cerca

Christian Dior, un parroco di marzapane senza troppi capricci

D’aspetto, Dior sembra un mite parroco di campagna, intagliato in un marzapane color di rosa. Ma la sua apparente compostezza è ingannevole e nasconde una tensione e un nervosismo congeniti, che sfociano in un abbattimento quasi completo alla nascita di ogni nuova collezione. Dopo la presentazione di una nuova serie di modelli, Dior guarda a Milly, la sua residenza di campagna, come a un porto di salvezza.

30 Novembre 1999 alle 00:00

D’aspetto, Dior sembra un mite parroco di campagna, intagliato in un marzapane color di rosa. Ma la sua apparente compostezza è ingannevole e nasconde una tensione e un nervosismo congeniti, che sfociano in un abbattimento quasi completo alla nascita di ogni nuova collezione. Dopo la presentazione di una nuova serie di modelli, Dior guarda a Milly, la sua residenza di campagna, come a un porto di salvezza: là può riposare tra due periodi di attività in una delle professioni più ardue e irte di competitori del mondo, giocando un po’ a golf, pasticciando in giardino, compiendo di tanto in tanto una visita all’antiquario locale, per tornarsene con un pezzo di Sèvres, o con la poltrona che da tempo si riprometteva di acquistare.

Dior ama le piccole cose superflue della vita. Borghese dai piedi solidamente piantati in terra, si è mantenuto modesto come una violetta di zucchero nonostante gli elogi che si sono riversati su di lui. La sua testa a uovo potrà dondolare da una parte all’altra, ma non girerà mai, a causa del successo. Dior non commette l’errore di credere nella propria pubblicità, nonostante, al suo arrivo a New York, i giornali gli abbiano dedicato tanto spazio quanto a Winston Churchill. Gli basta il pensiero di aver avuto sufficiente fortuna e accortezza di conservarsi una certa somma per vivere, ritirandosi nella sua fattoria e coltivando i suoi giardini, quando la moda si stancherà di lui (e persino i sarti più grandi non possono conservare il trono più di qualche decennio).

La grande fama di Christian Dior si fonda su solide basi. Dopo l’oscura parentesi della guerra, Dior ha riportato nell’ambito della moda un’aura di eccitamento che mancava da troppi anni. Assistere a una sfilata di abiti di Dior dà lo stesso godimento che vedere uno spettacoloso corteo storico. Con un gusto impeccabile, una sensibilità estremamente raffinata e un rispetto per le forme tradizionali, che si esprime in una predilezione per le cose quasi dimenticate, Dior evoca nel suo pubblico una brillante nostalgia. Sa creare uno stato d’animo unicamente col suo senso del colore, e ha dato la sua impronta personale ad alcune sfumature di verde-foglia-di-mughetto, giallo-grigio, rosa-albicocca pallido, o grigio-verde madreperlaceo. Da questa gamma di tinte costruisce i suoi sogni, componendo una rapsodia con un taglio di chiffon a fiori, mentre anche il più pratico dei suoi abiti da giorno suggerisce l’idea di una certa penetrazione psicologica.

Da giovane, non pensò mai che sarebbe diventato un sarto. “Naturalmente”, dice, “l’aspetto femminile mi faceva una certa impressione e, come tutti i bambini, guardavo sempre con ammirazione una signora elegante”. Di quel tempo lontano ricorda i mantelli di pelliccia, le piume del paradiso, le collane d’ambra, i gesti alla Boldini, ma, spiega, sarebbe rimasto molto sorpreso se qualcuno gli avesse predetto che un giorno avrebbe passato il suo tempo a studiare i complessi particolari delle stoffe e dei drappeggi e i problemi del taglio. Caso e necessità spinsero Dior, nel 1935, a eseguire i primi schizzi di modelli. Si era appena rimesso da un lunga malattia, e si trovava in cattive acque. Per la prima volta in vita sua Christian Dior doveva pensare seriamente a intraprendere una carriera. In precedenza aveva condotto la vita oziosa del dilettante, sviluppando i suoi gusti estetici, coltivando le arti da amatore, frequentando una quantità di pittori e di musicisti, e persino dirigendo una galleria “per vendere i quadri dei miei amici”. Ma per quanto di origine normanna, Dior non aveva mai rivelato molto senso pratico, e la galleria fallì.

Jean Ozenne, un amico suo, gli suggerì di provarsi a disegnare figurini per abiti. Dior buttò giù qualche schizzo, e quantunque la tecnica del disegno fosse ancora grezza, li offrì a una grande casa di moda. Con sua meraviglia vennero accettati, ma egli si rese conto che la strada, per arrivare, era lunga e difficile. Eseguì centinaia di schizzi, cercando con ostinata pazienza di imparare, di capire, di intuire. Dopo due anni di laboriose ricerche, faticando notte e giorno, Dior raggiunse finalmente il suo scopo: era diventato un bravo figurinista. Durante quei primi anni, osservava con molta attenzione il lavoro dei colleghi. “Nulla è mai stato inventato”, riconosce volentieri. “Si deve sempre partire da qualche cosa. Senza dubbio, lo stile di Molyneux è quello che mi ha influenzato più di tutti”. Dior ammira anche Chanel che “con una maglietta di lana nera ha rivoluzionato la moda. A poco a poco, molte note case di moda cominciarono ad acquistare gli schizzi di Dior, benché egli affermasse sovente che i loro prodotti finiti, erano assai migliori del disegno originale.

Janette Colombier, che lavorava per Marie Alphonsine, gli disse un giorno: “Sul serio, voi non curate abbastanza il dietro e i lati dei vostri vestiti! Voi potete essere soddisfatto se il davanti va bene, ma le mie clienti si guardano da tutte le parti”. Gli fu poi chiesto qualche schizzo di saggio per Le Figaro e i suoi disegni cominciarono a comparirvi regolarmente. Nel 1937 Dior conobbe Robert Piguet, che gli offrì di lavorare per lui. Dior passò due anni da Piguet, fino allo scoppio della guerra, e ritiene che la cosa più preziosa imparata là sia stata “l’arte di eliminare”. Piguet sapeva che l’eleganza risiede nella semplicità, e insegnò questa regola a Dior. Piguet si divertiva della preoccupazione di Dior per la tecnica e les coupes savantes. Oggi Dior ritiene che Piguet non avesse ragione di criticarlo e fa rilevare che soltanto attraverso la tecnica si può modificare profondamente la moda.

Durante l’occupazione tedesca della Francia, Dior trascorse un lungo periodo di attesa in provincia. Per due anni, come molti altri, tornò alla terra, si alzò al canto del gallo e coltivò il giardino. Continuò tuttavia a disegnare per Le Figaro e finalmente poté tornare a Parigi, dove lavorò per Lucien Lelong. Da Lelong, Dior imparò l’importanza di quella che considera oggi la cosa essenziale nella sartoria per signora: la resa e le stranezze delle diverse stoffe. “Con la stessa idea e lo stesso tessuto”, ammonisce Dior, “un vestito può essere un successo o un fiasco”. È assolutamente necessario saper guidare il drappeggio spontaneo delle stoffe; un buon sarto asseconda sempre le pieghe che lane, organdis, velluti assumono naturalmente. Da Lelong, Dior divise con Pierre Balmain la responsabilità di creare le collezioni della ditta. I due disegnatori erano abbastanza amici, sebbene Balmain fosse ambizioso e sognasse di aprire una sartoria per conto proprio. Le sue fantasie erano contagiose, e Dior cominciò vagamente a nutrire aspirazioni analoghe. Dopo la liberazione, Balmain aprì con successo la sua casa di moda. Dior, indotto dalla sua naturale timidezza a credere che avrebbe lavorato per sempre da Lelong, si sentiva ogni giorno più insoddisfatto, e meno libero. Per quanto fosse molto amico di Lelong, non aveva altra scelta che lasciarlo.

Dior sostiene che, alla vigilia del “New Look”, non si sognava d’essere sul punto di scatenare una rivoluzione. Non poteva prevedere l’accoglienza che l’aspettava, poiché si era limitato a esprimere le proprie convinzioni, come meglio poteva. Senza dubbio molte donne in ogni parte del mondo occidentale, angustiate dal razionamento delle stoffe e dall’alto costo della vita, imprecavano contro di lui per quella che consideravano una fantasia da irresponsabile. Erano i tempi che, cospirando con la sua geniale inventiva, imprimevano alle mode un orientamento più femminile: ed egli capisce di essere stato il semplice strumento attraverso il quale si espressero le inconsce tendenze femminili. Pochi disegnatori hanno il dono di tradurre le loro idee in parole, e Dior è una di queste eccezioni.

A modo suo, è una sorta di filosofo, e le sue osservazioni sulla moda e sull’epoca attuale sono intelligenti e azzeccate. È sua ferma convinzione che, nell’era delle macchine, “la professione del sarto sia uno degli ultimi rifugi di ciò che è umano, personale e inimitabile”, e considera tale professione come “una specie di lotta contro le influenze mediocri e demoralizzanti del nostro tempo”. La risposta di Dior all’inevitabile domanda se esista una logica nella creazione della moda, è affermativa. Egli fa osservare che ogni epoca cerca la propria immagine e che lo specchio di questa immagine è quello della verità. “Con la naturalezza e la sincerità”, dice Dior, “si creano spesso delle rivoluzioni senza andarle a cercare”. “Così le fogge del decennio dal 1920 al 1930 mostrarono l’influenza delle macchine, come i quadri di Léger dello stesso periodo”. Ma oggi, sostiene Dior, la donna-robot ci fa paura. I nostri problemi attuali, ponendoci di fronte a un mondo incolto e ostile, ci hanno costretto a fare l’inventario delle nostre tradizioni e della nostra cultura, e a riaffermare i valori umani. Ecco perché la moda si è fatta di giorno in giorno più femminile.

Dior è forse l’ultimo dei grandi sarti, e lotta generosamente per mantenere intatti i valori creativi in un periodo oscuro della storia. È convinto che il lusso sia necessario, come qualsiasi cosa che l’Occidente apprezza. “Tutto ciò che va oltre la semplice realtà del cibo, del vestiario e di un tetto sopra la testa è un lusso. La nostra civiltà è un lusso, ed è la nostra civiltà che difendiamo. Il nostro solo dovere non è quello di arrenderci, ma anzi di ergerci ad esempio, di creare, a dispetto di tutto”. E crea, infatti, sempre guidato dal senso pratico. Alle signore convinte che i sarti trasfondano nei vestiti il loro capriccioso estro personale, Dior risponde brusco: “Quando creo una collezione, so di mettere a repentaglio lo stipendio di novecento persone”. Consapevole di questo fardello, Dior non può seguire mai fino in fondo la sua ostinazione o il suo capriccio. Per quanto una collezione possa sembrare frutto della libera fantasia del figurinista, in realtà è stata tutta calcolata ed eseguita con la precisione di una partita a scacchi fra campioni.

di Cecil Beaton (“Lo specchio della moda”, Garzanti)

In breve
Cecil Beaton. Nacque a Londra nel 1904 da una ricca famiglia di commercianti, fu fotografo, diarista, illustratore, scenografo e costumista. Trasferitosi a New York, lavorò per Vogue e Vanity Fair, frequentò il mondo dell’arte e dello spettacolo. Nel 1958 vinse l’Oscar per i costumi di “Gigi” e nel 1964 vinse il secondo Oscar per quelli di Audrey Hepburn in “My Fair Lady”. Ha fotografato la Londra devastata della Seconda guerra mondiale, la Royal Family, i grandi artisti del Novecento come Picasso, Cocteau, Dalí, Lucian Freud, Henry Moore, Igor Stravinskij, Mick Jagger e Andy Warhol. Nominato sir della regina nel ’72 per il suo contributo alle arti, morì nel 1980.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi