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Dan Savage

Un tempo gli arrivavano per posta e si può immaginare l’imbarazzo: fotografie lucide, a colori crudi (e nudi) di sfoghi, essudati, ulcerazioni, istantanee da atlante di dermatologia quasi sempre sormontanti i gioielli di famiglia. Dall’avvento della posta elettronica, se possibile, la situazione è ulteriormente peggiorata e Dan ha alzato la paletta.

di Laura Lazzaroni

30 Novembre 1999 alle 00:00

Un tempo gli arrivavano per posta e si può immaginare l’imbarazzo: fotografie lucide, a colori crudi (e nudi) di sfoghi, essudati, ulcerazioni, istantanee da atlante di dermatologia quasi sempre sormontanti i gioielli di famiglia. Dall’avvento della posta elettronica, se possibile, la situazione è ulteriormente peggiorata e Dan ha alzato la paletta: altolà alle e-mail con allegati di malattia venerea – ha esortato i lettori – scandalizzano le attempate vicine di aereo e mi mandano di traverso la colazione. Poi, tanto per sigillare la questione, ha pubblicato “What’s that down there? Your orientation to STD (Sexually transmitted disease, ndr)”, linee guida per portatori di bruciori e pruriti. A riga quattro, in caratteri cubitali, “Cercatevi un fottuto dottore”. Dan Savage, icona omo trentacinquenne, autore di libri e della sexy rubrica “Savage love”, pubblicata dal Village Voice e da oltre trenta riviste tra Stati Uniti e Canada (anche on line), direttore di The Stranger, settimanale alternativo di Seattle, tratta i suoi lettori con pinze, bacchetta, frustino e stetoscopio.

Usa le pinze Dan il paterno, che ricompone ego e cuori infranti
e distilla decaloghi per gay a caccia di relazioni durature; bacchetta senza pietà Dan il paladino, fomentatore di femmine alle prese con maschi fedifraghi, persecutore di conservatori e Casa Bianca; vibra il frustino Dan l’erotico, enciclopedia di feticismi e posizioni che non ha paura di condividere, commentare e annotare; inforca lo stetoscopio Dan il camice bianco, che parte da un episodio di “piss tasting” e quasi quasi smaschera un caso di diabete, complice l’intervento di un lettore medico. Lontano dalla demagogia da angolo dell’esperto, spiega con realismo: “Non desidero rendermi utile, piuttosto mi sento intrattenitore e social commentator”. Si interroga sull’utenza ideale di “Savage love”: forse più i curiosi, pruriginosi lettori che gli effettivi autori delle missive; lo stesso Dan è un voyeur di fenomeni di costume; dal trinchetto del suo naviglio di carta e inchiostro, osserva i trentenni americani, tormentati e allupati: “Gli etero si stanno trasformando in omosessuali e viceversa. Negli anni Cinquanta valeva il modello cartolina felice, matrimonio, figli, fedeltà e poi, puntuale, la crisi di mezza età; gli etero di oggi, invece, spingono il pedale sulla trasgressione e la sperimentazione e dopo i 35 anni si ravvedono”. Sulla sponda gay intanto c’è chi adotta usi e costumi à la Barbie e Ken: in gergo sono “assimilatori”, corrispettivo sessuale della nostra “sinistra al caviale”.

Danny è caviale, sì, ma con una spruzzata di paprika,
è assimilato ma anche assatanato. Occorre distinguere tra persona e personaggio: il Dan letterario dichiara tachicardie per Ashton Kutcher, preppino stropicciato che si accompagna a Demi Moore; confessa che il suo compagno ha fantasie erotiche sulla nazionale maschile finlandese di nuoto; scrive pamphlet accorati in difesa del trimestrale di Abercrombie & Fitch, per alcuni un porno soft travestito da catalogo di abbigliamento, secondo lui “magnifico materiale da masturbazione per un’intera generazione di uomini e donne”; “famolo strano” gli rammenta quella volta, novembre 1989, in una torretta di guardia di Berlino Est. Ma c’è il barbatrucco. Dan ha studiato teatro all’Università dell’Illinois; come attore e regista ha prestato servizio senza sfondare, eppure il gusto per la recita non l’ha perso. “La maggior parte dei sex columnist non fanno che parlare di sé, sono esibizionisti da mouse, mi fanno pena: per questo quello che scrivo di me nella mia rubrica è quasi sempre inventato”. Cortina di mistificazioni alzata anche a tutela degli affetti veri: nella sua vita c’è Terry, bellezza acerba di sette anni più giovane, una passione per la techno music e il look anni Settanta. Dan l’ha conosciuto in discoteca e complimentato per la bella bocca: “Per mangiarti meglio”, pare abbia replicato quello.

Ma non è sulle righe dei fratelli Grimm che si sono innamorati
: Dan è rincasato con una copia di “United States” di Gore Vidal e Terry ha fatto salti alti così. Accadeva anni fa, i due stanno ancora insieme, hanno una passione condivisa per mercatini e negozi dell’usato, un mutuo, la comunione dei beni e un figlio adottivo, DJ, che Terry “superpapà” accudisce mentre Dan fa il pieno di lavoro. A proposito: con gli stupefacenti Dan ha un approccio dilettantesco. Un giorno si rompe la lavatrice e Terry porta il bucato alla lavanderia a gettone: insieme ai calzini, recupera dal cestello una busta di erba zuppa e fragrante, dimenticata da chi forse se n’era fumata troppa. Tenere o non tenere, questo il dilemma: infine la regalano a un amico; quello si sdebiterà fornendo ad perpetuum gli unici due spinelli che la coppia si concede ogni anno, a letto, con una busta di patatine, la tv, e il piccolo DJ al sicuro dai nonni. Quadretto idilliaco che la sorella di Dan (ha anche due fratelli), consulente per il recupero dei tossicodipendenti, non si beve; e lui passa le riunioni familiari a invocare il sostegno della madre: “Le vuoi spiegare che non sono un drogato?”. Assimilazione, si diceva. Anni fa, un altro amico gli lanciò il j’accuse: “You’re not even gay enough to be queer anymore”.

Dan rispose nel suo solito stile, dotto e sfacciato
: esiste più di un modo di essere gay, l’assimilazione non è un complotto degli etero e non esclude dal gruppo. “Non sono abbastanza gay? Forse che l’avere *biiip* i genitali di altri uomini per vent’anni non conta niente?”. Punto, set e partita. “La gente che non mi conosce si aspetta che io sia come la mia rubrica: dal vivo posso deludere”. Modestia, peccato dei vanitosi. Il vero Savage potrà non essere il frontman dei Village People, ma sulla sua stravaganza non si discute. Intanto ha origini irlandesi, Danny boy, da Chicago con furore, città di bora e acque che si tingono di verde il giorno di San Patrizio. Dall’ombra della Sears Tower Dan è passato a quella dello Space Needle di Seattle, ma il quadrifoglio gli è rimasto sotto la pelle. E nel Dna. Quando gli chiedo cosa cambierebbe di sé, non ha esitazioni: “Il metabolismo. Dai miei avi ho ereditato i dannatissimi geni che gli permettevano di estrarre il massimo nutrimento possibile da una patata: nella mia famiglia si comincia a ingrassare dopo i 35 anni”.

E lui non ci sta: gli piacciono il bacon e le torte al cioccolato preconfezionate ma si massacra di sensi di colpa e tapis roulant dopo ogni abbuffata; per ora riesce a figurar bene nelle sue giacche di jeans e magliette strizzate. C’è poi la questione delle deidrogenasi, enzimi di digestione dell’alcol. Il giorno dopo sbronze colossali Terry morde la strada fino alla libreria dove lavora, occhi scintillanti, una tigre nel motore. Dan no, lui si insacca a letto con un cocktail micidiale di aspirina e codeina. “Sei un peso piuma” gli abbaia il fratello maggiore, irlandese verace. Lo stesso che inizia il piccolo DJ con un’unzione al luppolo e la formula rituale: “Credi nella birra, nei Cubs e nella famiglia?”. Famiglia, il vero ring dove Dan ha imparato a non essere noioso. Nel ruolo di fratello minore esercita la polemica. Ancora ragazzino trova il diario tenuto dalla madre nell’anno della sua nascita: ci legge che lei sperava in una figlia femmina e che in gravidanza consumava amplessi per facilitare la selezione del cromosoma X. Il padre faceva il poliziotto a Chicago, di pattuglia nel malfamato quartiere dei gay. Omofobo “per ignoranza, non per cattiveria”, vomitava battutacce che Dan ricorderà. Eppure “è la mia omosessualità ad avere danneggiato il rapporto con mio padre, non viceversa”.

Ironizza su ciò che l’ha reso gay: “Geni, scuola cattolica
(sui banchi era sempre “terrorizzato e arrapato”), cavi dell’alta tensione, stare troppo vicino alla tv”. I genitori divorziano, il padre si risposa proprio il giorno della festa della mamma; Dan non gliela perdona, è gentiluomo e aspetta due anni prima di confessarle la propria omosessualità. Lei commenta: “Sai cosa è accaduto alla donna aggredita da due gay nel parco? Uno l’ha tenuta giù, mentre l’altro le faceva i capelli”. Due giorni dopo, ha un semiesaurimento. Si riprende bene: non ha paura di chiedere i particolari intimi della relazione con Terry e, soprattutto, se i due sono “safe”. Consulta gli aruspici al ristorante cinese: trova identici messaggi in due biscottini della fortuna, “Buone nuove giungeranno per telefono”. Quando la chiamano per avvertirla che il piccolo DJ è in arrivo, non è sorpresa. Dan e Terry scelgono la modalità della open adoption, ovvero porte aperte ai contatti tra genitori biologici e pupo, vita natural durante. È un’avventura tragicomica, finirà nel libro “The kid – what happened after my boyfriend and I decided to go get pregnant” (uscito in Italia con il titolo “Due uomini e una culla”). Il nome di battaglia del padre naturale è Bacchus.

Bacco, tabacco e Lsd sono vecchie conoscenze della ragazza col pancione, Melissa, “homeless per scelta” e capace di affetto: con i nostri costruirà un buffo triangolo di diffidenza, miseria e solidarietà. Partorisce nel medesimo ospedale di Portland dove è morto il padre di Terry: la vita prende, la vita dà. Un sacerdote amico di famiglia officia il battesimo: Dan è cattolico per educazione, agnostico per autodefinizione, ateo per aspirazione. È un fan del matrimonio, quasi conservatore quando si tratta di condannare quelli dal divorzio facile, favorevole alle unioni gay: “Mi piacerebbe sposare George W. Bush, per il gusto di farlo incazzare”. Naturalmente è Terry quello che sogna di impalmare, non appena cambierà la legge. Nel frattempo predica e pratica una monogamia “possibilista”: così è più facile deglutire l’amara prospettiva di una vita intera con la stessa persona; la salvaguardia del vincolo coniugale, insomma, passa per un approccio tollerante al tradimento. Lo ribadisce nel suo libro più recente, “Skipping towards Gomorrah”, viaggio tra i peccati capitali degli americani, per dimostrare che non è vero, come sostengono i “virtuecrat” che gli Stati Uniti sono irrecuperabili focolai di corruzione: al contrario, questa è “the last best hope of earth”, un pezzetto di crosta terrestre per cui vale la pena lottare.

Qui la cultura evolve e vibra proprio perché l’ordine precostituito viene costantemente messo in discussione. Fintanto che gli apripista del cambiamento non pregiudicano la felicità o libertà degli altri – ragiona – nessuno ha il diritto di fermarli. A sostegno dell’intervento in Iraq ha scritto editoriali appassionati; recentemente ha ritoccato la sua posizione: “Mi dispiace che il presidente degli Stati Uniti sia un bugiardo sacco di m… Il primo pezzo che ho scritto è così ingenuo che non posso leggerlo senza provare il desiderio di strisciare”. Ribadisce però che “l’Occidente ha insediato e armato molte delle tirannie mediorientali (…) e questo raddoppia o triplica la responsabilità che abbiamo a rimuoverle dal potere”. Guerra a parte, la sua bussola punta in direzione opposta alla Casa Bianca. Nel gennaio 2000, mentre si trova in Iowa a documentarne il caucus presidenziale per il magazine Salon.com, si fa arruolare nella campagna del novello Torquemada della destra religiosa, Gary Bauer per danneggiarlo: leggenda vuole che Dan sia in preda all’influenza e che durante una sortita notturna negli uffici del candidato applichi la lingua a maniglie, pinzatrici e cancelleria varia, nel (vano) tentativo di infettarlo.

Oggi ce l’ha con il senatore repubblicano Rick Santorum
: al suo cognome, che in altri circoli indica un certo sottoprodotto dell’amore tra uomini, ha associato una vera e propria campagna di pubblico ludibrio, teorizzata sul sito www.spreadingsantorum.com e culminata con una menzione sul New York Times e il (quasi prevalente) entusiasmo dei lettori. “Devo trattenermi dal ridere ogni volta che incontro Rick Santorum al Campidoglio”, scrive un impiegato del palazzo. Un ex barista ha ideato il Santorum shot: vodka, cacao, crema, seltzer, agitare et voilà una schiumosa mistura marrone. Dan l’ha provato con gradimento (il drink). Un entrepreneur ha avviato un business di magliette a tema e gliene ha spedito un campionario: Dan le usa per fare ginnastica e sostiene di essere l’invidia della palestra.

Quello degli acronimi scandalosi è un ulteriore trend inaugurato sulle pagine di “Savage love”. Tra i migliori: “Politicians out of private stuff” (POOPS); “Confused about tampons” (CAT) – si parlava di orpelli di autogratificazione; “Chunk lost in trim” (CLIT) – in un dibattito sulla crescente pratica della depilazione integrale; “Cougar hunting in Canada” (CHIC) – a proposito di divorziate attempate e graffianti (“puma” in slang canadese). È chiaro a questo punto che la tavola di Dan non è per stomaci delicati. Ma si considerino le seguenti attenuanti: primo, Dan affronta con pari impegno i conflitti relazionali e le umane perversioni. Secondo, Dan è uno dei pochi columnist seriamente interessato ai commenti dei lettori, disponibile a riconoscere eventuali errori di valutazione e a chiedere scusa. Terzo, Dan offre anche menu light: il prossimo libro racconterà della casa di Chicago in cui ha trascorso l’infanzia. Quarto e ultimo, chi non gradisce può voltare pagina. In fin dei conti, come scrive a conclusione di “Skipping towards Gomorrah”: “It’s a big country”.

di Laura Lazzaroni

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