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Edith Sitwell

In giugno accompagnai alcuni amici all’Aeolian Hall per ascoltare Edith Sitwell che avrebbe recitato “Façade” per la prima volta. Il fondale era composto di una tenda dipinta dallo scultore Frank Dobson: raffigurava due maschere, una grande nel centro, mezza rosa e mezza bianca, e una piccola a destra, ch’era d’un moro, ciascuna con un megafono sporgente dalla bocca aperta. Osbert Sitwell annunciava ogni poesia attraverso la bocca del moro.

di Harold Acton

30 Novembre 1999 alle 00:00

In giugno accompagnai alcuni amici all’Aeolian Hall per ascoltare Edith Sitwell che avrebbe recitato “Façade” per la prima volta. Il fondale era composto di una tenda dipinta dallo scultore Frank Dobson: raffigurava due maschere, una grande nel centro, mezza rosa e mezza bianca, e una piccola a destra, ch’era d’un moro, ciascuna con un megafono sporgente dalla bocca aperta. Osbert Sitwell annunciava ogni poesia attraverso la bocca del moro ed Edith la recitava attraverso le labbra della maschera bianca e rosa. Osbert aveva spiegato che lo scopo di recitare dietro una tenda e mediante un megafono era quello d’impedire alla personalità dell’autrice d’invadere le poesie. Si udirono tra il pubblico alcuni sogghigni e commenti inopportuni, ma le poesie procedevano con tanta lena che li fecero cadere nel vuoto. Quella sera ci fu una riunione in casa di Osbert a Carlyle Square, un reliquiario di suppellettili settecentesche a forma di conchiglia, velieri di vetro filato, colibrì sotto globi di cristallo, paraventi ricamati al petit point, spaniel di porcellana, cartelle di dagherrotipi e carillon – uno trillava “Home, Sweet Home” – un complesso talmente vario e molteplice che certi momenti ti pareva di essere in un acquario (le pareti avevano un’iridescenza subacquea), certi altri in un’uccelliera.

A queste impressioni di pesci e piume si sovrapponeva quella di trovarsi in una Boutique Fantasque dove non solo i gingilli erano sorti alla vita, ma anche le anime dello zucchero d’orzo, dei dolci al croccante, dei gelati di crema e fragola, con gli éclair alla cioccolata e al caffè e altre ghiottonerie di materia allettante e d’aroma festivo. La Sfinge era in estasi. “Non è stato magnifico?” boccheggiò. “Magnifico”, gridai, “ma avrei preferito vedere più gente viva tra il pubblico”. “A me è sembrato che ce ne fosse tanta”, rispose in tono sorpreso. “Lei certo ne ha portata a mucchi. E dica un po’, chi sono questi bei ragazzi?”. Edith pareva una Madonna fiamminga, in broccato verde smeraldo. La lettura l’aveva spossata, e notai che andava lentamente cangiandosi in alabastro. Avevo visto per la prima volta Edith Sitwell il dicembre scorso, in vetta ai Pembridge Mansions, un lugubre casamento in Moscow Road. Ti arrampicavi all’infinito sulle scale, commiserando chiunque fosse obbligato a vivere in un simile nido d’aquile.

Rammentando la magnificenza del castello di suo padre a Montegufoni, che si ergeva da un oceano di vigne e d’oliveti, stupii del contrasto. I pittori del Gruppo Londinese avevano standardizzato la veduta di comignoli e tetti d’ardesia che si scorgeva dalla finestra del suo salottino minuscolo. Sopra il caminetto c’era un quadro di Wyndham Lewis, meccanicamente ben fatto, ostinatamente desolato: sembrava che si fosse applicata la vernice con un pistone e che si fossero accozzati i colori con un mescolatore automatico. Mi sentii stringere il cuore, e pervadere dalla depressione; l’assoluta mestizia di quell’ambiente in una mattina di dicembre m’innervosì sempre più finché a un certo punto Edith entrò nella stanza, altissima, snella, aggraziata, vestita di broccato smeraldino. Un raro gioiello, una figura ieratica in smalto di Limoges, mi dissi, costretta in una scatola di latta da biscotti, ma più rara, più ieratica su quello sfondo. Il pallido volto ovale dagli occhi a mandorla e il naso lungo sottile, era stato spesso scolpito in avorio da sinceri credenti.

L’intera persona possedeva un’eleganza ch’era dato di rado vedere fuori delle vetrine di certi musei. Fisicamente, essa era una straordinaria superstite dell’era cavalleresca. E quando parlava, quanto era musicale il suo eloquio, con un’assenza totale di pedanteria, di quella sfida satura di femminismo che tante scrittrici lanciano agli uomini! Edith Sitwell e le sue poesie erano inseparabili. Una freschezza da scolaretta fioriva in molte delle sue espressioni. Non aveva pazienza con gli sciocchi, e le descrizioni delle conferenze che aveva tenuto in circoli di poesia provinciali, e della gente che “la seccava fino a spingerla sull’orlo della tomba” a forza di lettere ove si alternavano consigli, vituperi e sfoghi calorosi quanto ottusi, erano variazioni in prosa delle sue “Commedie bucoliche”. Si lagnava delle occhiate insolenti da cui era presa a bersaglio. Perfino il cafone intuiva di trovarsi in presenza di un poeta, e siccome la poesia genuina è lo stesso che la peste bubbonica agli occhi del volgo, o almeno lo era a quei tempi, Edith era perseguitata in perpetuo per un verso o per l’altro. Ma la storia di questa persecuzione, come lei la narrava, fluiva punteggiata di lepidi lumeggiamenti: Edith sapeva apprezzare l’elemento grottesco nei suoi incontri occasionali.

Nulla di quanto Edith scriveva recava traccia di stanchezza: le sue immagini erano esuberanti e i ritmi non si affievolivano mai. Eppure appariva fragile come una palpebra tremolante o una frase melodica appena nata. Uno dei suoi triboli era causato da una quantità di aspiranti poeti e teneri genitori che la scocciavano proponendole il quesito se i loro balbettanti rampolli dovessero o meno “darsi alla poesia”; e di rado i campioni sottoposti al suo giudizio valevano la pena che li esaminasse. Di punto in bianco mi sentii a disagio; mi rimordeva la coscienza. Non dovevo stancarla come gli altri, e distoglierla dal lavoro. Dopo averla ringraziata per il suo incoraggiamento delle nostre fatiche letterarie sull’Eton Candle, presi commiato. I miei ricordi successivi di Edith in quell’epoca paion tutti collegarsi a qualche incidente che le era appena toccato. A Parigi aveva sofferto d’itterizia; a Londra si era ustionata un piede con l’acqua d’un bricco a bollore; in un altro posto c’era mancato un capello che non cadesse in un vivaio di aragoste.

Dei mattoidi cercavano di forzare l’uscio di casa sua
; delle matrone di Ilford le scrivevano lettere d’insulti. Noel Coward l’aveva volgarmente offesa con le sue parodie di “Façade”, e per aggravare la faccenda le aveva pubblicate con lo pseudonimo di Hernia Whittlebot. Poi, mentre le debuttanti empivano i giornali di cicalecci mondani, a Edith si assegnavano quattrocentocinquanta parole soltanto per una rubrica settimanale di Arte e Vita sul Sunday Despatch. Ciò malgrado dispensava focaccine e tazze di tè forte e bollente a tutti quelli che davano la scalata al suo appartamento. Avevo invitato Edith a parlare per l’Ordinary Society, e lei accettò gentilmente. Fu trovata una stanza capace di contenere una settantina di persone, e ordinai una mastodontica torta svizzera fregiata del nome “Edith Sitwell” in zucchero bianco e rosa. Malgrado fosse afflitta da una costipazione, essa pronunciò una caustica arringa contro i recensori contemporanei, citando casi in cui Osbert, Sacheverell e lei erano stati coperti delle stesse contumelie che si eran presi a suo tempo Shelley, Keats e Byron. Pochi dei cavillosi critici di Edith avevan letto le sue poesie, come fu palese nel dibattito che esplose dopo la sua perorazione.

Le repliche di Edith furono pronte e ragionevoli, ma la discussione divenne così complicata che per poco non le fece perdere il treno. In tutta la mia esperienza delle società letterarie di Oxford, notai che nessuno superava Edith Sitwell e Gertrude Stein nello stimolare il dibattito. Erano assai più svelte degli uomini nell’esercizio del botta e risposta.

di Harold Acton

Harold Acton, “Memorie di un esteta”, Garzanti

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