcosa a Maradona”. Di tempo per studiarlo ne ha parecchio.

Il primo anno, l’anno dello scudetto, lo passa quasi tutto in panchina. Dopo gli allenamenti prova le punizioni di nascosto, imitandone lo stile. Poi, per conto suo, si sobbarca ore di palestra per irrobustire quel suo fisico da scricciolo. Fu ripagato. Prima di fuggire da Napoli, travolto dallo scandalo del doping, Diego si ricordò di dire che il Napoli non aveva bisogno di cercare un sostituto, c’era già Zola. Maradona non l’hanno dimenticato neppure adesso, a Napoli. Ma pure Zola è riuscito a ritagliarsi un buon posto nel cuore della tifoseria. Il primo anno dopo la grande fuga segna 12 reti, alcune memorabili. Per stile di vita è l’opposto di Maradona: una casa senza sfarzi, una moglie, Franca, sposata a vent’anni. Andava a visitare i ragazzi della comunità di recupero La Tenda, quartiere della Sanità, ma di nascosto. Tanto che di quell’abitudine, di quel che fece per quei ragazzi, si sa solo quello che disse uno di loro: “Non ha niente da spartire con quelle persone baciate dalla celebrità che si dimenticano della gente comune”.

Napoli amò Zola e Zola amò Napoli di un amore tanto più irrazionale quanto più la città chiassosa e sfrontata era diversa da quel sardo di Barbagia riservato e timido. La amò al punto che, arrivato alla centesima partita con la maglia azzurra, dichiarò che sarebbe volentieri arrivato alla millesima. Ma le cose presero un’altra piega: ci furono la crisi finanziaria e la sfiducia che sentì, o credette di sentire, all’improvviso intorno. Ci furono la tarantella del contratto e tifosi che lo accusarono di venalità quando decise di andare a Parma. Zola si amareggiò: “Me ne vado con molta tristezza. Dovevano sacrificarmi e l’hanno fatto”. Parma lo accolse con tutti gli onori, e Zola come sempre ricambiò. Si impegnò come un mulo e ce la mise tutta: a giocare al meglio e a farsi piacere una città la cui gente, diceva buttandoci la consueta buona volontà, “ha una riservatezza simile a quella di noi sardi”. Ma l’avventura non cominciò bene e finì ancora peggio, nonostante i successi e i gol. Zola è uno che, quando non si sente a suo agio, finisce per sentirsi in colpa. A Parma si profondeva in autocritiche: “Non ho la continuità che avevo al Napoli. Devo migliorare. Non devo deludere i tifosi”. E i tifosi non che fossero delusi, erano tiepidi, dissero che il suo arrivo alla fin fine aveva alterato il gioco del Parma, quel gioiellino che fino ad allora aveva luccicato. Così che anche quando portò il Parma al secondo posto in un campionato esaltante, segnando 19 reti, o quando vinse la Supercoppa e la Coppa Uefa, anche allora, nelle teste dei tifosi, rimase quel non so che d’incompiuto.

Era stata, fin dall’inizio, una relazione fragile. Che si complicò quando, come si dice in gergo, il Parma cambiò panchina e dalle steppe di Bulgaria planò sulla pianura del Po il fuoriclasse dal nome divino. Con Hristo Stoichkov fu una delle poche litigate vere della sua carriera, e intanto nei bar e sui giornali suonava il tam-tam, dissero che Zola era sacrificato, il ruolo non suo, la fantasia schiacciata dalle crudeltà tattiche del 4-4-2. Lui silenzioso, come sempre, come un agnello sacrificale. Ma respirava malessere. “Attorno a me c’è meno fiducia”, diceva, “io baso il mio gioco su istinto e inventiva e ho bisogno di fiducia”. Il Parma non mandò via Gianfranco Zola. Se ne andò lui, era il 1996, quando la pressione era diventata troppo forte in quel calcio italiano che diventava sempre più duro e aggressivo, scorbutico per i fantasisti. Aveva smesso di divertirsi.

“Il calcio per me è sempre stato felicità. Serve più improvvisazione e più gioia, e meno paura di sbagliare”, disse più tardi, quando già era al sicuro, al Chelsea, e di paura non ne aveva più. “Un dribbling va tentato e ci deve essere un patto non scritto con lo stadio perché quel gesto venga apprezzato e mai fischiato”. Probabile che si riferisse anche alla Nazionale, che restò sempre il suo sogno proibito: qualche volta raggiunto, più spesso svanito. Per sfortuna, per miopia dei tecnici, o forse perché, come disse qualcuno, “Zola sembra sempre che chieda scusa quando entra in campo con gli azzurri”. Sta di fatto che i suoi ricordi più amari sono legati a due partite che disputò con la maglia dell’Italia: quella contro la Nigeria nei Campionati del mondo degli Stati Uniti, quando fu espulso per un fallo mai commesso. E contro la Germania negli Europei del ’96, quando sbagliò un rigore che costò l’eliminazione all’Italia. Immagini di repertorio lo mostrano disperato, in lacrime tra le braccia del portiere tedesco Koepke (“un bel gesto”, commentò poi lui), ma non raccontano del delirio di autocritica che lo colse dopo. “Può darsi che io non sia un grande giocatore, ma solo un buon giocatore. Forse devo maturare, crescere per diventare un vincente. Quello che sto facendo non è abbastanza”.

Anni dopo ammise di avere esagerato. Ma era già al Chelsea, allora. Perché i sette anni passati nei Blues non furono solo un’isola felice per Zola. Furono il senso del suo riscatto. Il singolare idillio tra il fantasista sardo e i tifosi inglesi, non certo famosi per l’esterofilia, fu una strana empatia, nata dall’ammirazione pallonara, ma presto nutrita di altro: la stima personale per quel ragazzo della porta accanto, riservato ma disponibile, umano e umile, correttissimo in campo. Il ritratto dell’antistar. Un uomo “decent”, lo definivano i cronisti inglesi, dove “decent” sta per ammodo, perbene. “Rara avis”, per l’opinionista sportivo del Times, più dotto della media. Fu amore immediato che nacque dalla prima partita disputata, il 23 novembre 1996 contro il Newcastle, primo in classifica. Zola non parlava due lire d’inglese, per chiamare palla gridava “hello”. Non segnò, ma giocò così bene da guadagnarsi il premio di migliore in campo. Poi rifilò una doppietta all’Aston Villa, e fu l’inizio della Zolamania, inarrestabile sugli spalti quanto lui era inarrestabile sul prato, un gol dietro l’altro, e quei giochi e giochetti che facevano impazzire gli inglesi.

“In Inghilterra ho trovato più rispetto per il calcio e per chi lo gioca. Qui se dai tutto e perdi, ti battono le mani lo stesso”. Non fu solo per i gol che sette anni dopo, a 37 anni, fu eletto dai tifosi “miglior giocatore del Chelsea di tutti i tempi”, ma per la dedizione alla squadra e la generosità. E anche per quei gesti che conquistano il rispetto di tutti: come quando mediò tra un tifoso scalmanato che aveva invaso il campo e l’arbitro che aveva fischiato un rigore contro i Blues. David Mellor, dell’Evening Standard, scrisse di lui: “I fan lo amano soprattutto perché ‘he cares’, gliene importa”. Zola amò l’Inghilterra, anche se di un amore diverso da quello che lo legò al Napoli. “Qui mi sento a casa”, disse “perché non c’è fanatismo, la partita è una festa, il tifo è per qualcuno, non contro qualcuno”. Si abituò volentieri a una lingua nuova, a nuove abitudini, arrivò ad amarle. Imparò a giocare a golf, diventò un beniamino nazionale, venne scelto come testimonial per campagne umanitarie e culturali. Si interessò, lui cattolico non praticante, alle religioni orientali.

Di Londra, dove nacque il terzo figlio, Samuele, gli piaceva che fosse a misura d’uomo, ma anche il rispetto per le regole, il cappuccino dopo i pasti, il London Bridge di notte che “sembra uscito da un cartone animato”. Ci restò, in tutto, sette anni. Tornò in Sardegna, al Cagliari, perché non è mai riuscito a immaginare un futuro lontano dalla sua terra. Eppure leggenda vuole che Roman Arkadyevich Abramovich avesse comprato la squadra proprio per lui, per lui che se ne andò a Cagliari, per una parola d’onore data, proprio il giorno in cui il russo arrivò a Londra. Non è leggenda che i tifosi del Chelsea vengono ancora a Cagliari per vederlo giocare, con i charter organizzati apposta. Lui si impegna come sempre, testardo ragazzo di Barbagia. Vita tranquilla, la solita. La famiglia, i libri noir, il golf e il pianoforte, passione dei tempi di Napoli. D’estate Oliena e la barca, l’aiuto alle società sportive sarde, le iniziative benefiche di cui non ama parlare. L’unico progetto è portare il Cagliari in A. L’ha promesso ai tifosi, il resto non conta.  

 

In breve
È nato a Oliena (Nuoro) nel 1966. Ha iniziato la carriera di calciatore professionista nella Nuorese. Nel 1989 approda al Napoli di Maradona. Nel 1993 passa al Parma ottenendo subito un altro alloro, la Supercoppa europea a spese del Milan. Alla fine del ’96 si trasferisce in Inghilterra. Diviene per sette anni la stella del Chelsea. Recentemente si è guadagnato un posto nella “Premier League Hall of Fame”, il museo del calcio inglese, che gli ha dedicato una statua. Ha deciso di chiudere la sua carriera in serie B, nel Cagliari.


Gabriella Saba è nata in Sardegna. Vive a Milano, è free-lance, collabora con Diario e con altre testate.

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