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Ciarrapico Giuseppe

Basta, m’hai rotto er cazzo, te caccio”, tuona quotidianamente il presidente, titolo a vita, come usa da noi. I dipendenti, però, lo chiamano solo dottore. Ed è così che lui modestamente firma. Giuseppe Ciarrapico per gli amici è solo Er Ciarra, e a lui piace perché così lo chiamavano da Balilla. Da ottobre è agli arresti domiciliari nella lussuosa clinica romana Quisisana, dalla quale detta ordini come un boss dietro le sbarre alla sterminata corte di segretarie, autisti e impiegati.

di Giorgiana Falchi

30 Novembre 1999 alle 00:00

Basta, m’hai rotto er cazzo, te caccio”, tuona quotidianamente il presidente, titolo a vita, come usa da noi. I dipendenti, però, lo chiamano solo dottore. Ed è così che lui modestamente firma. Giuseppe Ciarrapico per gli amici è solo Er Ciarra, e a lui piace perché così lo chiamavano da Balilla. Da ottobre è agli arresti domiciliari nella lussuosa clinica romana Quisisana, dalla quale detta ordini come un boss dietro le sbarre alla sterminata corte di segretarie, autisti e impiegati. Quando chiede qualcosa, Er Ciarra si agita, grida, sbraita, insulta, offende, umilia e soprattutto manda “a fanculo”. Una volta, quand’era il re delle acque, premiate Terme di Fiuggi, poteva permetterselo. Il vero bello è che lo fa anche oggi. E dunque spende, assume, licenzia e fa l’editore ignorando con fiero petto la condizione giudiziaria e presente, che gli imporrebbe parecchie limitazioni. Su chiunque glielo faccia notare, immancabile piove un “nun me rompe er cazzo, sennò te caccio”. Gli uffici del presidente restano però in piazzale delle Belle Arti, zona nobile di Roma.

Un minuscolo citofono, nessuna targa, un appartamento gigantesco e lussuoso ma anche anonimo, nel quale non si può fare a meno di respirare il fugace e il precario. Molte cose in realtà sono già scomparse, e ora anche le cliniche romane rischiano di fare una brutta fine, pignorate: Quisisana, Villa Stuart, Policlinico Casilino. Così sono i cinque quotidiani locali che oggi occupano buona parte del tempo e delle incazzature del presidente. Peppino Ciarrapico parla un romanesco ostentato, e a Roma c’è nato. Ma la famiglia viene da Bomba, provincia di Chieti. Il nonno costruiva cementifici, il padre Aminta diventò avvocato di grido e sposò una duchessa il cui casato nessuno ricorda. In famiglia si studiava: una sorella, Maria Rosa, è stata direttrice dell’Accademia dell’arte dell’ambasciata italiana a Londra; un cugino è stato ambasciatore a Madrid. Er Ciarra faticava e il padre se ne lamentava con Giulio Caradonna e con lo zio Ferdinando, candidato nelle liste monarchiche di Covelli. Alla fine diventò dottore in Giurisprudenza e nel curriculum si leggono libere docenze e insegnamenti accademici a Roma, Pavia e Siena. Ma la passione più grande era, fin dagli anni Cinquanta, la politica.

Cominciò come segretario nazionale dei Nuclei d’azione studentesca, Almirante era il suo mito, lo seguiva e lo proteggeva, ombra allora sottile, ma determinata, in tutti i comizi. La fama di zotico, villano e rozzo comincia allora. E lui ancora oggi reagisce malamente. “Picchiatore io? Mi difendevo. Mauro Bubbico una volta mi ha spaccato in testa l’ombrello, ma io gli ho mollato una catenata in faccia che ancora se la ricorda”. Poi scopre gli affari. Con due camerati, Sante Montagna e Bruno Colletti, fonda una finanziaria, una delle prime in Italia, e riesce a comprare la Società meridionale industrie tipolitografiche. Il primo prodotto editoriale è l’Opera omnia di Mussolini, venduta porta a porta. Presto nascono le Edizioni Ciarrapico. Er Ciarra però è un pragmatico, gli piacciono anche i diccì; da “Lettere dei condannati a morte della Repubblica sociale” passa a pubblicare la “Storia della Dc”, prefazione di Luigi Gui. Il nuovo direttore editoriale è un giovanissimo teorico della nuova destra e grande estimatore di Augusto Del Noce, Marcello Veneziani. Sposa Franca Pirudu, un’attivista dell’Msi. Nascono due figli, Tullio e Micaela. Ma l’incontro vero avviene un giorno per caso, a Gaeta. Lui è un oscuro sottosegretario democristiano, Giulio Andreotti. Sarà amore a prima vista, amore sempiterno.


Sarà anche l’inizio di un percorso glorioso.
Il presidente conquista le Terme di Fiuggi, quelle di Recoaro, l’otto per cento delle azioni dell’Espresso, le cliniche, i caffè storici di Roma come la Casina Valadier e Rosati. Fino alla Roma calcio, da cui discende il titolo di presidente. E ancora una compagnia di aerotaxi, il Borghese, la Fenice edizioni, Acta Medica e quattordici day hospital. Un impero dove non tramonta il sole. Lui ogni mattina, prestissimo, va a San Lorenzo in Lucina, ufficio del “principale”. Ad Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo, che in quel nome ravvisavano la prova dell’intrallazzo, risponderà: “Lo chiamo così perché i capi del fascismo rivoluzionario, a partire da Italo Balbo, chiamavano ‘principale’ Mussolini. Non siete forti in storia contemporanea”. Da Giulio andavano anche Mauro Leone, allora vicepresidente dell’Efim, e due eccellenti banchieri: Pellegrino Capaldo e Cesare Geronzi (pupillo di Bankitalia), ai vertici del Banco di Santo Spirito. Erano anni di fede andreottiana senza confini e di grande marketing al Premio Fiuggi. Ma il vero momento di gloria, quello in cui Er Ciarra si sente il viceré, è il 1991. La grande mediazione nella vicenda Mondadori, tra la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi. L’imprenditore “rampante e solitario”, come ama definirsi, entra nel salotto. E ci tiene a spiegare, oggi, che fu Carlo Caracciolo, il “caro amico” principe, a chiedergli il favore. E che Giulio e Silvio, invece, sconsigliavano.

La disgrazia arriva più o meno con quella della Prima repubblica.
Condannato in primo grado per il crac dell’Ambrosiano, risponde in tv: “Gli ho chiesto trenta miliardi e li ho restituiti, ma era una banca, mica il vapoforno!”. Guai anche per la Safim, una finanziaria, giù giù fino al fallimento della Casina Valadier. Poi la lite con il Comune di Fiuggi, l’Italsanità, gli alberghi d’oro. Sulle imprese del Ciarra si abbatte una ridda di condanne, accompagnate da intrighi, sospetti, leggende metropolitane popolate da operai di Cassino rimasti senza contributi, creditori a migliaia tra fiorai, ristoratori, baristi, albergatori. A Regina Coeli ci finisce per trentaquattro giorni, con l’accusa di aver finanziato illegalmente il Partito socialdemocratico: 250 milioni in occasione di un concerto di Domenico Modugno. “Io i soldi li ho dati a tutti i partiti politici. E glielo dicevo, scusi Di Pietro, perché mi chiede conto dei 250 milioni del Psdi e non del miliardo e otto che ho dato a due Feste dell’Unità?”. Ma Di Pietro evidentemente non ascolta, e nemmeno risponde agli accorati messaggi del detenuto che chiede di vedere la madre morente. Nel ’95, in piena disgrazia, era andato ai funerali di Edda Ciano. “Sono sempre stato fascista, dove sta lo scandalo? Mi sono iscritto al Movimento sociale nel ’47, a tredici anni, c’ho la tessera numero 75 del partito”. “A Predappio ci andavo tutti gli anni, e il saluto romano l’ho sempre fatto. Però sono antinazista, il fascismo era cattolico, mediterraneo e latino”.

Andreotti? “Appartenevo al popolo democristiano,
quella era la professione dell’80 per cento degli italiani”. La gabbia dorata del Quisisana sta molto stretta al Ciarra. La leggenda vuole che si sposti per Roma in barba alla legge. E’ stato avvistato da Rosati a piazza del Popolo; di notte, mentre sfrecciava in una lussuosa automobile; e persino nelle redazioni dei suoi quotidiani, dove piomberebbe per fulminei blitz. I giornali sono l’ultimo diamante della perduta corona. Latina Oggi, Ciociaria Oggi, Nuovo Oggi Molise, Nuovo Oggi Sicilia, Nuovo Oggi Castelli sono divisi in due società editoriali. Difficile però rintracciarne i componenti, si comportano un po’ da prestanome, ma da qualche parte esistono.

E i rapporti giornalistici sono regolati secondo lo stile imprenditoriale del Ciarra, regola aurea: “Ahò, quello vo’ fa’ er direttore veramente, m’ha rotto er cazzo, lo caccio”. La regola vale anche per i redattori semplici, per gli abusivi, per i fedelissimi, per la ciurma a straordinari non pagati e festivi inesistenti: “Se nun ve sta bene, ve caccio”. Un’eccezione la fa per il vecchio Guido Giannettini, l’ex “agente zeta” del Sifar e uno dei primi autori delle edizioni Ciarrapico. Historicus, Detector sono alcuni degli pseudonimi che l’editore e padrone usa per i nostalgici editoriali che ogni tanto scrive. La linea politica è invece una sintesi del ciarrapichismo. Alle ultime Regionali ha ordinato un moderato tifo per Francesco Storace, ma anche nessuna chiusura a Badaloni; amici di Berlusconi, un po’ meno di Fini; vicini a Cossiga e ai Popolari; carinerie a Rutelli e Palombelli, e Andreotti forever. Un equilibrio precario, spesso impossibile, quotidianamente aggiornato o stravolto da note imperiose affisse in redazione: “Quello è un traditore, quello m’ha rotto er cazzo”. Il figlio Tullio, l’editore ufficiale, si dispera, visto che assegni e bilanci li firma lui. Ma non c’è verso: “Che cazzo me ne frega, a quello lo faccio direttore, a quello gli do una collaborazione, a quell’altro un praticantato. E a quello lo caccio”. Di certo, non ha nessuna intenzione di rinunciare ai grandi lussi. Forse è proprio qui il gran mistero del Ciarra, che ha giocato tutta la vita a fare il burino fascista e poi si è riservato un angolo di raffinatezza. Arresti domiciliari? Trascorrono al Quisisana.

Con le donne dà il meglio di sé.
Separato da tempo, ha una compagna che si presenta con estrema disinvoltura, elegantissima e ingioiellata, come “la signora Ciarrapico” (e lui potrebbe replicare all’americana, piccato: “That’s no lady, that’s my wife”). Quella vera coltiva invece l’understatement e l’amore dei figli. Ma al Ciarra le donne piacciono proprio tutte, è convinto che cedano ai suoi modi perfetti: gli abiti su misura e un po’ aderenti, le scarpe inglesi. “Er Ciarra rimorchia da paura”, ride quando racconta le sue avventure. In genere, con nome e cognome.

di Giorgiana Falchi


Giuseppe Ciarrapico • E’ nato a Roma nel ’34. Nonno costruttore,
padre avvocato. Negli anni Cinquanta è segretario nazionale dei Nuclei d’azione studentesca; è nel servizio d’ordine di Giorgio Almirante. Un lungo sodalizio lo lega a Giulio Andreotti. All’attività
di editore affianca quella nelle acque minerali, finanzia il Premio Fiuggi. Negli anni Ottanta il suo piccolo impero spazia dal Caffè Rosati alla Casina Valadier, dalle cliniche ai giornali. Nel ’91 è mediatore tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi per la Mondadori. Poco dopo iniziano i guai giudiziari.

Giorgiana Falchi è lo pseudonimo di un cronista politico romano, appassionato di storie della Prima repubblica.

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