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Chuck Palahniuk

Trasgressionale, specifica, non semplicemente trasgressivo. Catartico invece si spiega da solo, come qualsiasi altra parola negli scritti di Chuck Palahniuk. Perché se aspettate che a spiegarvele sia lui, potete aspettare un bel pezzo.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 17 novembre 2002

Trasgressionale, specifica, non semplicemente trasgressivo. Catartico invece si spiega da solo, come qualsiasi altra parola negli scritti di Chuck Palahniuk. Perché se aspettate che a spiegarvele sia lui, potete aspettare un bel pezzo. Quarantun anni, una faccia da folletto che può però divenire quella di un elfo inquietante, è uno di quei nuovi scrittori americani che sta mettendo completamente in crisi l’establishment letterario. Come già fece Dave Eggers, altro caso che sfugge alle regole dello scrittore come le abbiamo conosciute finora, volentieri sconfinando nella pop culture, ma con più cattiveria. “Credono di essere le nuove rockstar!”, ha tuonato con indignazione un irritato, serissimo critico del New York Post. E ha colpito nel segno, perché a cominciare dal tour delle sue conferenze sponsorizzato da Bacardi fino ai nomi per i personaggi del suo prossimo romanzo messi in palio alla lotteria dei fan del suo website, Chuck Palahniuk viaggia proprio a ritmo di rock. Si droga anche, come tutte le rockstar, e ce lo racconta con quel cinismo privo di giudizi che registra avvenimenti e reazioni come se al posto di cuore e cervello avesse una macchina da presa. Ma le sue droghe sono quelle di una generazione, tra i tardi trenta-primi quaranta, cresciuta a Ritalin da quando era in prima elementare.

Dal Ritalin, una droga comunissima in America per curare la “sindrome da mancanza di attenzione”, ovvero per narcotizzare e neutralizzare temperamenti infantili troppo vivaci che poco sopportano di rimanere inchiodati al banco per ore, sono poi passati al Valium, alternato alle anfetamine e forse negli anni d’oro a qualche leccata ai francobolli di Mickey Mouse spalmati di Lsd. Oggi invece sono tutti votati al Paxil o, come Chuck, allo Zoloft, entrambi antidepressivi che “ti aiutano a funzionare” socialmente nonostante la rabbia, l’angoscia, la frustrazione, l’ansia e la fobia del confronto con gli altri.

Inutile dire che dall’11 settembre Chuck e i suoi amici si sono raddoppiati le dosi, alla faccia degli effetti collaterali, possibili disfunzioni erettili e impotenza incluse. Del resto, Chuck ci ha anche reso partecipi delle sue avventure sull’altro versante, quando anelando a muscoli da body builder e superpotenza macha si avventurò in un esperimento di un mese nella terra degli anabolizzanti, degli steroidi e del testosterone, investendo un migliaio di dollari nel costosissimo Anadrol. Ma l’uomo non aveva la stoffa per passare la vita concentrato sulle dimensioni del suo pisello e dei bicipiti, inghiottendo a chili bianco d’uovo liofilizzato e beveroni, e votando alla palestra almeno tre ore di quotidiana routine. Anche perché quello che doveva “registrare” di quel mondo per le sue cronache, o per meglio dire le sue satire di questi spaccati di società tra cui fluttua, proprio come tanti della sua generazione, senza mai fermarsi e appartenere, dopo tre giorni era già tutto chiaro.

Questo è l’autore che scrisse “Fight Club” quando ancora lavorava come meccanico diesel per sbarcare il lunario. Il libro non diventò un best seller fino a che il film con Brad Pitt trasformò in oggetto di culto letterario l’impagabile e geniale invenzione di questi club sotterranei e proibiti, dove sconosciuti potevano incontrarsi senza scambiarsi neppure il nome e darsele di santa ragione per il puro gusto di sfogare la rabbia. Ancora oggi (proprio nel senso letterale di questa giornata di ottobre in cui incontro Palahniuk durante uno dei suoi book-signing in una liberia di Hollywood che raccoglie la crème dei suoi fan), c’è qualcuno che lo prende in disparte e con aria complice tenta di fargli confessare l’indirizzo di uno di questi segretissimi club, rifiutando di credere che siano solo un parto della sua fantasia. E non c’è ristorante in città dove non gli succeda, al momento del conto, di vedersi offrire il pasto gratis dal cameriere di turno che si è identificato nel cameriere del film, al punto da radersi la testa anche lui. Poi, abbassando la voce e con tono da cospirazione, il cameriere di turno gli racconta che, ovviamente, anche lui ha sputato negli hamburger o fatto pipì nei calici di champagne serviti ai clienti danarosi di quella mensa a cinque stelle, e ovviamente anche lui per pura rabbia.

Del resto, stando ai racconti di Chuck, la vera ragione per cui “Fight Club” venne opzionato da Hollywood quando ancora era un manoscritto di duecento pagine di un meccanico aspirante scrittore fu che qualche pezzo grosso si identificò col proiezionista teenager che ritaglia fotogrammi di film porno per montarli poi nei filmini familiari, trasformandoli in film-sorpesa a luci rosse. Perché anche lui era stato, da adolescente, un proiezionista pieno di rabbia. In questi giorni, Palahniuk si è lasciato alle spalle l’autunno californiano ancora estivo, dove ha appena finito di autografare le copie del suo nuovo libro, “Lullaby”, ed è volato nell’autunno milanese, per firmare le copie del suo penultimo romanzo, tradotto col titolo di “Soffocare”. Come direbbero i critici paludati, “Lullaby” segna il passaggio dalla satira sociale (il protagonista di “Soffocare” è un sex-addict che frequenta un centro di riabilitazione) a un genere più venato di horror. Il protagonista è un vedovo quarantenne, reporter di un quotidiano che si vede assegnata una serie di articoli su misteriose morti di bambini per quella che in America viene descritta come Sudden Infant Death Syndrome.

Palahniuk ha 41 anni, non è vedovo ma è stato, tra i suoi vari lavori, reporter di un quotidiano di provincia nella cittadina dell’Oregon più vicina ai boschi dove vive col suo cane Chick, un Boston Terrier che gli tiene compagnia nelle ore in cui si siede a scrivere (ché altrimenti sarebbero troppo solitarie e noiose). Ma giura che non ha mai scritto di casi di Sids, né tantomeno, bazzicando qualche scena di delitto, ha mai tovato un’antologia di poesie aperta alla pagina di una ninna-nanna africana. E questa è forse l’altra novità di “Lullaby”. Perché fino a oggi tutti i suoi libri erano altrettante antologie delle vite sue e dei suoi amici. “Viste in retrospettiva, diventano sempre più buffe e divertenti che al momento in cui le vivi”. “Fight Club” era una storia “transgressional”. Storia di giovani relitti annoiati disposti a provare qualsiasi mezzo per suscitare emozioni e sentirsi vivi. Ma questo valeva per la scorsa decade. Dopo che l’11 settembre ha materializzato lo scenario di una società controllata dalla paura reattiva a possibili atti di terrorsimo – tema tratteggiato in “Fight Club” – per Palahniuk ci possono essere solo romanzi trasgressionali catartici.

“È la catarsi la vera salvezza. Perché se ti lasci andare alla paura e pensi di doverti difendere e trincerare, come se davvero potessi proteggerti dal terrorismo, dal cancro o dagli asssassini senza motivo, trovi mille e una ragione per non voler più vivere. Ma se invece di vivere questa vita inautentica, come direbbe Kierkegaard, fai invece quello che il filosofo chiama un atto di fede, smetti di vivere reattivamente e trasformi te stesso in una forza agente, trovi mille e una ragione per andare avanti”. È riuscito a trovare mille e una ragione per andare avanti anche dopo il recente assassinio di suo padre nei boschi dell’Idaho da parte di un fanatico “white supremacist” che lo torturò lasciandone solo un mucchietto di ossa bruciate.

Al processo, minacciato dalla pena di morte, il fanatico minacciò la giuria annunciando di aver nascosto nei boschi lì intorno varie bombe ripiene di Antrax: i suoi amici le avrebbero fatte esplodere, in caso di sentenza capitale. Ma anche questa incredibile, insana, violenta e inaccettabile morte, tradotta in parole su carta – o meglio su video – come cronaca per i fan che costantemente visitano il suo website, viene normalizzata e ripresa con quel distacco che invece il giornalismo “fatti, non opinioni” quasi mai riesce a raggiungere. Più ancora che un cronista, Palahniuk è un chirurgo. Meglio ancora, un patologo delle emozioni. Mentre parla osservo le sue labbra e non posso evitare di notare che, sì, il labbro superiore è ancora sottile nonostante i suoi esperimenti con un lip-enhancer comprato per posta, una specie di tubo per risucchiarle e farvi affluire il sangue, in cui aveva riposto la sua speranza di regalarsi labbra carnose come quelle di Brad Pitt. Tutto ciò che facevano, spiega, era farti assomigliare a un pesce di origami, con le labbrone pendule e inamovibili (guai a sorridere!) per un paio d’ore. Non è neppure mai riuscito ad avere i capelli di Brad Pitt, neppure quelli tagliati dalla parrucchiera di scena che rasò la celebre testa per “Fight Club”.

“Mi toccò tosare il Golden Retriever di un’amica per poter includere una ciocca nei bigliettini di Natale di quelli a cui l’avevo promesso”. In compenso, un’amica studentessa di medicina, in cambio di un promesso e mantenuto incontro con Brad sul set, lo lasciò assistere, anzi, persino aiutare a dissezionare cadaveri. “E fu allora che decisi di piantarla col testosterone, dopo aver visto da vicino il cuore, non solo i testicoli, ingrossati di quest’uomo ancora giovane che lo usava da dieci anni, morto d’infarto”. I dottori, infatti, patologi esclusi, non gli stanno simpatici. E piuttosto che andarci preferisce inghiottire antidolorifici e passare i calcoli renali immerso nella vasca da bagno, trangugiando birra. “Il dottore che mi voleva ricoverare morì una settimana dopo d’infarto”, commenta senza lasciar trapelare neppure una punta di sarcasmo.

Quando non scrive un nuovo libro o non passa calcoli renali o non corre al capezzale di un amico in preda a un’overdose da tranquillanti, Chuck Palahniuk collabora a riviste come Gear o Bikini Magazine, porta a spasso il suo cane nei boschi dell’Oregon o si trova con gli amici a bere birra in squallidi bar infestati di scarafaggi, con spogliarelliste che per cinque dollari sono disposte a tirare fuori una sedia nel retro tra i cassoni di lattine e offrirti una lap dance privata. Oppure risponde ai fan, esamina le prove di copertina che gli sottopongono per i suoi prossimi libri o per le magliette, sempre vendute sul website. La sua pagina in Internet non è un luogo culto, è molto più semplicemente un club. Dove ci si ritrova tra sconosciuti, ma non per scazzottarsi. Invece di uppercut al fegato e di ganci al mento, i convenuti si scambiano opinoni, recensioni, idee. Unico punto che li accomuna e ne fa in qualche modo una comunità dotata di un linguaggio proprio sono, ovviamente, le avventure di Chuck Palahniuk. Il perché è presto detto: reali o immaginarie che siano, le storie di Palahniuk riflettono con incredibile precisione le esistenze della sua generazione, reattiva quando vorrebbe invece essere trasgressiva, piena di slanci ma confinata sotto a una tenda a ossigeno. Ma soprattutto, una generazione in eterna ricerca di quella ipersognata, ipercelebrata, annunciata e benedetta catarsi.

di Gloria Mattioni

In breve
È nato il 21 febbraio 1961 a Burbank, nello Stato di Washington. Ha studiato giornalismo all’Università dell’Oregon e ha lavorato per breve tempo all’Oregonian, il quotidiano di Portland. Ha pubblicato il suo primo romanzo, “Fight Club”, nel 1996, quando lavorava come meccanico. Tre anni dopo, il film omonimo con Brad Pitt trasforma il libro in un piccolo caso di culto. Nel 2001 ha pubblicato “Choke” (ora in italiano col titolo “Soffocare”). Negli Stati Uniti è appena uscito “Lullaby”, la sua ultima fatica. Vive nell’Oregon.

Gloria Mattioni vive a Venice, California. Ha scritto libri di viaggio e collabora con varie testate italiane.

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